Una terapia a base dell’antitrombotico Clopidogrel si è dimostrata capace di prevenire un evento cardiovascolare grave ogni cinque in pazienti a rischio

Una nuova, promettente strada si è aperta nel trattamento delle sindromi coronariche acute, quelle malattie che molto spesso rappresentano l’anticamera di eventi cardiovascolari gravi. Uno studio denominato CURE (Clopidogrel in unstable angina to prevent recurrent ischemic events) ha dimostrato che l’aggiunta del nuovo antitrombotico clopidogrel alle terapie convenzionali può ridurre del 20 per cento l’evenienza d’infarto miocardico, ictus cerebrale o morte vascolare nei pazienti ad alto rischio. Una nuova terapia potrebbe consentire di prevenire migliaia di eventi cardiovascolari maggiori. Lo studio CURE è stato presentato di recente a Roma, nell’ambito del convegno “Piastrine 2001”: in questo incontro, che si svolge ogni due anni, i massimi esperti fanno il punto sull’aterotrombosi, il processo patologico comune a tutte le principali malattie cardiovascolari, causa di almeno 4 milioni di morti all’anno solo in Europa.

DUE PRINCIPI COMBINATI
Lo studio CURE ha coinvolto circa 12.500 pazienti con angina instabile e infarto non-Q già in trattamento preventivo con acido acetilsalicilico (Asa).

Finora, infatti, questi pazienti venivano trattati solo con l’acido acetilsalicilico ed è proprio con questo antiaggregante standard che fino a oggi si confrontavano tutti i nuovi antipiastrinici in sviluppo. Per la prima volta, invece, lo studio CURE dimostra che la soluzione ottimale è nella combinazione di due principi attivi antiaggreganti. Il beneficio addizionale di clopidogrel si può vedere già a poche ore dalla prima assunzione (si inizia con una dose-carico di 300 mg, per poi proseguire al dosaggio di 75 mg al giorno) e si mantiene per tutta la durata del trattamento. E in un arco di 9 mesi, su mille pazienti a rischio trattati con questa associazione di antiaggreganti si possono prevenire 28 eventi gravi. Lo studio dimostra quindi i benefici di una precoce aggiunta di clopidogrel a una terapia antiaggregante a base di Asa. I farmaci antipiastrinici, infatti, sono gli unici farmaci che si possono utilizzare per lunghi periodi di tempo per ridurre gli eventi conseguenti alle sindromi coronariche acute. Ma, nonostante l’impiego di acido acetilsalicilico, circa il 10-15% del milione e mezzo di italiani affetti da angina instabile muore o ha un infarto nell’arco di un anno.

E circa il 20% entra nuovamente in ospedale per un nuovo episodio di angina instabile. “Lo studio CURE è la conferma che una terapia antitrombotica più potente e utilizzabile nel lungo periodo – afferma Aldo Pietro Maggioni, direttore del Centro studi di Firenze dell’Anmco e membro del comitato direttivo dello studio – riveste un ruolo rilevante nel migliorare la prognosi di questi pazienti”.

LE MALATTIE CARDIACHE
Le cardiopatie ischemiche sono in assoluto le patologie più frequenti a carico del cuore. Ogni anno sono circa 160mila le persone che nella fascia di età compresa tra i 35 e i 64 anni hanno un attacco ischemico al cuore che può sfociare in infarto. L’ischemia cardiaca è una carenza di ossigeno del muscolo cardiaco. Viene comunemente chiamata coronarica poiché le coronarie sono le arterie deputate all’irrorazione del cuore. In condizioni di stress o di sforzo il cuore dipende in larga misura proprio dalla capacità delle coronarie di allargare il loro volume fornendo al miocardio un apporto di sangue aggiuntivo. L’angina pectoris è un dolore di petto, descritto generalmente come una sensazione di pressione, peso, costrizione.

