La tragedia di New York ha condotto molte persone a smettere di ragionare alla ricerca della vendetta, anche se mascherata da una ricerca di giustizia. Ma cosa ha causato tanto odio?

I fenomeni sociali e la politica estera di grandi paesi come gli Stati Uniti sono troppo complessi per cercare di esaurirle in poche righe. Molti commentatori, giornalisti, perfino grandi “opinion makers” si sono avvicendati in questi giorni su tutti gli schermi televisivi per cercare di interpretare gli eventi dell’11 Settembre e di disegnare uno scenario internazionale possibile o almeno probabile. Non voglio neppure entrare nelle questioni politiche perché non sono il mio argomento preferito. Voglio invece riuscire a fermarmi un momento per riflettere sulle reazioni che sono seguite alla tragedia del World Trade Center di New York. I paesi alleati, le nazioni del cosiddetto “patto atlantico”, quelli della NATO tanto per intenderci, i paesi ricchi si sono uniformati velocemente al coro di voci provenienti d’oltre-oceano per chiedere un intervento militare che estirpasse le radici del terrorismo. Ciò che mi sorprende di più, è che nessuno sembra accorgersi – malgrado un’evidenza assordante – che si tratta ancora una volta di una guerra tra ricchi e poveri, tra popolazioni che vivono – nella stragrande maggioranza – di pastorizia, e dall’altra parte popolazioni che poggiano la loro economia sui forti settori del terziario avanzato – e a parte qualche eccezione – tra ragazzi che lanciano pietre e i soldati di uno degli eserciti più ricchi e meglio preparati del pianeta che rispondono con armi ad alta tecnologia.

Non voglio entrare nelle complesse questioni politiche, né tantomeno nelle ancor più paludose questioni religiose: voglio limitarmi ad osservare questo singolo aspetto a cui nessuno sembra voler dare un giusto peso. Non è possibile giustificare un gesto criminale come quello delle Twin Towers, però è necessario riflettere. Perché un uomo di 20 o 25 anni, nel pieno della vita, decide di sacrificarsi nel nome di un ideale? Cosa lo spinge a tanto? Si tratta di kamikaze simili ai piloti giapponesi del 1943? O si tratta invece di popolazioni senza speranza che non hanno più alcuno strumento – se non la propria vita – per lanciare un messaggio disperato al resto del mondo ricco, opulento e tendenzialmente affetto da sordità pretestuosa? Un’altra cosa che mi ha sorpreso sono i risultati del nostro sondaggio sugli eventi di New York. Molti lettori di Solaris hanno risposto velocemente ai quesiti posti dal sondaggio. Tra le risposte date, mi ha lasciato davvero sorpreso una sostanziosa percentuale (ad oggi 1/10/01, circa il 42%) indica come risposta corretta a tali avvenimenti, un attacco militare, mentre pochissimi (circa il 10%) hanno risposto che la risposta dovrebbe essere quella del perdono.

Mentre da qualche timida fonte vengono ripetute le famose parole di Martin Luther King (“La legge dell’occhio per occhio renderà tutta l’umanità cieca), mi viene da pensare che – dopo tanti anni a lavorare con l’animo delle persone – non ho mai incontrato nessuno che esercitasse una violenza se prima non ritenesse di averla a sua volta ricevuta. Magari la risposta poteva essere spropositata rispetto alla violenza subita, ma era sempre e comunque una risposta ad una violenza subita. Quasi nessuna fonte giornalistica parla di ciò che ha causato tanto malcontento e tanto odio in quelle popolazioni. Cosa hanno fatto per decenni gli agenti segreti (l’intelligence – come usa dire adesso) della CIA in quegli Stati? Cosa ha prodotto tanto odio? Perché tali popolazioni si sentono invase e derubate dall’Occidente? Ma siamo proprio sicuri che l’Occidente sia diamantino, totalmente innocente, che i grandi interessi economici che gravitano in quella zona di pianeta (60% del petrolio del pianeta), abbiano davvero lasciato indifferente le grandi multinazionali dei paesi più ricchi del mondo? Siamo davvero sicuri che l’odio sia generato dalla soltanto religione mussulmana, dal fanatismo o dall’integralismo? Personalmente non ho le risposte a tali domande, ma desidero continuare a leggere tale fenomeno come un evento che riguarda tutta la nostra civiltà: non credo negli opposti puri (i buoni da una parte e i cattivi dall’altra).

