Sulla vicenda della piccola ‘Maria’, la bambina bielorussa ospitata dalla coppia di Cogoleto (Ge)

La vicenda che in questi giorni è dibattuta sui giornali relativamente alla bambina ‘Maria’ di genitori ospitanti di Genova, contiene un serie di gravi inesattezze. Ci interessa fornire qui una cornice tecnica, psicologica e psicoterapeutica in grado di bilanciare l’informazione di una parte dei mass media che fino ad oggi – sotto il punto di vista psicologico – è stata superficiale e profondamente carente.

È profondamente negativo demonizzare un popolo, soprattutto per i bambini che vi appartengono. La Bielorussia è loro paese di nascita ed è fondamentale aiutarli a mantenere internamente un buon ricordo delle loro origini, per quanto è possibile. Se gli adulti creano una dualità: “là sono cattivi mentre qui siamo buoni”, rischiano di manipolare e strumentalizzare un trauma per creare una scissione interna, molto pericolosa per la salute psicologica dei bambini. Non ci devono essere oggetti interni scissi. Ma bisogna, come educatori e società, aiutarli ad unificare, allo scopo di elaborare profondamente e farsi gradualmente una ragione delle violenze subite dall’abbandono o dalla morte dei genitori biologici.

La finalità deve essere quella aiutarli a separarsi interiormente dai traumi del passato, ma in modo sano e andare verso un futuro sano e non essere rapiti o strappati dal loro paese. Questi bambini devono fare pace con la loro storia e non la guerra.

Comprendiamo in pieno il dolore di questa bambina e questa coppia di Cogoleto. Ma non pensiamo che questo sia il modo di gestire il dolore e la violenza. In generale questi sono bambini che hanno molto sofferto, sono infanzie difficili esattamente come tanti bambini italiani che sono nelle case-famiglia: orfani o portati via a famiglie dichiarate incapaci o temporaneamente inabili. Ma i bambini bielorussi hanno in più questa opportunità di viaggiare in Italia, in Inghilterra, in Spagna. Se le Istituzioni sono conniventi e avallano che una coppia possa violare la legge e rapire un minore, si mettono a rischio tutti i viaggi di risanamento e viene così messa a rischio la salute psicologica di altri 30.000 bambini: infatti saranno loro a rischiare il suicidio se effettivamente venissero fermati i viaggi di risanamento.

Le notizie che in questi giorni rimbalzano sui giornali italiani, giungendo in Bielorussia inevitabilmente creeranno ulteriore sofferenza, panico e ulteriore disorientamento nei 30.000 bambini in spasmodica attesa di tornare in Italia. Per molti di loro, il viaggio di risanamento è l’unico spiraglio di luce affettiva che li aiuta ad affrontare l’inverno e la loro frammentata e difficile esistenza.

Essere genitori significa aiutare i figli a crescere, non solo nel corpo, ma anche e soprattutto interiormente, nella vita psichica, esistenziale e spirituale. Significa sapere esercitare l’ascolto dei bambini e aiutarli a realizzare i loro progetti, le loro aspirazioni, aiutarli a diventare uomini e donne, forti e sani. Chi si avventura nel percorso dell’adozione, dell’affidamento e – ancor di più come in questo caso – dell’ospitalità deve poter essere un genitore migliore di altri, perché ha a che fare con i tanti traumi e dolori che sono incisi nel passato di questi bambini. L’adozione o l’affidamento sono viaggi d’amore bellissimi, soltanto se anche gli adulti accettano di crescere insieme con i figli.

Questo episodio rivela la necessità – per una famiglia che intenda diventare affidataria o ospitante – di avere una specifica preparazione e un adeguato training. Il caso di Maria non è infatti unico e isolato come si vorrebbe far credere. Non si tratta di un caso estremo, un particolare caso umanitario. Si tratta piuttosto di un fenomeno certamente molto grave ma all’interno di un generale contesto di degrado ambientale e sociale come può essere la provenienza di un bambino che si trova in Internato. Una famiglia che intenda diventare ospitante deve sapere che il bambino che gli verrà affidato sarà pieno di cicatrici psicologiche e non può illudersi che ‘basta tanto amore’. È invece necessaria una preparazione specifica che aiuti la coppia ospitante a capire, sopportare ed elaborare un processo di cura interiore delle ferite del bambino. Si tratta di pre-digerire gli eventi dolorosi e restituirli al bambino in una forma che egli può progressivamente elaborare. Un lavoro continuo, costante, progressivo, faticosissimo, a volte estenuante. Tutti questi bambini sono ‘violentati’ – è la loro storia, in Bielorussia come in tutte gli altri orfanotrofi del mondo, Italia compresa.

La stragrande maggioranza delle famiglie ospitanti hanno svolto questo compito in modo mirabile, sapendo trasformare il dolore di questi bambini in un rapporto d’amore con le famiglie: ci sono centinaia di testimonianze su questo. I genitori ospitanti – più di altri – devono essere preparati alla lacerante esperienza della separazione. Questi bambini non appartengono a quella famiglia, ma sono destinati – per convenzione – ad essere restituiti all’ambiente da cui provengono. Alcune famiglie si illudono teoricamente di essere preparate ad affrontare la sofferenza del distacco: ma nella pratica poi constatiamo una serie di difficoltà che rivelano la profonda incapacità della famiglia ad affrontare questo straziante e dolorosissimo momento.

Ammantarsi – con la gravissima connivenza di istituzioni civili e religiose – dell’aura di salvatori dei diritti civili significa non essere in grado di gestire dolori e ferite gravi come quelle sofferte da questi bambini.

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