Con la meditazione possiamo incontrare la nostra natura divina

Che la meditazione sia un’arte è innegabile e che senza disciplina interiore non sia possibile alcuna evoluzione spirituale è una verità. Quando si parla di spiritualità sono molte le persone che pensano sia un aspetto della vita di scarso interesse, specialmente per chi è impegnato in mille questioni e faccende dove il divino fatica a trovare una collocazione. L’esigenza del sostegno divino emerge dalle acque torbide del caos delle nostre vite nei momenti più difficili, nella disperazione, quando non sappiamo dove sbattere la testa. Avendo la sensazione che la Madre, la Terra ci abbia abbandonati imploriamo l’aiuto del Padre, il Cielo. L’asse di congiunzione Madre-Padre e Padre-Madre è una lunghissima strada a doppia corsia che attraversa il nostro corpo dai piedi alla nuca e oltre, dalla nuca ai piedi e oltre. Come l’energia terrena anche l’energia divina scorre inevitabilmente dentro questa strada, noi possiamo accorgerci di essa come no, con la stessa attenzione di come ci accorgiamo o meno delle tante persone che ogni giorno incontriamo nei nostri percorsi. Il Padre, il cielo, il divino è quell’energia che l’ intelligenza innata di ogni uomo, per quanto possa definirsi ateo, sa che esiste in qualche luogo oltre la Terra, è il principio che feconda e rende fertile la Terra, è la legge che scandisce i tempi biologici, è la potente forza creativa orientata e focalizzata alla realizzazione degli scopi.

Chi pensa che il divino sia presente solo nell’ astrazione, nel distacco dalle questioni umane, nelle condizioni d’ isolamento, è in errore. La scintilla divina, oscurata dagli eventi frettolosi, dalla distrazione, dalla superficialità, è sempre presente nella vita quotidiana di ogni uomo, il divino è dentro di noi, dobbiamo solo scostare il velo di Maya per imparare a comprenderlo, a sentirlo, per riportare ordine e senso alle nostre esistenze. Un buon aiuto per staccare la spina dalle pressioni del mondo e accedere alla nostra intelligenza più profonda, alla scintilla divina in noi, è la meditazione. A cosa serve, ai fini pratici, meditare? E’ possibile dedicarsi alla meditazione vivendo questa vita frenetica che ci spinge sempre più distanti dal nostro “centro”? La risposta è semplice. Fin dal passato più remoto ogni uomo ha ricercato delle vie, dei metodi, che lo aiutassero a comprendersi, a vivere meglio, a mantenersi in salute, a sentirsi potente, sicuro ed appagato, padrone del proprio cammino. Da sempre ogni uomo si è ritrovato a dover superare gli enigmi e le difficoltà dei propri dubbi esistenziali, atroci abissi per la serenità.

Con scarsa salute e scarsa serenità la vita diventa una difficile lotta alla sopravvivenza, il risultato delle azioni che compiamo si verifica inappagante, si è costantemente alla ricerca di qualcosa di migliore che non si trova, e si avanza brancolando nel buio. Quando pratichiamo la meditazione possiamo porre fine alle nostre ricerche improduttive ritornando in contatto col nostro “centro”, quella parte di noi che tutto conosce, e che tutto sa. Civiltà altamente tecnologiche, come quella statunitense, hanno rilevato che attraverso una pratica costante di meditazione si possono alleviare molti mali del vivere attuale, poichè il meditare con costanza dissolve lo stress psicofisico e ripulisce pian piano la mente dal turbinio incessante e logorante del pensiero. La qualità della vita e anche molte malattie traggono indubbio giovamento da questa pratica, che per aiutarci veramente deve divenire quotidiana e metodica, come lavarsi i denti. Nello yoga classico “Pratyahara” significa allontanare le “indrie” dagli oggetti del mondo materiale. Pratyahara è il passo con cui il praticante impara a tenere a bada i “tentacoli” della coscienza, che in sanscrito si chiamano “indrie”.

Questo distacco offre la possibilità di entrare negli strati più sottili dello spazio pluridimensionale, aiuta a uscire dal guscio materiale. “Dharana” è il mantenimento della concentrazione corretta , l’ attenzione si posa un oggetto e non se ne distacca, lentamente la coscienza si espande fino a sentirsi un tutt’uno con l’oggetto e arriva a percepire il divino. “Dhyana” è la “visione” il passo che precede “Samadhi”, l’estasi , il culmine del processo meditativo, il contatto col divino. I quattro stadi sono intimamente legati, il saggio Patanjali li definisce con un unico termine: “ Samyama “, perché i loro effetti non possono esistere separatamente, costituiscono il processo meditativo che ci permette di avere accesso a una intelligenza più vasta e profonda, a una realtà diversa da quella che ci possono offrire i nostri sensi e le nostre percezioni normali. Per meditare occorre innanzi tutto la volontà e la disciplina di prendersi questo impegno quotidianamente, meglio all’alba o dopo il tramonto, meglio alla stessa ora. E’ preferibile che lo stomaco sia leggero, meditiamo a stomaco vuoto o dopo un pasto frugale.

Scegliamo la zona della casa che ci piace di più, dove ci sentiamo meglio. Diamo aria alla stanza per una decina di minuti, accendiamo un bastoncino d’incenso o una candela, prepariamo a terra una coperta e un cuscino con poco spessore. Vestiremo abiti lenti e comodi, ci siederemo a gambe incrociate in una posizione che sentiamo agevole, posizionando e mantenendo la schiena ben eretta. Nei primi tempi possiamo facilitare appoggiando la schiena a una parete, mettiamo poi il cuscino sotto il coccige. Non è indispensabile, ma se ci fa piacere possiamo aggiungere un sottofondo musicale appropriato. Rilassiamo ogni parte del corpo posando su di essa l’ attenzione per percepirne le eventuali contratture che provvederemo a rilasciare, poi ascoltiamo il flusso del respiro naturale che passa attraverso le narici, sia quando inspiriamo che quando esaliamo l’aria. Manterremo l’attenzione ferma all’ascolto del flusso respiratorio, senza permettere alla mente di divagare. Ogni volta che perderemo la concentrazione, con molta tolleranza e calma, ci ricondurremo ad ascoltare il respiro.

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