Le coppie si puniscono già. Percio rendiamolo divertente

La vendetta è più frequente di quello che si pensa e, siccome non ritenuta politically correct, passa spesso per vie traverse. Anche nella vita di coppia esistono diverse forme di punizioni vendicative che uomini e donne si infliggono reciprocamente, tutti i giorni, senza mai dichiararle come tali:
Arrivare in ritardo agli appuntamenti
Negargli sostegno emotivo quando ne ha bisogno
Raccontargli per filo e per segno tutta la giornata quando è già stanco
Fargli una scenata
Negargli il sesso
Evitare il contatto, non abbracciarlo, ignorarlo, uscire senza dire nulla
Indovinare il suo punto debole e farlo sentire in colpa
Sabotare le sue iniziative e i suoi progetti
Ridicolizzare i suoi desideri
Indulgere nei propri problemi come lo stress o la depressione

Tutte queste azioni, talvolta subdole e manipolative, molto spesso hanno un obiettivo ben preciso: punire il partner per qualche ferita effettiva o presunta che abbiamo subito.
Avvengono però in modo indiretto, mascherato da buone ragioni e mille scuse, come:
“Non me la sento di…”
“Scusami, ma ora ho fretta…”
“Non sapevo che ci tenevi tanto a…”
“Mi sento così male, che…”
“Questo è un problema tuo, non mio!”

In questo modo, nell’arco di una giornata-tipo di una coppia “normale”, si accumulano più sadismi che in un’intera sessione sadomaso. Specialmente nella vita intima, con punizioni subdole che fanno soffrire il cuore e il sesso (entriamo in una dinamica del tipo: “Siccome tu ieri mi hai…, io oggi ti…”, sapendo che “Domani lui mi farà…”, ma sapendo pure che “Allora io dopodomani…”, insomma, un “conflitto israeliano-palestinese” su piccola scala…). Allora perché non giocarlo consapevolmente, dichiarando apertamente: “Caro, accanto a te, con tutto l’amore che provo, sto anche soffrendo. Perciò ti voglio punire! E mi piace pure”. Ahhh! Con una tale frase, esplicita, come cambia l’aria!

Quando decidiamo di punirci coscientemente, però, conviene andare per gradi. Prima di tutto, verifica se c’è rabbia, risentimento o rancore tra di voi. Anche se soltanto uno di voi prova uno di questi sentimenti, svuotateli, liberateli con un esercizio di bioenergetica o in un altro modo corporeo. Un gioco di punizione fondato su un sentimento di rabbia inespressa non è divertente. Una volta ritrovato il contatto nella coppia, una sensazione di espansione nel terzo chakra e un sorriso sulle labbra (che può pur essere malizioso), potete iniziare il gioco della punizione. Vi ricordate il sacramento della confessione? Con la frequente conseguenza che il prete vi faceva pregare un Pater Noster per i peccati piccoli, tre o cinque per quelli grandi? In questo, come in altri rituali tramandati da secoli, si trovano spesso delle saggezze profonde e, indipendentemente dalla fede che hai, puoi prendere la sua struttura generale, tralasciando la connotazione di appartenenza religiosa. Sappiamo che la colpa, la vendetta, il perdono e la punizione sono categorie universali che si trovano tra i cristiani come tra i musulmani, gli induisti, i buddhisti, i tantrici e gli atei. Perciò, ti invitiamo a prenderne il concetto di base, per inserirlo con qualche modifica tra i metodi per risolvere i conflitti di coppia. I passi sono i seguenti. Nella confessioneNel gioco di punizione Ammissione del peccatoRiconoscere di aver ferito il partner. PentimentoAmmettere la colpa, se sei cosciente di averlo ferito. Renderti conto se il gesto era inconsapevole o meno. PenitenzaPunizione corporea, psicologica e/o erotica.