Osserviamo i fatti (quelli noti): alcuni giovani terroristi sono entrati da anni nel tessuto sociale americano e lì sono cresciuti e si sono integrati. Molti parlavano un corretto inglese e frequentavano le scuole di volo ufficiali di alcune grandi ed importanti Compagnie aeree. Si tratta quindi di persone che si erano integrate, ma portavano dentro un progetto diverso dal resto delle persone con cui vivevano. Studiando l’istologia delle cellule tumorali, non si può non rimanere sorpresi dalla particolare somiglianza e analogia di questi fenomeni. A causa di fenomeni molto complessi e ancora oggetto di studio, quando un organismo si ammala di tumore, alcune cellule – che fino a quel momento erano perfettamente integrate nei tessuti circostanti e che portavano un progetto (il DNA) simile alle altre cellule – improvvisamente mutano il loro DNA e cominciano a portare un nuovo progetto. Si riproducono velocemente e sebbene tale riproduzione rischia in molti casi di condurre alla morte l’intero organismo, tali cellule – con un progetto diverso da quello del resto dell’organismo – continuano – in molti casi – fino alla fine, fino alla morte dell’intero organismo e quindi anche fino al loro stesso suicidio.

Molti scienziati si interrogano su questo particolare fenomeno, in cui la cellula perde il senso di appartenenza all’organismo, perde l’istinto di sopravvivenza, e impazzita persegue il proprio folle obiettivo. Alcuni dei fenomeni che causano il tumore sono noti: fumo di sigaretta, inquinamento, pesticidi, sostanza chimiche. Tutti elementi che sono abbondantemente presenti e persistenti nei paesi ricchi. L’operazione chirurgica, l’asportazione del tumore è considerata una delle tecniche ad oggi più efficaci. A patto però che il tumore si estirpi completamente. Basta infatti anche solo una cellula malata sfugga all’asportazione e che si trovi a circolare nel sangue, perché il tumore si possa velocemente riformare in altre parti del corpo. Catturare il capo dei banditi, distruggere le basi di addestramento, bloccare le fonti di approvvigionamento sono sicuramente strumenti utili. Ma se sfugge una sola cellula, non si rischia di ricominciare da capo? Allora, la chirurgia è sufficiente? Molti amici medici sono concordi nell’affermare che la chirurgia è in realtà una sorta di “fallimento” della medicina, una via in cui si dichiara che ormai tutti gli strumenti tentati fino a quel momento per recuperare quell’organismo e riportarlo alla salute, sono falliti.

Non servirebbe invece interrogarsi più profondamente sul perché questo organismo sviluppa un tumore? Non servirebbe invece chiedersi perché la nostra civiltà – abbattuti e sconfitti tutti i nemici visibili (vedi le aberrazioni del Nazi-fascismo e del Comunismo) – sviluppa ora nemici invisibili, inafferrabili, sfuggenti, tanto integrati nel nostro tessuto sociale da rendere difficilissime le operazioni di individuazione? Credo che la chirurgia sia un settore preziosissimo della nostra tecnologia e della nostra medicina e che grazie ad essa, moltissime vite sono state salvate e moltissime sono state migliorate. Credo tuttavia anche che sia uno strumento estremo e che – pur riconoscendogli grandissimi meriti – dobbiamo tutti lavorare profondamente su noi stessi perché il tumore sia sconfitto prima ancora che appaia. Credo quindi che le bombe non risolveranno i problemi internazionali di cui tanto si parla in questi giorni: credo invece che tutti dobbiamo interrogarci per capire “perché” la nostra civilità si “ammala” di terrorismo. Uccidere tutti i terroristi non significa “guarire”: significa invece spegnere un grido di allarme: è come quando si è ammalati di influenza e ci si rifiuta di guardare il termometro.

Il termometro è solo un segnalatore, la malattia sta altrove: rifiutarsi di interpretare i segnali del “termometro”, non significa guarire dalla malattia. Anche se gli Stati Uniti uccidessero tutti i terroristi del mondo, avrebbe veramente eliminato la malattia? Io credo che questo non servirebbe, poiché sarebbe un intervento sulle manifestazioni esterne, mentre non va minimamente a toccare le cause della malattia che – a mio modesto parere (non sono un politologo, sono un modesto “studioso di anime”) – stanno nella grande avidità della civiltà occidentale, la quale comporta – anche se indirettamente – la disastrosa povertà di molte popolazioni del resto del pianeta.

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