Riprogettare l’umano

Le persone che da anni lavorano su se stesse in un percorso di crescita personale non sono immuni dalle epidemie di paura. Ma in questi giorni sto osservando una profonda differenza di atteggiamento. All’epoca del coronavirus, alcune delle persone che seguo da tempo mi dicono, quasi timidamente, di sentirsi “spaventati di essere … ragionevolmente sereni”. Quasi imbarazzati a confessare che “… sì, ovviamente bisogna essere prudenti e seguire le regole … ma se devo essere sincero, io non mi sento spaventato più di tanto. Dottore, mi devo preoccupare di .. essere tranquillo?”.

E come non comprenderli? Mantenere la calma quando tutti sembrano perderla, ti fa sentire un marziano. O quantomeno uno sciocco che non ha capito nulla, visto che così tante persone si abbandonano a scene di isterismo collettivo.

Conoscere la propria fragilità

La mia sensazione è che le persone che fanno un percorso di crescita personale hanno – in questi giorni di psicosi globale – un naturale atteggiamento ragionevolmente pacato, perché a differenza del resto della popolazione mondiale,  hanno da tempo già fatto i conti (e continuano a farli) con la propria fragilità. La conoscono, lavorano per conoscersi, e hanno imparato a familiarizzare con i mostri interni (angoscia e panico compresi).

Sia con la lebbra medioevale che con la peste manzoniana, i crocefissi riempivano le case. Un millennio prima, probabilmente si ritenevano più efficaci conchiglie magiche, ossa di animali o di potenti nemici uccisi in battaglia. Oggi invece si preferisce una nota marca produttrice di ipoclorito di sodio, ma la funzione dell’amuleto (dal latino amuletum, derivato da amoliri “allontanare”) è sempre quella di difesa protettiva. Il talismano, nell’immaginario antico (e anche moderno!) assume su di sé la forza cosmica che l’individuo desidera o sente di non avere. In tutti i casi, l’epidemia di panico ha avuto il pregio di aiutarci a svelare uno dei più velenosi mali del nostro tempo: la presunzione.

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Perché il mondo si scopre improvvisamente psicologicamente così insicuro? Perchè il panico è così contagioso? La mia sensazione è che molte persone – fino a ieri – sono state completamente immerse in una presuntuosa onnipotenza. Perchè fino a ieri, l’occidente – affetto dal dogmatismo scientista – si credeva potente oltremisura, quasi pronto a sbarcare su Marte per poi, da lì, dominare l’intero universo. Quando il terrorismo nel 2001 toccò i grattacieli del World Trade Center, uno dei motivi dello shock degli americani fu dovuto alla improvvisa consapevolezza che la guerra aveva toccato le vergini (dalle Guerre di Secessione in poi) terre d’America. Analogamente, l’occidente sviluppato e tecnologico avrebbe dovuto – almeno nella fantasia – essere immune e protetto perfino dai virus.

E’ stato uno shock. Improvvisamente e dolorosamente l’occidente si rivela debole, indifeso, tanto quanto il secondo e perfino il terzo mondo. L’immagine emblematica di intere città che nella notte si riempiono di grida e urla tra i grattacieli alla ricerca di contatto umano, sarà probabilmente un’icona rappresentativa di questa riscoperta insicurezza.

Il contagio di panico, anche quando immotivato ed esasperato, risveglia i mostri assopiti nelle zone d’ombra. Tra questi, certamente una profonda regressione dei processi cognitivi, che tornano a stadi di funzionamento arcaico (mors tua-vita mea, razzismo, intolleranza, ecc.). Mette in luce una inconsistente cultura esistenziale e un vuoto di valori che – in condizioni di ordinaria quotidianità – riesce ancora ad essere sopportato. Ma che in condizioni di eccezionalità, innesca una reazione a catena di angoscia e smarrimento. Come se la struttura della persona (che non conosce nulla del proprio inconscio) implodesse rapidamente, senza incontrare alcun ostacolo. Il coronavirus, in questa mia riflessione, è quindi soltanto un innesco, una spoletta detonante che mette in moto una esplosione più grande che purtroppo non viene né impedita, né contrastata da valori esistenziali profondi e radicati. Molte persone stavano già male, ma non lo sapevano.

