Il Cinema, così come viene utilizzato dalla Cinematerapia, diviene uno straordinario strumento di conoscenza e di auto-conoscenza, di crescita personale.

Come mai il Cinema si è progressivamente rivelato un formidabile strumento di acquisizione di sapere e di consapevolezza? Il processo catartico associato alla visione e al buio della sala cinematografica ricorda alcuni processi di guarigione arcaica. Nelle popolazioni primitive erano in uso tecniche di medicina che consistevano principalmente nel trovare, richiamare e restituire l’Anima che era andata perduta per introduzione di uno spirito o l’infrazione di un tabù. Una di queste metodiche – in cui ritroviamo alcune analogie con il Cinema e nella pratica della Cinematerapia – era detta guarigione per incubazione e si svolgeva in alcune grotte sacre, luogo di elezione per riti di stregoneria. Anche in alcuni antichissimi rituali sumeri un’importanza fondamentale veniva data proprio al sonno-incubatore. I sacerdoti della Dea praticavano nei loro templi l’oniromanzia, ovvero una serie di tecniche che facevano cadere il paziente in un sonno rivelatore nel quale la divinità suggeriva la cura al male. Pratica molto simile la ritroviamo, poi anche in Egitto, dove alcuni autori narrano che l’incubazione era praticata nei templi dedicati a Serapide, nome greco del dio egiziano Wser-Hap.

Già molti secoli prima della nascita di Cristo, era diffuso un complesso cerimoniale in cui il sacerdote-guaritore suggeriva al paziente di trascorrere la notte in una caverna. Qui poi avrebbe fatto un sogno o avuto una visione che lo avrebbero curato. “Tale tipo di terapia sembra avesse raggiunto il suo punto più alto di perfezione nella Grecia antica, in corrispondenza degli asclepiei o templi di Asclepio (Esculapio), uno degli dei della medicina. Ma la sua origine deve essere molto più antica. Nei tempi arcaici l’incubazione aveva luogo, a quanto pare, in una caverna consacrata (successivamente sostituita con una camera sotterranea negli asclepiei). Ci sono altri esempi dell’uso di caverne per scopi magico-religiosi, come l’oracolo di Trofonio nella Grecia antica. Coloro che ci si recavano dovevano sottoporsi a una preparazione caratteristica, che comprendeva il bere l’acqua della “Fonte dell’Oblio” e della “Fonte del Ricordo”. […] Quindi i sacerdoti ponevano i visitatori sulla “Sedia della Memoria” perché potessero riferire ciò che avevano visto” (Ellenberger H. F., “La scoperta dell’inconscio”, Bollati Boringhieri Ed., Torino, 1976).
Chi voleva consultare l’oracolo, viene accompagnato al fiume Hercyna, sacro ad Asclepio-Trofonio e a Igea-Hercyna, rispettivamente numi tutelari della medicina e della salute. Una volta giunto alle sponde del fiume, il devoto viene lavato e unto con olio (pratica usualmente destinata ai cadaveri prima della sepoltura), ed è quindi accompagnato dai sacerdoti sul luogo di due sorgenti: bere l’acqua dell’Oblio faceva parte del macchinoso cerimoniale necessario a che il paziente potesse dimenticare tutto ciò che fino ad allora aveva pensato, mentre l’acqua della Fonte del Ricordo serviva a che egli ricordasse tutto ciò che avrebbe visto e vissuto dentro la grotta. Una volta preparato, il devoto giunge all’antro la cui conformazione è in discesa con passaggi verticali, proprio per rafforzare il senso di discesa nel cuore della terra, una sorta di discensus ad inferos, già simile a quella di molti miti e leggende . Una volta giunto sul fondo, deve passare per una stretta apertura, molto più piccola della prima. Steso per terra, il rito prevede che il devoto infili prima i piedi nel cunicolo, le gambe e poi si spinge dentro, sforzandosi di attraversare la stretta apertura.

Le cronache raccontano che una volta infilate le gambe, il devoto venisse improvvisamente risucchiato dentro e poi vi trascorresse la notte – tra le braccia di Ipnos – in attesa di vedere o udire. Ritroviamo la guarigione per incubazione anche in Sardegna nel corso della civiltà nuragica. Aristotele parla di eroi venerati dal popolo, il quale si recava presso le loro tombe e – tramite la cura del sonno – si liberava da ossessioni, allucinazioni, manie, possessioni da spiriti maligni. La guarigione per incubazione viene quindi tramandata nel corso dei secoli e assimilata in altre cerimonie e liturgie. Nel VI secolo la basilica di Costantinopoli dei Santi Cosma e Damiano era un santuario nazionale in cui accorrevano centinaia di malati che passavano la notte in chiesa: durante il sonno si supponeva che i due santi venissero a curarli, consigliando loro un medicamento oppure applicando un impacco composto di olio e cera o addirittura operandoli come chirurghi. L’antica pratica nuragica deve essersi protratta quasi certamente fino all’avvento del Cristianesimo quando dal nuraghe e dai templi dedicati alle divinità si passò al tempio cristiano.

