Dalla volontà di vendetta alla decisione del perdono.

Nel mio ultimo articolo ho parlato degli ostacoli, della possibilità che questi possano offrirci una strada, aprirci ad una nuova visione che possa comprendere al suo interno il riconoscimento dell’odio ed il suo superamento. Voglio continuare su questa traccia cercando un approfondimento attraverso l’uso di nuovi concetti. Questi concetti, di cui parlerò tra poco, sono opera del prof. Antonio Mercurio (chi vuole, può approfondirli attraverso la lettura delle sue opere). Il primo di questi concetti riguarda l’odio. Il prof. Antonio Mercurio afferma che l’odio ha radici antiche (molto più antiche di quelle indicate, per esempio, da Melanie Klein, che le fa risalire al periodo neonatale, nei primissimi mesi di vita dunque): l’odio viene generato fin dal concepimento, nasce dall’incontro – scontro tra due mondi, quello materno e quello della nuova vita, embrionale prima e fetale dopo, che hanno progetti di vita tra loro diversi ed in contrasto. E’ in questo processo che il prof. Antonio Mercurio colloca la genesi dell’odio e va oltre affermando che l’odio deve essere necessariamente rimosso, nascosto con il fine di preservare la crescita e, cioè, la vita.

Questa forza oscura, ancor più potente perché nascosta, sarà sempre presente nella nostra vita di tutti i giorni, anche nelle azioni apparentemente insignificanti o di routine. Messa in questi termini, la situazione appare drammatica: il male è profondamente radicato in noi ed è nascosto, occultato a noi che ne siamo gli attori inconsapevoli! A questo proposito, ci viene in aiuto un altro concetto fondamentale: attraverso meccanismi inconsapevoli, spesso noi deleghiamo anche agli altri l’agire del nostro odio; quindi, attraverso la costante osservazione delle nostre reazioni nelle situazioni che la vita ci offre e con il costante e continuo interrogarsi sul perché di tutto ciò e su quali possano essere le nostre responsabilità, possiamo “vedere” l’odio in azione, il nostro odio, ricondurlo all’interno della nostra esperienza di vita ed iniziare a pensare a cosa farne. Voglio leggere l’esperienza che ho portato nell’articolo precedente attraverso la lente determinata da questi nuovi concetti. Nel fare questo, propongo un parallelo, una metafora in grado di collegare vita intrauterina e vita extrauterina; in sintesi, sento che posso pensarmi alla guida della mia auto come se fossi nell’utero materno.

Allora, le parole che arrivano dal signore con il cane e che, ricordo, attraversava la strada all’incrocio, mi colpiscono come fossero un’offesa, una ferita al mio orgoglio e posso, metaforicamente, assimilarle ad un ostacolo, ad un impedimento vissuto nell’utero materno. Ma, la mia reazione spropositata? A cosa posso metaforicamente legarla? Prima ho parlato di offesa, di orgoglio ferito; ecco, la mia reazione porta dentro di sè l’esplosiva forza dell’odio nascosto che si è formato nella vita intrauterina come risposta agli accomodamenti, alle concessioni che ha dovuto, obtorto collo, elargire. L’uomo con il cane, allora, posso vederlo come la mia proiezione all’esterno di una madre che non ha assecondato tutti i miei desideri e tutte le mie volontà di quando ero nel suo utero. La mia risposta, assolutamente spropositata rispetto alla situazione, porta in sè la decisione di odio di distruggere la madre, di colpirla, di vendicarmi del torto subito. Questo è l’odio rimosso, nascosto, di cui ho parlato sopra e che è sempre pronto a farsi sentire, fermo com’è nella determinazione di vendicarsi dei torti subiti.

Ma, proprio nell’applicazione dei profondi concetti del prof. Antonio Mercurio, possiamo trovare una via d’uscita da questo labirinto mortale. Infatti, il primo passo di riconoscere l’odio porta ad assumersene la responsabilità che apre al profondo dolore di vedersi diversi da quanto finora pensato di sè stessi: “Io non solo un bravo bambino; dentro di me c’è una carica esplosiva in grado di far saltare in aria il mondo e, con il mondo, anche me stesso. Ora, però, ho disinnescato la miccia all’ultimo minuto: ho quindi la capacità di non agire l’odio”. Riconoscere l’odio e non agirlo: siamo sulla strada giusta. Vediamo quali altri passi sono possibili e desiderabili. Tutto si è svolto in un attimo: ho esploso parole di odio verso il signore con il cane e poi sono andato via. Sono andato via profondamente addolorato dal mio comportamento, dalla scoperta, amara, di quanto odio fosse presente in me. Ma, pian piano, si è affacciata la possibilità di darci un taglio: “Sono capace di perdonare mia madre? Non è forse ora di finirla con questa volontà di vendetta? Lei ha fatto quello che ha potuto; sono in grado di riconoscergli oggi la libertà di essere stata come è stata? Posso perdonarla e posso perdonarmi per aver seguito così tanto tempo la strada dell’odio?” Siamo arrivati al dunque: scegliere o meno di rinunciare ad un prepotente desiderio di vendetta; scegliere o meno di sciogliere l’odio attraverso il riconoscere le proprie colpe e le colpe degli altri e perdonare, sè stessi e gli altri.

E’ una strada che è arrivata ad un crocevia fondamentale, ad un crocevia in cui diventa fondamentale riconoscersi la libertà di decisione, la libertà di riconoscersi la capacità di trasformare l’odio attraverso il perdono o, meglio, attraverso l’agire il perdono.

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