Questo rituale, per non confondere i ruoli, si fa alternando le parti: non tutti e due insieme, ma uno dopo l’altro. Per esempio potreste, alla fine di ogni mese, farlo una volta per l’uomo e il giorno dopo per la donna. Mettiamo il caso che oggi tocchi all’uomo. Allora la donna si siede su una sedia e ascolta l’uomo che, in ginocchio davanti a lei, le elenca tutte le azioni od omissioni che ha compiuto durante l’ultimo mese, pur sapendo che avrebbero ferito la sua compagna. Inizia a raccontare l’accaduto, per esempio: “Quella sera in cui sei tornata a casa dopo aver preso i bambini a scuola, ti ho guardato in modo molto freddo…”. Se le dispiace, esprime il suo dispiacere e descrive anche come lo avverte nel corpo e come lo sente, per esempio: “Ripensandoci, mi sento in colpa e ho difficoltà a guardarti negli occhi, perché a me sarebbe bastato poco per non farti male, uno sguardo forse…”. Quando è collegato con le sue sensazioni corporee, è sicuro che non entra in una finzione o in una costruzione puramente mentale, ma che è collegato con il suo vero sentimento. Non è un gioco per produrre emozioni che non ci sono, ma per riconoscere quei cicli emotivi che, nel mese appena trascorso, non hanno potuto concludersi e che ora arrivano all’integrazione per “chiudere la Gestalt”, come si dice. Se alla fine sente l’impulso di scusarsi, è un buon momento. La donna, durante il racconto, ascolta senza interromperlo, è tutta orecchi. Solo alla fine gli chiede quelle cose che ha davvero interesse di sapere. Senza criticarlo, gli può chiedere per esempio: “E cosa hai pensato in quel momento?” oppure “Mi vedevi quando sono entrata dalla porta” o “Che cosa senti, nel tuo corpo, quando mi guardi in modo freddo?” oppure scoprire tutti quegli altri elementi dell’evento che, nella propria logica, le sembrano incomprensibili. Ogni conflitto esteriore, in questo caso tra l’uomo e la donna, è correlato a un conflitto interiore, che l’uomo aveva con se stesso. Perciò la donna gli può chiedere pure in che modo si è sentito in conflitto con se stesso.

Questi conflitti assumono spesso le seguenti forme:
Penso una cosa e ne voglio un’altra
Ho un sentimento preciso, ma penso che non si debba avere
Voglio dire una cosa e sento un’altra
Credo che sia giusto fare in un modo, ma nel mio corpo tutto si ribella
Ho due sentimenti contrastanti come: la amo ma al contempo la odio
Penso una cosa e subito dopo penso il contrario
Provo due desideri opposti e non so per quale decidermi

Durante questo rituale, è importante seguire la struttura passo dopo passo, senza iniziare a discutere e a argomentare. Nel momento che discutete, ognuno tende a vedere le azioni dell’altro attraverso il filtro del proprio carattere difensivo. Perciò discutere è un tentativo perso in partenza. Ascoltarsi a turno è molto meglio. Questo rituale, che a tratti assomiglia più a una terapia che a un gioco, può aiutarvi a fare molta chiarezza sul piano emotivo. Inoltre, ha il grande vantaggio che non permette di accumulare troppe ferite e, di conseguenza risentimenti e vendette, per poterci di nuovo vedere con occhi freschi e incontrarci con un cuore leggero.

Dopo esserci chiariti con questo rituale, dopo aver compiuto “l’ammissione dei peccati e il pentimento”, possiamo passare alla parte divertente, cioè alla “penitenza”, che nel nostro modello diventa una punizione. La vendetta in questa ottica può diventare anche un pretesto per poter eccitare il partner. La punizione è un’azione erotica che viene stabilita, nel nostro caso, dalla donna che ha subito le ferite dal suo compagno. Quando i due passi precedenti sono riusciti bene, potete essere sicuri che la punizione conterrà molti elementi di divertimento e di piacere, perché la donna la farà con cuore e l’uomo la potrà accettare. Se vuoi essere ancora più giocosa, puoi fare anche la cattivella. Per esempio, gli fai credere che dovrà essere rilassato e poi gli fai fare esercizi fisici di forza. Oppure gli fai capire che dovrà obbedire tassativamente a ogni tuo ordine ed eseguirlo letteralmente, pena la punizione, dopo di che gli chiedi se è un buono schiavo e se è disposto a farlo; quando risponde di sì, gli ordini delle cose impossibili, come saltare su un piede e tenere un piatto con un dito senza farlo cadere.

