Pretesa e dono

Tra i macigni che pesano sul cuore delle persone creando incomunicabilità e a mio parere un inutile spreco di energie, c’è la pretesa. Penso alla pretesa come ad un impedimento, qualcosa che ci trattiene su posizioni/ferite molto vecchie, ferite per le quali non sentiamo nessuna possibilità di guarigione o di riparazione perchè incatenate ad un progetto vendicativo da portare avanti per tutta la vita. La pretesa è come un abito sartoriale confezionato su misura per ognuno di noi, che si adatta alle diverse storie personali, alle diverse forme dei corpi, ma che a livello più profondo ci parla di dolori comuni che non vogliamo sentire, di cui non vogliamo prenderci cura, per i quali al contrario chiediamo di essere risarciti. Non vogliamo ad esempio sentire il dolore della colpa per non amarci abbastanza, dolore per la rabbia che proviamo e che veicoliamo qualche volta su noi stessi, sul nostro corpo, altre volte la scarichiamo sugli altri. Più la ferita è grande, più la pretesa è forte, più è vecchia, avvolte precede anche la nostra nascita biologica, più è radicata, strutturata da non farci neanche accorgere di vivere nella pretesa.

Mi capita negli scambi con le altre persone, colleghi, amici, fidanzato, famiglia, di sentire ciò che l’altro dice, suggerisce, il suo punto di vista, ma in realtà non sempre riesco ad ascoltarlo, perché interiormente io sono fissata nel bisogno di avere ragione, impantanata nell’orgoglio narcisistico che non considera l’altro. Altre volte, ho potuto notare l’agire della pretesa nell’impazienza e nella passività, nel volere in pratica tutto e subito e possibilmente senza nessun impegno personale. Pretesa che qualcuno fuori di noi, munito della nostra delega onnipotente, ci riconosca e ci dia valore, qualcuno che prenda decisioni al nostro posto, che ci ami incondizionatamente, iniziamo prima con i genitori, poi con il marito, fino ad arrivare anche ai figli. Credo sia desiderio condiviso quello di realizzare una vita piena e gratificante, ma spesso, questo desiderio se pur legittimo, si fonda sulla pretesa che questa condizione ci spetta di diritto. Siamo noi con i nostri pensieri, con il nostro coraggio o non coraggio, con il nostro agire o non agire, con le decisioni di amore o di odio di tutti i giorni, che invece creiamo il nostro futuro e la nostra realtà presente, e perché no? anche con la nostra capacità o incapacità di desiderare e sognare nonostante tutto.

Ma la pretesa fra tutte le pretese, è quella verso se stessi, dolorosissima e figlia di un giudice interiore severo, che impone di non sbagliare mai, di fare tutto da soli, di controllare tutto programmando il più piccolo particolare, ma così ci sentiamo soli e sempre più arrabbiati, la menzogna si nutre, la catena delle pretese non si rompe mai, noi rimaniamo i bambini feriti di allora e adulti di oggi pronti a reagire in maniera smisurata. La pretesa è triste e senza speranza, ma noi vogliamo essere senza speranze e tristi? Cosa possiamo fare? Possiamo ammettere di essere arrabbiati e pieni di pretese, se non le accettiamo queste ci dominano maggiormente, possiamo accettare poi di percorrere la strada per arrivare a separarci dal nostro rancore e darci il tempo per farlo. Possiamo provare poco alla volta a lasciare andare, perdonare ciò che non è stato come volevamo che fosse, possiamo amarci un po’ di più e perdonarci per i pensieri distruttivi e i sentimenti di odio provati. La pretesa, ci fa vivere la vita come furto, un esercizio apparentemente facile per passare dal furto al dono, può essere quello di pronunciare la parola grazie.

Quando dico grazie ai miei genitori trasformo la figlia/bambina che pretende di essere sfamata, in figlia/donna adulta. Quando chiedo aiuto e lo ricevo e dico grazie, trasformo la bambina onnipotente/impotente che pensa di fare tutto da sola, o che non si da nessuna possibilità, in donna che vuole migliorarsi e realizzarsi. Quando ricevo amore e sostegno e dico grazie, accolgo le mie fragilità e quelle dell’altro, “io sono un dono per te e tu sei un dono per me”.

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