Qui il culto dell’Eroe venne sostituito dalla venerazione per il santo patrono, invocato per ogni necessità materiale e spirituale, di fronte a un bisogno, alla malattia, alla calamità, alle epidemie. Al rito dell’incubazione sembra collegarsi l’usanza, vietata ripetutamente dai Sinodi sardi ma durata fino a due secoli fa, di dormire in santuari a causa di particolari circostanze, cui si aggiunge quella di sostare per la notte nelle cumbessias adiacenti alle chiese campestri in occasione di alcune feste. L’elemento della grotta consacrata, dell’antro guaritore e della visione taumaturgica – tanto simile alle nostre sale cinematografiche – è presente in molti miti antichi come archetipo dell’utero materno. La discesa nella grotta come anche trascorrere la notte nel tempio, sono il simbolo di un ritorno al mondo prenatale delle anime. Secondo una leggenda turca del XIV secolo, una grotta soggetta ad inondazioni periodiche possiede una sorta di calco di figura umana, e a causa dell’argilla trasportata dall’acqua e con il calore, in nove mesi la figura umana di argilla prende vita.

Presso alcune tribù del Nord America era credenza che gli uomini nascessero da embrioni maturati all’interno di caverne. La grotta contiene dunque energie sovrannaturali, capaci di condurre alla nascita e quindi utili per pratiche magiche. La grotta – secondo Platone – è il simbolo che connette la terra e il cielo, il mondo della materia con il mondo delle idee, il luogo del passaggio iniziatico che permette di cogliere improvvise rivelazioni, visioni magiche e illuminazioni interiori. La grotta è il luogo simbolico dell’identificazione, di ritorno al ventre materno e di rinascita, il luogo dell’interiorizzazione dove l’uomo diventa se stesso e uomo maturo. In tempi più recenti, e in particolare negli ultimi decenni, sono progressivamente mutate le forme della conoscenza e i metodi della costruzione di tale conoscenza. Via via si è passati dall’uso di strumenti della tradizione orale a strumenti progressivamente sempre più legati alla tecnologia e allo sviluppo di nuovi media, fino ad una fruizione che è sempre più orientata all’ascolto e soprattutto alla visione. La funzione visiva sta sempre più assumento una completa centralità nell’acquisizione di forme di conoscenza.

“La vista, lo sguardo, il guardare, l’osservare sono diventati essenziali per la costruzione del sapere; la gerarchia dei sensi, modificata dalla scoperta della scrittura (la prima vera rivoluzione cognitiva della storia), ha segnato non solo un progresso tecnico, ma ha determinato una vera e propria svolta nella costruzione dei quadri di conoscenza, privilegiando il vedere rispetto all’udire e affinando il modulo della percezione preposto alla scrittura e alla lettura”. (Vinella M., “Lo sguardo spezzato: vedere attraverso il cinema”, pubbl. in “Cinema altrove: sguardi sulle narrazioni filmiche”, Luca Sassella Editore, Roma, 2002.)

L’enorme quantità di messaggi veicolati attraverso l’immagine sta modificando la capacità delle nuove generazioni nell’acquisire conoscenza sul mondo attraverso processi sequenziali non lineari, ipertestuali, tipiche di Internet e del montaggio cinematografico. Basti pensare ai moderni spot pubblicitari che – in poche manciate di secondi – sono in grado di sviluppare intere narrazioni. Le stesse che, nell’antica forma lineare (ad esempio, il libro che va letto necessariamente in un’unica direzione, dalla prima pagina verso l’ultima), avrebbero richiesto tempi necessariamente più dilatati.

La fotografia, la televisione, il computer e il cinema stanno quindi sviluppando un nuovo alfabeto sensoriale, fondato sulla video-comunicazione e su un codice iconico che progressivamente modifica il nostro stile cognitivo. I caratteri del nuovo alfabeto non sono le lettere o le singole immagini, ma vere e proprie funzioni psicologiche trasfigurate nel nuovo lessico del montaggio: selezionare, scomporre, assemblare, tagliare e incollare. Secondo Vinella “sta cambiando la natura dell’uomo, perché l’uomo video-formato ha sostituito la sua capacità simbolica espressa nel linguaggio e nella capacità di comunicare, di pensare e di conoscere attraverso di esso, con il vedere multimediale che non solo unifica parole, suoni, immagini, ma introduce nel visibile le realtà simulate e le realtà virtuali” ( Op. cit., Vinella M., 2002.).
Le storie che si ascoltano, della millenaria tradizione orale, sono oggi sostituite nel cinema e nella televisione, dalle storie che si guardano: l’integrazione cognitiva è quindi ulteriormente evoluta dallo sviluppo di ulteriori facoltà di comprensione e di decodificazione del linguaggio iconico.

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