alda merini

Arte e psicofarmaci

Dell’Alda Merini di oggi sappiamo quello che ci racconta lei con le sue poesie, i suoi scritti e le sue parole dirette. Del suo passato sappiamo quello che dicono i vari biografi o che a sprazzi esce dai cassetti. Da quelli virtuali della memoria e da quelli più reali dei luoghi in cui ha vissuto, primo fra tutti il manicomio in cui rimase internata per quasi un decennio a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. L’esperienza del manicomio è stata centrale non solo nell’esistenza, ma anche per l’opera di Alda Merini la quale, dopo essere stata restituita alla sua famiglia e al suo mondo, ha avviato una riflessione sulla vita all’interno dell’istituto che ha prodotto liriche e prose di grande intensità.

Ma cosa racconterebbero di lei i medici che l’ebbero in cura? Cosa direbbe ed esempio “il dottor G”, destinatario di gran parte della serie di fogli scritti da Alda Merini nel lungo periodo di internamento e usciti dopo più di trent’anni da uno di quei cassetti proprio di recente?

Il giornalista del Corriere della sera Paolo Foschini, è andato a trovarlo il giorno dopo il suo compleanno e la testimonianza raccolta è davvero sorprendente.

“I suoi ricordi come è evidente sono un fiume” scrive Foschini. E non potrebbe essere altrimenti visto che il 9 febbraio il “dottor G”, alias Enzo Gabrici, ha compiuto 100 anni, 37 dei quali trascorsi come primario dell’ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano. Praticamente ha vissuto sia l’era dei manicomi sia la loro chiusura.

Nella sua lunghissima vita Gabrici ha conosciuto migliaia di pazienti ed è stato tra i primi a esaminare le menti dei ragazzi di Medjugorje, ma se ora si sofferma sulla poetessa che seguì nel calvario del suo internamento psichiatrico è più per renderle omaggio che per soddisfare la curiosità di chi ascolta: «In realtà – dice Gabrici – la sua era una situazione emblematica. Era come se la sua insopprimibile vena artistica, la sua sensibilità, avesse finito per scontrarsi con una vita familiare che forse non le corrispondeva, e questo l’aveva schiacciata». Fu proprio l’arte, invece, a salvarle la vita: «Sì, non gli psicofarmaci. Averla restituita all’arte: questo la salvò».

Questo non significa negare o sminuire il ruolo della scienza.

«Credo di essere stato tra i primi a verificare l’utilità del pentothal per la rimozione di certe forme di shock, – racconta Gabrici all’inviato – ricordo una donna rimasta muta dopo la perdita della figlia e un alpino impazzito al termine del seconda Guerra mondiale i cui problemi furono risolti grazie a quel siero». I suoi esperimenti divennero un film-documentario girato all’epoca con l’amico Dino Risi, Il siero della verità.

Semmai «Il problema del mondo di oggi è che gli uomini hanno finito con l’illudersi – e purtroppo ci credono – di poter avere ogni aspetto della loro vita, sempre e comunque, sotto controllo grazie alla scienza. E hanno dimenticato lo spirito, l’amore, il mistero, insomma tutto l’imponderabile che invece racchiude così tanta, tanta parte di noi… ma io no, io non l’ho dimenticato mai. Neppure oggi che ho cent’anni».

Fonte: arteesalute.blogosfere.it

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