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Musica ed “Effetto Mozart”

Un tema di grande interesse “Arte e neurogenetica” ha aperto i lavori del IV° Congresso Internazionale “Genetics and Regeneration in Neuroscience” organizzato a Terni dalla Fondazione Agarini.
Come agisce la musica sul nostro cervello? E’ in grado di evocare emozioni soltanto nei soggetti educati e che hanno una vasta cultura musicale oppure è in grado di influenzare positivamente anche le persone prive di specifica cultura nel settore? La risposta giusta sembrerebbe essere la seconda: è quello che hanno concluso alcuni ricercatori inglesi a proposito del cosiddetto “effetto Mozart” consistente nel miglioramento delle prestazioni mentali ad opera di alcuni scolari cui era stata fatta ascoltare la sonata in Si Maggiore del celebre musicista di Salisburgo. Del resto, è stato affermato nel corso dei lavori, non è a tutti noto che attualmente si stanno effettuando studi che testimoniano l’importanza della “musicoterapica” ovvero delle capacità di quest’arte di influenzare positivamente il decorso di alcune malattie in ambito psichiatrico e alcuni disturbi della psicomotricità.

“Alcune malattie genetiche – ha ricordato il prof. Alberto Freddi chairmen della sessione – hanno inciso nella storia della musica e, paradossalmente, anche in senso positivo: basti pensare alla “Sindrome di Marfan” che è un’affezione caratterizzata da diversi sintomi – a livello cardiaco, respiratorio, osteorticolare etc. – e nel caso che a noi interessa, anche da una particolare lunghezza delle dita, che sono iperestensibili e capaci di movimenti che non riescono nel soggetto normale. Infatti, molti musicisti famosi come Paganini, Rachmaninoff, Clementi, proprio in virtù di questa malattia erano in grado di effettuare notevoli performance, assumendo agevolmente posizioni che per altri musicisti apparivano impossibili, o al massimo ottenibili con estrema difficoltà.

Non vi è dubbio – ha concluso Alberto Freddi – che particolari connotazioni genetiche predispongono alla migliore capacità di comprensione e di espressione in ambito musicale. Tant’è che vi sono soggetti musicalmente “dotati” ed altri che abitualmente definiamo “stonati”, ovvero incapaci di riprodurre una melodia o di riconoscerla dopo qualche nota.

In termini più corretti, i soggetti stonati vengono definiti affetti da “sordità tonale” o più raramente da “sordità ritmica”. In particolare nel corso dei lavori è stato sottolineato che vi sono soggetti affetti da patologie degenerative a livello cerebrale come l’Alzheimer che non sono in grado di riconoscere un brano musicale molto noto – ad esempio l’inno del proprio paese – ma sono invece perfettamente in grado di riconoscere immediatamente il brano in questione se l’esaminatore pronuncia le parole dell’inno. Questo difetto di riconoscimento di un brano musicale o la capacità di riprodurlo cantando, prende il nome di amusia. A volte la mancanza di riconoscimento dei suoni non si limita all’identificazione di brani musicali ma si estende anche ai suoni “ambientali”, ad esempio il miagolio di un gatto, il pianto di un neonati, etc. ed ecco che la situazione in questo caso si fa molto più seria.

Il prof. Luigi Amedeo Vignolo, neurologo degli Ospedali Riuniti di Brescia – ha parlato proprio di questi difetti cognitivi dopo un evento ictale, riportando risultati di una propria ricerca in pazienti colpiti da ictus cerebrovascolare con conseguente amusia.

In particolare, ha ricordato che coloro che hanno subito una lesione emisferica destra, perdono la percezione dei suoni ambientali e delle informazioni melodiche, mentre quelli colpiti da lesione sinistra, oltre a possibili disturbi del linguaggio, presentano per lo più forme di amusia del ritmo musicale, ciò che abitualmente si definisce “andar a tempo”. In conclusione, la relazione tra musica e cervello sta portando oggi a importanti e preziosi risultati per meglio capire e comprendere nei dettagli le malattie che principalmente colpiscono il sistema comunicativo delle persone: patologie che collegano linguaggio e arte quali l’amusia (ovvero l’impossibilità di esprimersi attraverso la musicalità e di riconoscere melodie note), l’afasia (ovvero la perdita di parola) e l’agnosia (l’incapacità di percepire), oltre allo studio su pazienti cosiddetti “anacustici”, cioè non in grado di riconoscere i suoni ambientali.

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