Quando indossiamo una maschera per confonderci in mezzo alla folla

Il fotografo americano Reinier Gerritsen ha ritratto per sette settimane le persone che transitavano, alle diverse ore del giorno e della notte, alla fermata della metropolitana di Wall Street a New York. Tutte le fotografie sono state scattate di nascosto e, secondo l’autore, testimoniano il senso dell’attesa, la sospensione della vita che si percepisce in certi luoghi di passaggio, nella metropolitana come alla fermata dell’autobus o ad un semaforo. Il servizio, che è apparso su uno degli ultimi numeri di Marie Claire ed è tratto dall’omonimo libro “Wall Street Stop”, mi ha davvero fatto molto riflettere e, addirittura, immaginare una sorta di romanzo che voglio raccontarvi. Va detto che le fotografie sono bellissime, tecnicamente perfette ed anch’io, come tutti, predico la spontaneità e l’improvvisazione e sono quindi attratta dalla capacità tecnica e dal virtuosismo professionale. E’ come in pasticceria o al ristorante quando lodiamo la “torta della nonna”, fatta in casa e, alla vista, abbastanza leggera ma finiamo con l’ordinare il profitterol o il mont blanc. Le foto, ripeto, sono splendide (http://www.shockmd.com/2010/08/12/wall-street-stop/) e catturano l’espressione di attesa della gente, ti fanno toccare quasi con mano la stanchezza delle ore della sera e quel senso di ansia che tutti noi abbiamo in questi luoghi di transito. Mi sono rivista perfettamente in mezzo a questi viaggiatori, come siamo tutti. Siamo in ansia ma vogliamo nasconderlo perché la nostra paura, la nostra paura indeterminata e spaziale, non offenda lo sconosciuto che è affianco a noi, assorto come noi, che sembra una persona normale ma potrebbe essere una persona terribile. Si perché abbiamo imparato, dalla televisione e dai giornali, che le persone terribili possono essere anche normali e banali, sottotraccia, come Olindo e Rosa e tanti altri a cui avresti voltato le spalle senza preoccupazione. In spazi ristretti, male illuminati e spesso affatto puliti, compressi fra tanti come noi, entriamo in ansia e perdiamo la nostra capacità di giudizio, di valutazione del pericolo. Abbiamo una corazza, un’espressione quasi inebetita, che deve difenderci, anche dalla nostra umanità. Sì, perché abbiamo paura di sorridere, di mostrare qualsiasi timido segnale di apertura agli sconosciuti che ci circondano perché temiamo di essere fraintesi, come se la nostra attenzione potesse essere percepita come disponibilità, come un tentativo di adescamento o, in ogni caso, come qualcosa di equivoco e fuori luogo.

La mia faccia, se fossi entrata in questa galleria fotografica, sarebbe stata simile a tutte le altre, preoccupata e ansiosa, talvolta stanca e pensierosa, mai aperta o sorridente. Io però non sono affatto così, io faccio fatica a stare zitta, sono comunicativa ma, in quel contesto, ogni mia personale differenza sarebbe stata azzerata. Ho immaginato che la mia faccia non mi sarebbe piaciuta e questo mi ha un po’ contrariata. Alla fine il fotografo ha fatto una scelta molto forte decidendo di scattare le sue foto di nascosto, di restare invisibile. Capisco l’esigenza di verità, di cogliere un’immagine vera, di evitare che le persone si mettessero in posa davanti all’obbiettivo ma qui siamo davanti a quella che si dice un’immagine rubata e in questa stessa parola si percepisce una misura, seppure infinitesimale, di violenza, di espropriazione non consenziente. Nella grande enciclopedia dell’ipocrisia di questi anni ci sarà sicuramente un capitolo sulla privacy, sulla tutela che la legge ha riconosciuto alla nostra intimità ma anche sulla violazione sistematica di ogni riservatezza, sullo spionaggio, sulle intercettazioni telefoniche, sulla raccolta, in modo più o meno fraudolento, di informazioni sulle nostre preferenze, sui nostri consumi, sui nostri stessi desideri, sempre più spiati e schedati.

E, complice una tecnologia molto semplice, chiunque più prendere la nostra faccia, la nostra immagine, anche in un momento terribile come una catastrofe o un terremoto. In certi momenti credo davvero che se la mia casa bruciasse vedrei molte persone accorrere con un telefonino in mano piuttosto che con un secchio d’acqua. A mente fredda convengo che le fotografie sono state scattate in uno spazio pubblico in cui i comportamenti sono codificati per cui, normalmente, nessuno fa nulla di riprovevole, o eccentrico e, soprattutto, dove nessuno è mai completamente rilassato e spontaneo. Sei in mezzo alla gente e devi comportarti bene, se non vuoi essere giudicato. Sì, perché qualsiasi comportamento imprevisto, se percepito, fa scattare una giustizia assolutamente sommaria che ti circonda con un sottile velo di disapprovazione ed allentamento. Nei limiti dello spazio disponibile gli altri, per difesa a loro volta, se ti notano, per quello che fai (o peggio per come ti vesti, per il colore della pelle, per una cicatrice o per altri segnali anche appena percepibili) ti emarginano e, se possono, ti fanno letteralmente il vuoto intorno.

Se questo è vero diciamo che il fotografo non ha preso la vera faccia di queste persone ma quella che loro, come me, indossano in questi brutti luoghi di transito e queste “armature” alla fine, al contrario di quanto si creda, non fanno altro che mettere a nudo la nostra fragilità di uomini e donne. Il punto debole è l’amore e il fatto che le persone innamorate non riescono a nascondere il loro amore (lo canta anche Franco Battiato in duetto con Carmen Consoli nell’ultima sua creazione). Nel servizio fotografico compare una coppia: lei lo abbraccia e stringe a sé, lo guarda con occhi rapiti mentre lui accenna un sorriso, si lascia stringere senza difesa. L’amore, anche quello per un unico individuo, ci mette a nudo, ci fa perdere la cognizione dello spazio e, incredibilmente, fa abbassare le nostre difese. In mezzo a mille persone, specie per noi donne, l’amore riesce ancora a rapirci. L’amore è contagioso ed io provo empatia per questa coppia. Mi sono immaginata che fossero due amanti e che vivessero una storia clandestina e questo momento di intimità li avesse traditi. Ho immaginato il loro sgomento come se fosse il mio.

E mi sono di nuovo arrabbiata con il fotografo per il pericolo a cui ha esposto queste persone, queste persone belle perché innamorate. Calmata la rabbia ho pensato che invece quell’immagine, anche furtiva dell’amore è proprio di grande godimento, sono grata a Gerritsen per aver saputo cogliere l’attimo, quei due non possono essere una coppia clandestina: sarebbero stati più accorti.

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