Oppure pure legarlo, dargli un tuo seno da leccare, ma niente di più; puoi eccitarlo e, quando è molto eccitato, fermarti e continuare con carezze o altre cose. Puoi anche alternare la cavezza con la carota, il massaggio erotico con la carta vetrata, essere a tratti gentile e poi improvvisamente dura… Se provate questo rituale per qualche mese, vi accorgerete da soli della sua efficacia. Se ha un effetto catartico, liberatorio, se dopo un certo periodo covate meno rancori, rivangate meno nelle ferite del passato, comprendete meglio certi comportamenti del vostro partner, vi divertite e le punizioni diventano sempre più erotiche ed eccitanti, vuol dire che funziona. Se invece state sempre peggio, se percepite le punizioni come ingiuste, se le vendette aumentano anziché diminuire, se uno di voi è allergico alla parola “punizione”, se questo rituale somma altre ferite a quelle che c’erano già, allora è meglio interrompere il gioco e tentare un’altra strada.

Cristina
Gli avevo confessato molte cose, non tutte; per qualcosa non mi sentivo ancora pronta. Forse la prossima volta. Ammisi invece il mio modo scorretto di organizzare la giornata dei nostri figli. Due volte mi ero dimenticata che avevano lezione il pomeriggio e, quando erano da portare, mi trovavo dall’altro lato della città: troppo tardi. Ero molto distratta in questo periodo e non sapevo neanche il perché. Mi ha fatto bene dirglielo di mia volontà e non aspettare che lo scoprisse. Quando mi diceva che ora doveva punirmi, vedevo un suo sorriso malizioso che conosco bene e intuivo cosa mi avrebbe fatto. E così era. Si è seduto su una sedia e mi ha messo sulle sue ginocchia, sentivo come la gonna si alzava e il fresco dell’aria sulle mie natiche, percepivo il lento abbassarsi degli slip, le sue mani che scostavano teneramente le mie gambe, poi qualcosa che mi penetrava nell’apertura. Sentii un caldo salire dentro di me, sospiravo, mi sentivo in balia tra ribellarmi e lasciarmi andare. Decisi poi per il secondo, perché in fondo sentivo che non mi avrebbe fatto molto male. Poi un tremore sonoro proprio lì, dentro di me. Cos’era questo? Dopo un attimo di sorpresa capivo: mi aveva inserito un vibratore, ma doveva essere uno nuovo che non conoscevo ancora. Mi ero appena abituata alle nuove sensazioni, quando all’improvviso ho sentito un “ciak” che mi fece scattare. La prima sculacciata era arrivata sul mio sedere. Eppure la vibrazione rilassante e l’altra sua mano, che mi accarezzava le gambe, mi davano un senso di fiducia e mi accostai a lui per sentire meglio il calore del suo corpo. In questa posizione ho ricevuto non so quante sculacciate, forse una ventina, non facevano male, anzi mi davano un misto di diverse sensazioni. All’inizio mi dimenavo un pochino non sapendo se le desideravo o se le dovevo evitare. Ma una volta arresami nelle sue mani, c’era poco da fare e così mi sono lasciata andare. Se lo racconto oggi, mi sembra un po’ assurdo, ma con quella confessione e la lieve punizione di, diciamo, venti sculacciate, ho interrotto tutta una catena di squilibri nella mia mente. Di solito, quando faccio qualcosa che reputo un errore, tendo a nasconderlo e a far finta di niente, ma dentro di me ho tanti ripensamenti. Penso “Questo non lo devo dire” e “Quell’altro lo dovevo spiegare così” e “Speriamo che non scopra quella cosa”. Non sono pensieri pesanti, ma sono inutili lo stesso. Con l’ammissione mi sono liberata la testa e con la punizione mi sono di nuovo aperta a lui.

Citato e riassunto da: Elmar e Michaela Zadra, Trasgredire con amore, Ed. Mediterranee, p.178-183

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