La fragilità e il tema della colpa

L’individuo che non fa alcun lavoro di crescita interiore talvolta implode perché è del tutto impreparato ad affrontare le proprie zone d’ombra. Proiettando e spostando sempre le minacce interne sugli invasori esterni (di cui il virus è soltanto uno dei possibili rappresentanti), la persona finisce per ignorare anche i più elementari meccanismi emotivi che lo abitano. Presunzione, sensi di colpa collettivi e la colpa reale – come la definisce Antonio Mercurio – facilitano la penetrazione delle paure, spianano il terreno all’avanzare del panico, spalancano la porta all’angoscia, talvolta senza incontrare ostacoli.

Accogliere la propria fragilità rende più forti

Le epidemie passano, e anche queste epidemie inevitabilmente passeranno. Ma quali sono le necessarie riflessioni? Quali anticorpi avremo sviluppato domani? Quale sarà il vero vaccino?

Accogliere la propria fragilità non deve essere assolutamente frainteso come fatalismo o nichilismo. Non si tratta affatto di essere imprudenti, ingenui o addirittura spavaldi e smargiassi. Si tratta piuttosto di imparare a conoscere il proprio mondo intimo e segreto, familiarizzare con i propri meccanismi emotivi, acquisire dimestichezza perfino con i propri traumi inconsci e mostri interiori. Nelle scuole elementari – opportunamente – si studiano i passaggi pedonali, la capitale del Brasile, e che in Inghilterra i cani stanno sui tavoli: tutte cose preziosissime. Ma perché non inserire nei programmi anche la tabellina del 2 del proprio mondo emotivo? Non dico il Counseling Antropologico Esistenziale (che si studia all’Istituto Solaris): basterebbe soltanto l’ABC. Avremmo bambini (e poi adulti) che sanno attraversare la strada e che insieme sanno anche gestire – al meglio che possono – le loro paure, le crisi emotive, i lutti, le separazioni di coppia, senza dover per forza finire sui giornali.

Dalla fragilità alla resilienza e alla proattività

É interessante riflettere individualmente su come – ognuno di noi – può trasformare un evento negativo in uno positivo. Collocarsi in questo sistema di riflessione richiede che non sempre le trasformazioni riguardano il mondo esterno. Se vogliamo sviluppare nuovi anticorpi per le future apocalissi emotive, dobbiamo costruire – certamente ospedali, vaccini, e strutture sanitarie – ma anche strutture interiori, steccati e corridoi per i nostri flussi emotivi. Gli argini dei fiumi non si costruiscono per i periodi di siccità o di bonaccia: si costruiscono perché siano – lì pronti – quando si tratterà di affrontare le piogge torrenziali.

La velocità con cui si è diffuso il panico (e anche il coronavirus) nel mondo, senza fermarsi dietro ai muri, senza farsi impressionare dalle leggi anti-immigrazione, dalle culture diverse, dai confini delle Nazioni, dai soldati alle dogane, dimostra inequivocabilmente che siamo tutti connessi. Siamo tutti come singole cellule di un unico organismo che oggi è chiamato a trasformarsi, a riprogettarsi, crescere e rafforzarsi. Una civilità globalizzata è un organismo che è chiamato a ripensare profondamente il modo di percepire se stesso e di percepire l’umano e il divino che è dentro di noi. Saper ad esempio, coltivare e sviluppare pazientemente un sano Sè corale, significa ritrovarsi poi – nei momenti di difficoltà – una forza immensa, un vero e proprio argine per resistere all’inondazione.

