L’Amore vero è quindi quanto di più lontano possa esserci dalla perfezione assoluta
In fondo, tutti crediamo nel Grande Amore, quell’unione che cambia la vita per sempre e che la trasforma in un sogno di fedeltà, rispetto, gioco e complicità. È come se fossimo intimamente programmati a cercare nel partner qualcosa di più che una semplice occasione riproduttiva. La Natura ci ha dotati di tutti gli strumenti necessari per procedere lungo il ciclo della riproduzione della Vita, ma invece di fornirci anche gli strumenti per un solido rapporto di coppia, ci ha dotati soltanto del sogno e dell’aspirazione a realizzarlo. Nel momento quindi in cui ci apprestiamo a costruire un ‘grande amore’ ci troviamo invece di fronte ad un inaspettato ‘grande vuoto’. L’unico elemento che possediamo a farci da bussola è il sogno, ma tutto il resto sembra proprio da costruire da zero. L’aspirazione a realizzare il grande amore assoluto ci guida lungo un territorio pressoché sconosciuto, che dapprima tentiamo di esplorare attraverso gli istinti e le pulsioni. Accade quindi che due innamorati provino il desiderio di conoscersi intimamente e sessualmente. Ma anche questo non basta a costruire un grande rapporto di coppia.
Tentiamo poi attraverso la cultura, i costumi, le abitudini per capire se questi elementi possono aiutarci. Anche qui però siamo destinati a confrontarci con differenze, false idee pedagogiche, dogmi formativi, abitudini stereotipate anche tra individui provenienti dalle medesime aree. È quindi comprensibile che le difficoltà di coppia siano comuni a tutte le fasce sociali, senza distinzioni di censo, latitudine, livelli di istruzione o di cultura.
Il grande sogno di coppia rimane – a questo livello – ancora un territorio sostanzialmente inesplorato. Strumenti come gli istinti e la cultura, per quanto indubbiamente utili, non sono assolutamente sufficienti e il ‘grande sogno’ rischia di rimanere una grande illusione.
Per tentare di comprendere meglio, dobbiamo fare un salto, o meglio un tuffo sotto la superficie dell’oceano e cominciare ad esplorare anche ciò che non è immediatamente visibile. Immersi nelle acque calde e limacciose del ventre materno, il bambino vive sommerso da una dolce completezza biologica e psicologica. In quella dolce oscurità, fluttuante e senza peso, cullato dalla risacca del respiro della madre, il bambino non conosce il significato del bisogno.
Non conosce il bisogno di rimanere caldo, non conosce il bisogno di respirare, né cosa siano i morsi della fame o della sete. Non conosce nessuno dei meccanismi di adattamento, di pesi e contrappesi, che l’organismo adulto impiega per mantenere l’equilibrio e l’omeostasi. Potremmo immaginare questo stato paradisiaco come uno stato di perfezione assoluta: una perfezione non pensata, ragionata, ma profondamente vissuta. Inspiegabile a parole perché ‘sentita’: una perfezione beata e totale che non ha un corrispettivo cognitivo (il sistema nervoso è ancora in formazione), ma soltanto una verità arcaica di cui l’adulto percepirà vaghe ed imprecise tracce mnemoniche. Eppure, per quanto fluttuanti, approssimativi e indefiniti, i vissuti intrauterini rappresentano una sorta di proto-ricordi: forme antiche di memoria non basate sui cinque sensi (tipiche dei ricordi adulti), ma ancorate ad un supporto biologico e cellulare. In altre parole, nessuno può ricordare – nel senso di ricordo adulto – la propria vita intrauterina, perché il sistema nervoso in quella fase non ha ancora sviluppato né il ‘magazzino-archivio’ né tantomeno il ‘sistema di archiviazione’.
Eppure il ricordo di questo periodo di beatitudine è presente – in forma ancestrale – in ogni essere umano di qualsiasi latitudine, epoca storica o cultura. Esso prende forma nel Mito, nelle Leggende dei popoli, nelle tradizioni orali e scritte di tutte le civiltà. Solo per fare un’esempio, nel Libro della Genesi si racconta che Adamo ed Eva vivessero in un Paradiso terrestre, dove l’unica proibizione era quella dell’albero della Conoscenza. Posseggono quindi ogni cosa, ma debbono rimanere ‘incoscienti’ nello ‘Stato di natura’ in cui Dio li ha posti. Mangiare il frutto della Conoscenza e uscire quindi dall’incoscienza di sé, significa abbandonare per sempre il Paradiso.
L’oceano è in tempesta e il feto si incammina, costretto da spinte potenti che lo comprimono lungo l’angusto canale uterino. All’uscita lo accoglie un lampo di luce abbagliante, un freddo glaciale ed improvviso che ha portato la temperatura da 36 a 20 gradi nel giro di pochi secondi, manca l’ossigeno, rumori intollerabili e il suo stesso peso – non più fluttuante nel liquido amniotico – che ora lo schiaccia su se stesso.
