Il senso è una medicina

Quello che fai – ahimé, al giorno d’oggi – dice quello che sei.

Una certa retorica riduzionista tende a definirci pressoché esclusivamente in base a ciò che facciamo e a ciò che abbiamo. Non è minimamente interessata e non ha tempo per trasferirsi dall’Apparire all’Essere. L’Essere richiede tempo – il tempo è denaro – e non può essere sprecato in oziose e improduttive riflessioni d’accademia.

Al contrario, il riduzionismo invece è rapidissimo: l’essere umano non è nient’altro che le sue dinamiche biologiche, oppure quelle psico-sociologiche. Soltanto una macchina di impulsi e risposte. L’essere umano non è nient’altro che una cellula pulsante – soltanto pochi lampi incerti – su un sassolino vagante ai margini esterni di un braccio galattico, disperso nell’immensità del vuoto, freddo e buio Universo.

Questa visione, oggi purtroppo imperante, è fallimentare. L’uomo e il suo destino non sono comprensibili all’interno di una angusta visione meccanicistica. Sostiene infatti Galimberti (2005): “viviamo in una società, in ogni suo aspetto regolata dalla tecnica, che chiede all’uomo di essere perfettamente omologato all’apparato di appartenenza (sia esso amministrativo, burocratico, industriale, commerciale), […] per scoprirsi null’altro che […]  un clamoroso Nessuno”.

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Questa visione è fallimentare perchè conduce inevitabilmente – oltre che al nichilismo – soprattutto al materialismo, al tecnicismo, all’omologazione e al conformismo. In tre parole: conduce ad una vita senza senso. Una alienazione che nasce dall’aderire in modo passivo ai modelli convenzionali dell’industria culturale (Horkheimer, Adorno, 2010), dimenticando che non esiste soltanto ciò che si fa, ma esiste anche ciò che si è, e perfino ciò che siamo chiamati ad essere.

La lodevole promessa di sconfiggere la povertà, le malattie, il dolore e forse un giorno addirittura la morte, chiede in cambio un prezzo da pagare. Quello di aderire al nuovo (dopo quello teologico) dogmatismo scientista: una fede cieca nel progresso infinito guidato dall’iper-razionalismo: una visione assolutista che oggi si dimostra disastrosa, non foss’altro che per gli effetti sul clima e sull’ambiente.

Smarrire il senso della propria vita

La conseguenza è che nel mio Studio incontro sempre meno Nevrosi (in senso ortodosso), ma invece sempre più riconosco Persone alla ricerca di un senso. Al di là del sintomo, essi sono – per dirla con Antonio Mercurio (1991) – alla ricerca del proprio (o Io Trascendentale), inteso come “volontà unificatrice della Persona e del Cosmo, Identità della Persona come progetto, come meta e come scopo“. Persone che non trovano più risposte nello shopping compulsivo o nelle dipendenze-tossiche (tabacco, droghe, psicofarmaci, gioco d’azzardo, cibo, sesso, ecc.). Da questo punto di vista, non sono Persone che hanno sempre necessità di interventi clinici, perchè le loro situazioni non sempre riflettono problemi psicopatologici, ma semmai antropologici ed esistenziali.

Sempre più incontro Persone che invece si pongono domande fondamentali dell’esistenza, e che – nel farlo – costruiscono una vera cura anche per le loro eventuali nevrosi. Smarrire infatti il senso della propria vita è l’anticamera della disperazione. E la disperazione – quando non provoca tragedie – spesso fa ammalare. A quel punto, il sintomo può prendere tante forme: ansia, angosce, perfino depressione. Ma la causa è sempre la stessa: aver perduto un indirizzo interiore, una direzione affettiva, emotiva, spirituale.

Gli studi sulla ricerca di senso

Che il “senso” sia una medicina, non è soltanto una mia impressione.