Accogliere la fragilità, conoscersi interiormente non vaccina da nulla: ma rende sicuramente più forti, perfino immunologicamente! Insieme alla Vitamina C, sviluppiamo anche anticorpi spirituali che la Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia riconosce come potenti difese, veri e propri strumenti di protezione dell’organismo.

Uno dei modi per essere – non solo resilienti nei momenti difficili – ma perfino proattivi è quello di imparare a distinguere – con un paziente lavoro interiore – la differenza tra un evento esterno e la sua rappresentazione interiore. Molta parte del dolore esistenziale non è sempre dovuta all’evento esterno, ma spesso è dovuta alla rappresentazione interiore, alla narrazione simbolica di quell’evento. Facciamo un esempio. Dice Alex Zanardi – ex pilota di Formula 1 – in un’intervista a Candida Morvillo del Corriere della SeraCome ha spiegato a suo figlio che il papà non aveva più le gambe? – Aveva tre anni e ha percepito le protesi come qualcosa che mi rendeva speciale. Gli piaceva che, giocando a nascondino, potessi infilarmi in buchi in cui non stava nessun altro!

In questo racconto, la perdita delle gambe – evento indubbiamente terribile – è rappresentato quasi come un paradossale vantaggio, perfino una sorta di irragionevole privilegio che consente nuove potenzialità, pur senza togliere nulla alla sua tragicità. In questo racconto, traspare una concreta accoglienza della propria fragilità, ma usata – non per lamentarsi – ma per creare Bellezza.

Nel mio articolo sul Dolore come Crescita post-traumatica, propongo di vedere la resilienza come la capacità di affrontare i traumi della vita, di superarli e di uscirne rinforzati e addirittura trasformati positivamente.

Borys Cyrulnik, Neuropsichiatra francese sfuggito alla deportazione nazista, nel suo libro “Il dolore meraviglioso” sostiene proprio che il trauma può presentare due aspetti: uno legato all’evento che produce la rottura dell’omeostasi delle dinamiche interne all’organismo, l’altro connesso alla rappresentazione soggettiva dell’evento e delle sofferenze che ne derivano, con ripercussioni sulle dinamiche personali e relazionali.

Zanardi dopo l’incidente che gli ha strappato le gambe, “… ha vinto in handbike sei medaglie paralimpiche e otto ori mondiali. Dopo otto arresti cardiaci, tre giorni di coma, sedici operazioni, un’estrema unzione … prova le protesi, fa la riabilitazione, sale in macchina e va a finire i 13 giri inconclusi del circuito di Lausitzring” (luogo dell’incidente in Formula 1). Oggi si sta preparando per l’Ironman di Tokio 2020.

Anche quando non possiamo modificare le circostanze esterne, anche nelle situazioni di maggiore angoscia e terrore, anche quando il destino sembra agire contro di noi e siamo paralizzati dalla paura, possiamo sempre ricordarci che non siamo completamente impotenti. A condizione di accettare che, se non possiamo cambiare le condizioni esterne, possiamo sempre cambiare noi stessi. Possiamo ancora scegliere il nostro atteggiamento verso ciò che stiamo affrontando. Come afferma Antonio Mercurio, anche nei momenti di maggiore difficoltà, l’individuo ha sempre la possibilità di decidere: ha sempre un quantum di Libertà.

Usiamola per cambiare.

 

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Direttore dell'Istituto Solaris - Sophia University of Rome. Allievo del Prof. Antonio Mercurio. Psicologo, Psicoterapeuta, Antropologo cosmoartista, Counselor Supervisor del CNCP - Coordinamento Nazionale Counsellor Professionisti. Ha scritto undici libri, centinaia di articoli per molte riviste, tenuto numerose conferenze e partecipato a molti congressi nazionali e internazionali.

3 COMMENTI

  1. Grazie di cuore Giampiero, per queste parole che ci riportano all’umano senso di cio’ che accade fuori di noi per conoscere e comprendere cosa c’e’ dentro di noi…. a che punto siamo della nostra crescita.

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