Il piccolo corpo è attraversato da sussulti e per la prima volta anche da dolore, fino a che il tessuto polmonare – come le ali di una farfalla appena uscita dal bozzolo – si svolge, si dispiega, si allarga e i polmoni vengono improvvisamente gonfiati dalla prima bruciante boccata d’aria. Ma non è finita qui. Ora qualcosa fa salire l’angoscia: una sensazione sgradevole, qualcosa che crea un buco. La Fame, e la vita è già minacciata.
La fusione iniziale viene però parzialmente ripristinata da un’altra pelle, un altro odore, qualcosa che sa di latte e di morbido, di buono, di caldo e di tenerezza infinita. Ritorna la felicità perfetta e completa: un meraviglioso benessere pervade intensamente il bambino. Sorriso, solletico, occhi, baci leggeri, attenzione, profumi, cura e tanta dolcezza. Una nuova incantevole perfezione sembra aver sostituito la precedente, ma questa sarà profondamente diversa: ha una durata limitata e non sarà infinita.
Ecco quindi le radici del grande, assoluto e perfetto sogno d’amore. Una relazione di coppia che possa idealmente ripristinare questo senso di totale completezza, assoluta fusione, illimitata beatitudine, verità incondizionata, intesa universale e suprema interezza.
Ma proprio mentre pronunciamo il sogno, esso rivela il profondo inganno che vi è celato.
Fintanto che l’individuo intimamente rifiuta e si oppone alla propria Nascita, pretenderà che il proprio rapporto di coppia si adegui al sogno paradisiaco. Da ‘sogno’ esso quindi diventerà ‘incubo’: l’incubo di un partner sempre imperfetto e incapace, di una relazione sempre non all’altezza, perseguitati da quel-qualcosa-di-indefinibile che manca. Ritorna quindi il senso del grande vuoto, di ciò che è incolmabile, di un pozzo che non conosce fondo e che non potrà mai essere riempito. Ribellarsi alla propria Nascita psicologica significa pretendere una sorta di risarcimento dalla Vita – o ancora peggio – dal proprio partner. È come se una parte di noi stessi – inconscia e sconosciuta – pretendesse ancora di recuperare la perfezione assoluta e l’amore incondizionato di cui conserviamo una lontanissima ed arcaica traccia mnemonica. Questa posizione pretenziosa e onnipotente impedisce all’individuo di entrare veramente in contatto con l’Altro, e di conoscere l’Amore umano. Avviarci lungo l’illusione di un grande, unico, assoluto ed eterno rapporto di coppia, significa rimanere ancorati ad un irraggiungibile ideale di perfezione.
Si tratta di un errore che ancora oggi è difficile estirpare dalla coscienza umana. I costumi e i miti ci aiutano a comprendere quanto profonda e radicata sia questa illusione e quanto abbia attraversato ogni epoca storica. Platone propone il cosiddetto mito delle ‘Anime gemelle’, un artificio filosofico che tenta una spiegazione all’infervorata ricerca passionale. Secondo Platone, le anime prima della nascita vivono nell’Iperuranio in una stato di perfetta armonia. Ma alla nascita, l’anima viene separata in una parte maschile e in una parte femminile, le quali vanno ad abitare corpi con le rispettive sessualità. Il compito degli esseri umani è quello di cercare l’altra metà, quella parte mancante che gli restituirà il senso di completezza e di pacificazione interiore. Intere generazioni di giovani e adolescenti, pervasi dal medesimo bisogno di opporsi intimamente alla perdita del paradiso intrauterino, si avviano lungo la ricerca di un partner che risponda a quella che appare – illusoriamente – una richiesta di perfezione del tutto legittima. Al tempo di Petrarca con l’Amor cortese, torna la ricerca di un partner perfetto, vissuto nella figura della donna angelicata, tanto ideale e idealizzata da essere il tramite tra l’Uomo e il Divino.
Fino ai tempi moderni, da Goethe a William Blake, Nietzsche, nel Romanticismo di Vittorio Alfieri, Foscolo e alla ricerca di infinito di Leopardi.
Il modello di amore intrauterino è un modello profondamente radicato nell’animo umano e da cui è quindi necessario liberarsi. Da esso – inconsciamente – deriva la ricerca di un amore di coppia assoluto e totalizzante, del tutto avulso dalla realtà dell’Altro. Questo modello, quando non viene riconosciuto come uno schema mentale limitante, finisce per essere il Vaso di Pandora della relazione di coppia, il luogo da cui scaturiscono tutti i mali del mondo. Il bisogno di amore assoluto e perfetto infatti entra in conflitto con i bisogni di autonomia del partner, il quale spesso si sente imprigionato e soffocato da una richiesta implicita prevaricante. Invece delle porte del paradiso, si spalancano le porte dell’abisso: pur partendo da un analogo bisogno di amore perfetto, i due partner si ritrovano un inferno di pretese, accuse reciproche, ripicche e mortificanti giochi di potere.