Lo studio di Allan et al. (2016), dimostra che esiste una correlazione inversa tra depressione e senso della vita. Ovvero, maggiore è la percezione di un senso dell’esistenza e minore sono i sintomi depressivi. Hallford (2016) rivela che ad un maggiore senso della vita corrisponde un maggior senso generale di benessere, e non sorprende quindi che lo studio di Haisel, Neufeld e Flett (2016) dimostri che diminuisca l’ideazione suicidaria. Klein (2016) registra che ad un maggior senso della vita corrisponde un miglior comportamento prosociale, mentre Zheng, Miao e Gan (2016) osservano un migliore uso di strategie di coping proattivo per far fronte ad eventi stressanti. Infine, Nakash (2016) dimostra che il significato della vita è un fattore protettivo contro l’abuso di alcool; Lustosa, Park e Baumeister (2016) osservano che ad una maggiore percezione del senso della vita è associato una migliore gestione dei fattori di stress della vita quotidiana, e – last but not least – Yalcin e Makok (2015) dimostrano che il senso della vita ha una stretta correlazione con la speranza e il perdono.

Vista così, la riflessione sull’Essere è tutt’altro che astratta e oziosa. E’ invece molto concreta: tangibile quanto i suoi effetti sulla qualità della vita, sul disagio sociale, sulla salute e sulla malattia delle persone.

Impegnarsi a costruire – a volte perfino distillare – un senso degli eventi è un compito imprescindibile. Soprattutto in relazione agli eventi dolorosi e ineluttabili. Non si tratta di un’accettazione masochista, ma di assumere una posizione responsabile di fronte anche a quella sofferenza che non si può eliminare. La ricerca di senso diventa così la ricerca di un sovra-significato, di una coscienza che va oltre la mente, oltre il dolore stesso.

Io e gli altri: la ricerca di senso e la coralità

Insieme al riduzionismo scientista, un altro elemento che contribuisce alla perdita di senso è il narcisismo. La spinta ossessiva all’individualismo ha finito per alimentare l’egoismo. Partendo dal pur legittimo desiderio di auto-realizzazione, si è invece talvolta scivolati in un vero e proprio narcisismo collettivo. Questa visione riflette l’idea che ogni individuo – per essere felice – debba soddisfare i propri bisogni.

E ciò – almeno in parte – è certamente vero. Ad esempio, è certamente vero che per essere felice, l’individuo debba soddisfare i propri bisogni di alimentazione, sicurezza e protezione. È certamente vero che per essere felice, l’individuo debba soddisfare il bisogno di auto-realizzarsi. Ma ciò è generato dall’illusione meccanicista di un individuo vuoto e deresponsabilizzato, che debba essere riempito dall’esterno e reso felice dalla soddisfazione dei suoi bisogni. È un’idea miope.

Infatti, nel pensare continuamente a se stesso, nel rimanere costantemente focalizzato sui propri vuoti da colmare, nell’orientare tutte le proprie energie sui propri bisogni da soddisfare, si rischia di credere che ciò che conta è – solo e unicamente – la propria soddisfazione, la propria auto-realizzazione.

“La mia felicità è al centro di ogni cosa, e perfino sopra ogni cosa. Mors tua, Vita mea”. Questa corsa bulimica ad una felicità mistificata – al contrario – allontana dalla vera gioia a causa dell’inevitabile difficoltà a riconoscere – al di là di sé – qualcosa per cui vale la pena vivere (o – al limite – anche soffrire). Sostiene infatti ancora Mercurio (2011) postulando il Principio della Gioia: “[…] Se l’lo psichico accetta di morire nasce il Sé; se muore l’Io nasce il Tu; se muore l’Io e il Tu, nasce il Noi; se muore il Noi nascono gli Altri, come unico organismo vivente. Ogni morte, se accettata per amore, porta alla rinascita, porta alla gioia, porta ad una nuova vita: qualunque sia il nostro morire, se amiamo, noi andiamo sempre verso una nuova vita“.

