L’umiltà non è prostrazione ma vittoria sull’egoismo dell’Io

E’ consuetudine, nel nostro costume attuale, ritenere l’umiltà una condizione emarginante, frutto perlopiù di una sorte economica o sociale poco felice. Finisce con l’adattarsi ad apparire sciatto e viene definito – imprecisamente – umile chi si trova col portafoglio vuoto o una reputazione discutibile. La nostra è una società in cui la modestia non figura come una qualità e la remissività viene schivata come la peste. Viviamo di boria, di apparenze, amiamo esibire i nostri status-simbol e tutto ciò che più risalta e sa destare stupore, non a caso la pubblicità e la cronaca – non solo rosa – sono una sollecitazione insidiosa al narcisismo e all’esaltazione di valori effimeri. Lo psicanalista statunitense Alexander Lowen, fondatore dell’Analisi Bioenergetica, sostiene che questo è in tipico problema delle società che arrivano ad avere più ricchezza che saggezza, dove il possedere oggetti e l’esibirsi assumono più importanza della dignità e dell’integrità personale. Come pavoni amiamo molto celebrare e vantare noi stessi, dispiegare in pompa magna tutte le nostre variopinte penne, senza purtroppo trasformare la sostanza vile in sostanza superiore, come invece raccontano gli alchimisti a proposito della bella cauda pavonis.

La superbia, come la lussuria e l’ira sono considerate dalla religione Cristiana “peccati capitali” poiché sono “a capo” di una serie di manifestazioni umane ad esse riconducibili. Tra le lame dei Tarocchi presenti nel mondo troviamo l’immagine archetipica del Diavolo, il demone che racchiude nella propria simbologia tutti e sette i vizi capitali dell’uomo, così vicini agli istinti, così tentatori, prodotto di un egoismo innato che ci accompagna dal primo giorno e per l’intera di vita. Altra carta, che di solito segue, raffigura invece una Torre che crolla divorata da lunghe lingue di fuoco: è il simbolo della superbia, che effimera, non può sopravvivere alle forze autentiche della natura, il suo inevitabile destino è il crollo, la distruzione. Sulla Terra, in tutte le epoche, l’uomo, pur padrone del seme della virtù – che custodisce celato in sé e introvabile dall’ intelligenza comune – si è trovato sballottato tra scelte ambivalenti, da una parte l’istinto e dall’altra la ragione, da una le tentazioni e dall’altra la retta via; l’uomo, scintilla divina privata del divino potere, ha posto se stesso al centro degli universi facendosi valore assoluto e unico termine di riferimento della realtà.

In questa visione l’ “Io” è divenuto assai più importante dell’ “Essere”, eppure l’ “Io” dell’uomo vagabonda nei secoli dei secoli stanco, affamato e senza guida. In una canalizzazione il Maestro San Germain ha dato un grande insegnamento all’umanità : “Sei tu pronto a ricevere il mio cibo? Se lo sei, fa cuore. Siedi. Calma la tua mente umana e segui strettamente la mia parola qui pronunciata. Oppure forse ti allontani, deluso ancora una volta, con nel cuore il morso della fame insaziata? Chi sono io, che sembro parlare con sì conscio potere e autorità? Ascolta. Io sono tu; quella parte di te che è e sa, che sa tutte le cose, che sempre seppe e sempre fu. Io sono tu, il tu Sé; quella parte di te che dice Io sono ed è Io sono. Io sono quella parte più alta di te stesso, che vibra entro di te mentre leggi; che risponde a questa mia parola, che ne percepisce la verità, che riconosce per sua natura tutta la verità e scarta ogni errore dovunque lo trovi. Ciò io sono: non quella parte di te che sino a oggi s’è nutrita dell’errore. Poiché io sono il tuo vero Istruttore, il solo che tu conoscerai sempre, il solo Maestro; io, il tuo Sé divino.”

Nonostante quasi impercettibili effluvi d’aria nuova e un comune desiderio di cambiamento, solo alcuni bigotti e chi si dice impegnato in un percorso di crescita spirituale può sbocciare, nel mezzo di questa vita agnostica, a parlare di umiltà e a lavorare su di sé per smantellare “i vizi”. Eppure essere umili piuttosto che superbi non vuol dire essere l’ultima forma di essere vivente al mondo, tutt’altro. L’umiltà non è prostrazione, non è debilitante, non è trascuratezza, né lamento, né piagnisteo, divenire umili significa prendere coscienza di se stessi, attivarsi per una qualità migliore dei rapporti e della vita, vuol dire entrare in contatto del proprio Sé autentico, non solo dell’ Io egoico e fuorviante. Chi ancor’ oggi condivide seriamente lo Yoga invita i praticanti a demolire l’ego, perchè solo allontanandoci dall’ego possiamo trasformare la mente e i suoi pensieri e vivere pienamente le emozioni e le sensazioni autentiche che ci offre la vita.

“La simulazione dell’umiltà è peggiore della superbia”
(Sant’Agostino)