Spesso associato a sudore e capogiri, si può diramare alle spalle, alle braccia oppure solo a un braccio – spesso quello sinistro – al collo e alla mandibola. E’ frequente che l’angina compaia in condizioni di stress emotivo o fisico. Nell’infarto del miocardio il dolore è della stessa natura dell’angina ma dura più di 15 minuti, non si allevia stando a riposo, né assumendo trinitrato di glicerina, una sostanza a rapida azione vasodilatatoria. Nei casi più gravi l’infarto può complicarsi fino al collasso cardiocircolatorio e alla morte. La causa è generalmente la rottura della placca aterosclerotica con la formazione di un trombo ricco di piastrine e di fibrina che porta all’immediata occlusione totale di un’arteria coronarica. Tra le altre patologie del cuore vi sono: le aritmie, che alterano il normale battito cardiaco; le cardiopatie ipertensive, conseguenza di valori di pressione arteriosa elevati; le valvulopatie, che colpiscono le valvole cardiache e possono provocarne un restringimento oppure impedirne una corretta chiusura.

LA MORTALITA’
Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte nei Paesi occidentali: circa il 50% del totale dei decessi (stima Oms del 1998: 17 milioni morti/anno) è correlabile a una patologia del cuore, contro il 27% dovuto ai tumori.

La mortalità è molto superiore per il sesso maschile fino ai 65 anni (con un rapporto di circa 1 a 3). Le proiezioni per il futuro non sono incoraggianti: l’Oms ha previsto che da qui al 2020 ci sarà un incremento di circa 250mila morti all’anno per malattie cardiovascolari anche nei Paesi che sino a poco tempo fa si credevano meno a rischio e cioè quelli meno economicamente sviluppati. Per quanto riguarda le cifre italiane, le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte per la popolazione e ogni anno fanno 242mila vittime. Quasi il 30% di questi decessi è dovuto all’infarto miocardico con un tasso di 187 morti ogni 100mila abitanti. Ogni anno sono 160mila le persone tra i 35 e i 64 anni che hanno un infarto: gli uomini sono più colpiti delle donne con un rapporto di 6 a 1. Il 44% di chi subisce un attacco cardiaco muore. I FATTORI DI RISCHIO Tra i fattori che favoriscono la comparsa di malattie cardiovascolari vi è innanzitutto l’ipertensione: nei paesi industrializzati colpisce il 25% della popolazione. La pressione ottimale è quella con parametri al di sotto di 120 e 80.

Una pressione fino a 130-85 rientra nella normalità, mentre è ritenuta normalità elevata quella che raggiunge i 139 di sistolica e gli 89 di diastolica. Tre invece i gradi di classificazione dell’ipertensione vera e propria: lieve, moderata e severa. Al primo appartengono le persone che hanno valori che vanno da 140-159 su 90-99. Al secondo quelli con una pressione sistolica fino a 179 su 109 e al terzo i pazienti con una pressione superiore a 180 su 110. Ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia, ovvero alte concentrazioni di colesterolo e di trigliceridi nel sangue, favoriscono la formazione delle placche aterosclerotiche e l’indurimento delle arterie. Il livello totale del colesterolo nel sangue è il primo e il più importante valore da controllare: meno di 200 mg/dl è il dato desiderabile, tra 200-239 mg/dl è il livello soglia e oltre 240 mg/dl significa rischio alto. Principali imputati sono i grassi saturi che si trovano negli alimenti di origine animale, come la carne non privata del grasso, il pollame con la pelle, i prodotti caseari ottenuti da latte intero, il lardo, gli oli vegetali.

Tra le cattive abitudini che favoriscono l’insorgenza di patologie del cuore vi sono l’uso di tabacco e l’inattività fisica. La nicotina è un vasocostrittore e perciò alza la pressione arteriosa, aumentando il lavoro del cuore. Ma questo non è che uno dei ben noti effetti negativi del fumo: il rischio di mortalità per patologie cardiovascolari aumenta da 3 a 9 volte con il fumo di sigaretta. Infine, l’inattività fisica da sola comporta un rischio 1-2 volte maggiore di sviluppare una patologia cardiovascolare. Meglio allora andare al lavoro a piedi o in bicicletta, utilizzare le scale invece dell’ascensore. Per chi invece vuole fare sport, l’invito dei cardiologi è quello a praticare un’attività in modo graduale e regolarmente, ma senza stancarsi troppo.

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