Ricerca di senso e auto-trascendenza

La vera gioia è quindi nella capacità di auto-trascendersi. La ricerca di senso e la coralità sono indissolubilmente legati, e si alimentano reciprocamente, in un circolo virtuoso di mutuo significato. Quando la spinta all’individualismo è soltanto retorica dell’auto-realizzazione, si rischia di dimenticare che l’autentica gioia non può essere una emozione angusta e isolata, ma soltanto corale, espansiva e condivisa. Il narcisismo che era uscito dalla porta, rientra dalla finestra, sotto le mentite spoglie di una (pur legittima) auto-realizzazione. Non ci può essere nessuna gioia nell’ignorare la gioia dell’altro. La vera gioia non è un’isola, ma un arcipelago con tanti ponti: la vera gioia è inclusiva.

In mancanza di un senso trascendente, ideale e progettuale che vada al di là di se stessi e per cui valga la pena vivere, l’esistenza si svuota di un vero significato, se non quello narcisistico. In mancanza di una vera coralità, l’individuo non può sviluppare la capacità di superarsi, non può neppure immaginare le sue potenzialità-altre ancora da esprimere. Finisce così per immaginarsi separato, solo e sperduto. Per quanto possa perfino auto-realizzarsi, quest’individuo avrà ben poche capacità di vedere la vita da una prospettiva più grande.

La ricerca di senso e la coralità (intesa come capacità di auto-trascendersi) dilatano i nostri orizzonti, ci svelano l’esperienza di poterci identificare con insiemi più grandi: ci aprono ad un senso di appartenenza con le generazioni precedenti e quelle future, con l’Anima Mundi, sentendoci parte integrante della Natura e del Cosmo.

Il senso e la coralità diventano la speranza invincibile che apre ad una nuova dimensione, al di là dei nostri confini fisici, verso un senso di profonda connessione con l’Universo. Il senso e la coralità sono una medicina perché riescono a connetterci con la Bellezza dell’esistenza – a prescindere da ciò che ci sta accadendo – in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione.

Il senso e la coralità sono infine la via della guarigione: ci aiutano ad avere una direzione, a rispondere in modo artistico invece che vittimistico, ci offrono coerenza interna e percezione della nostra identità spirituale profonda.

Essi inevitabilmente ci interrogano sui valori di fondo che abitano il nostro, unico e speciale, modo di essere-al-mondo.

“Chi ha un perchè per cui vivere, sopporta anche ogni come”. F. Nietzsche.

 


Bibliografia:
    • Allan B. et al., “Meaningful work as a moderator of the relation between work stress and meaning of life”, Journal of Career Assessment, vol. 24, 2016
    • Diaz del Castillo B. et al. “Il senso della vita e il suo impatto nella quotidianità”, Ricerca di senso, vol. 16, 2018.
    • Hallford D. et al., “Meaning in life in earlier ad later-older adulthood”, Journal of Applied Geronthology, vol 35, 2016.
    • Heisel M. et al., “Reason for living, menaning in life and suicide ideation”, Aging and Mental Health, vol. 20, 2016.
    • Klein N., “Prosocial behaviour increases perception of meaning of life”, Journal of Positive Psychology, vol. 12, 2016.
    • Galimberti U., “Noi contemporanei e il nostro nuovo inconscio tecnologico“, la Repubblica, 2005.
    • Lustosa R. et al., “O eifeto do estress na qualidade de vita”, Psicologia, vol. 26, 2013.
    • Mercurio A., “Antropologia Esistenziale e Metapsicologia Personalistica“, Ed. SUR, Roma, 1991.
    • Mercurio A., “La Sophia-Analisi e il Principio della Gioia”, Ed. S.U.R., Roma, 2011
    • Nakash o. et al., “The association between religiosity and alcool use”, Mental Health, vol. 19, 2016.
    • Zheng L. et al., “Meaning of life promotes proactive coping”, Journal of Happiness, vol. 17, 2016.
    • Yalcin I., Makok A., “The relationship between meaning of life and subjective well-being”, Journal of Happiness, vol. 17, 2016.

 

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2 COMMENTI

  1. Grazie, per riportarci al centro dello scopo della nostra esistenza, quello della ricerca di un senso vero e profondo, nella coralità.

  2. Grazie per questo prezioso articolo.
    La ricerca di senso nella vita e il vivere in una coralita’ diviene unica luce da perseguire!

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