Finché l’individuo non elabora il lutto della perdita del paradiso intrauterino, egli è condannato a relazioni di coppia frustranti e dolorose, tanto più perché egli si sente motivato da una ricerca legittima, innocente, bisognosa di felicità estrema.
Una reale elaborazione del lutto intrauterino passa quindi dalla profonda accettazione che nell’amore tra adulti, i partner non sono inseparabili. Da un punto di vista logico-razionale, tutti gli adulti sanno che l’amore può finire, ma in un angolo della loro anima, sperano di sbagliarsi. Questo è uno dei tanti modi in cui il lutto non viene elaborato e la frase “Tu ed io siamo una cosa sola!” viene soltanto nascosta in attesa di tempi migliori. Ed ecco che ad ogni nuovo innamoramento torna quello stato di grazia, quel rapimento magico ed estatico che riporta lo stato fusionale di condivisione assoluta. Con il nuovo innamoramento torna l’idealizzazione del partner, dove ognuno non vede l’altro per ciò che veramente è, ma per ciò che vorrebbe che fosse. In altre parole, lo vede come vuole vederlo, cancellando ogni tratto che preferisce non intendere. È uno dei momenti più gioiosi della vita, dove ognuno cerca di conformarsi a ciò che ritiene che l’Altro pensa e mostrandosi o sforzandosi di essere simili. Il bisogno fusionale del modello intrauterino viene ripescato dal fondo e riattualizzato, come in una sorta di rivalsa e di attesa finalmente soddisfatta.
Ma con il passare del tempo, la fusione totalizzante riduce a tal punto le distanze che l’intimità – continuamente violata – finisce per dissiparsi. Vivendo per l’Altro e attraverso l’Altro si sviluppa la dipendenza, quel bisogno perentorio di essere amati senza esclusioni, senza incertezze e senza la minima assenza. Affiora la pretesa e la possessività, dove il partner che ama esige che l’Altro gli appartenga. I partner quindi vengono progressivamente svuotati dell’aura di perfezione divina che li ammantava e vengono declassati al ruolo di ‘oggetti’. Ci si rende gradualmente conto che il modello di amore intrauterino che proclama la fusione totale come il massimo dell’intimità, ne è invece la morte. L’amore sopravvive e si nutre di Libertà: di due individualità che decidono reciprocamente di donarsi con le loro legittime differenze. I partner sentono di potersi intimamente affidare all’altro perché – nella Libertà – essi possono donarsi e poi riprendersi, nel rispetto sia dell’Amore ma anche dell’individuo ormai ‘nato’. Le differenze nutrono l’autonomia, mantengono vivo il fuoco del desiderio.
L’attrazione nasce dall’asimmetria e presuppone la disuguaglianza come fonte di curiosità e di vitalità. L’Amore vero è quindi quanto di più lontano possa esserci dalla perfezione assoluta: esso nasce – come la Fenice – dalle ceneri del proprio perfezionismo, dalla caduta dell’onnipotenza. L’Amore vero nasce dall’umiltà e dal desiderio di crescere in un progetto di coppia reale.
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I commenti e i voti dei lettori
ecco finalmente un articolo sincero e vero su questo tema vasto e incompreso da molti..., Voto: [10] - Cin , Voto: [10] - giannaquesto e stato un articolo, dei piu interesanti che io abia, mai leto., Voto: [10] - bekimInteressante, Voto: [10] - Dott Costantini Mauronella verità di questo articolo ripongo la mia speranza e la mia fiducia per..."amore vero lontano dalla perfezione assoluta...." Grazie di cuore , Voto: [10] - LuanaBellissimo articolo,complimenti! Ecco la mia personale definizione poetica della parola AMORE." Oh amore, energia pura, armonizzante e unitiva, eterna e infinita, vera essenza della vita"., Voto: [10] - AntonelloHO VOTATO CON 9 INVECE DI 10, SOLO PERCHE' NON CREDO NELLE VERITA' ASSOLUTE E QUINDI LASCIO SPAZIO ALLE CONFUTAZIONI E ALLE CONTRADDIZIONI., Voto: [9] - ALDOChe l'amore come ci hanno insegnato nei film (e vissero tutti felici e contenti) non esista è cosa ormai sicura.Basta guardare le statistiche dei divorzi.Ma è pur vero che mancano le basi e i principi morali per perpetuarlo nel tempo., Voto: [10] - gaetanoCondivido quello che è stato scritto, si guarda più la perfezione e meno la realtà , Voto: [10] - Albertadopo anni passati a chiedersi i perché di certi "drammi" senza avere risposte.........
****Illuminazione.....*********, Voto: [10] - Fiorella