E’ iniziato a Montecitorio l’esame di due proposte legislative per promuovere il “contatto” uomo-animale a fini terapeutici

Milano – Il 3 aprile 2003, la commissione affari sociali della Camera ha iniziato l’esame di due proposte di legge, che propongono di favorire la sperimentazione e la promozione dell’utilizzo degli animali a fini terapeutici (pet therapy). La prima proposta, composta un solo articolo, è del diessino Piero Ruzzante, mentre la seconda è di An, prima firmataria Carla Castellani, ed è sottoscritta anche da deputati di Forza Italia e Udc. La pet therapy dovrebbe essere riconosciuta come strumento terapeutico di supporto in una pluralità di patologie, attraverso un approccio multidisciplinare, con il coinvolgimento di diverse professionalità: il medico veterinario, lo psicologo, il medico clinico, il biologo, il geriatra, il pediatra. Mentre la proposta di Ruzzante demanda al ministro della Salute, sia la definizione dell’ambito e delle modalità di utilizzo degli animali a fini terapeutici, sia l’autorizzazione di programmi di ricerca e sperimentazione, la proposta di An entra nel merito, distinguendo tra attività e terapie. Le attività assistite dagli animali sono definiti come interventi di tipo educativo e ricreativo, aventi l’obiettivo di migliorare la qualità della vita delle persone e realizzati da professionisti o volontari opportunamente formati, con l’aiuto di animali in possesso di determinate caratteristiche.

Le terapie assistite dagli animali sono interventi finalizzati al miglioramento di alterazioni e disturbi fisici, della sfera emotiva o cognitiva, conseguenze di patologie e di malesseri emozionali e psicologici, praticati esclusivamente da medici professionisti con comprovata esperienza, con l’aiuto di animali specificamente educati o addestrati, nell’ambito di sedute terapeutiche, individuali o di gruppo, di volta in volta documentate e valutate. Nella proposta di legge si prevede che le attività e le terapie assistite dagli animali possano essere praticate presso ospedali, centri di riabilitazione, case di riposo, asili nido e scuole di ogni ordine e grado, istituti di detenzione, comunità per il recupero di tossicodipendenti, o in altre strutture ritenute idonee. Come ha ricordato il relatore, Gianni Mancuso (An), l’uso terapeutico degli animali ha origini assai antiche, probabilmente inizia parallelamente al loro processo di addomesticamento da parte dell’uomo. Nelle medicine dei popoli primitivi gli animali hanno sempre svolto un importante ruolo terapeutico, che sembrava essere scomparso nell’era della medicina scientifica.

Nell’Egitto dei faraoni, il cane era sacro al dio Anubis, protettore della medicina. Divinità dei popoli Sumeri, Caldei e Greci erano affiancate, nella cura delle malattie, dai propri animali da compagnia. Nel IX secolo a Gheel, in Belgio, degli animali furono introdotti per curare dei disabili, realizzando così un approccio terapeutico, che costituisce il primo importante tentativo di terapia assistita dagli animali della storia. I meccanismi d’azione della pet therapy sono in primo luogo biologici, in quanto il contatto fisico con gli animali innesca una serie di relazioni, che attivano specifici neurotrasmettitori. Operano, inoltre, meccanismi legati all’emozione comunicativa che esprime ogni animale, nonché meccanismi fisici, in quanto in pazienti con disabilità, la presenza di un animale favorisce l’attività motoria, e psicologici, basati sul ruolo dell’animale quale perfetto tramite per un miglioramento dei meccanismi di relazione, delle componenti caratteriali, nonché degli aspetti cognitivi. Agiscono inoltre meccanismi ludici, dal momento che il gioco predispone, tra l’altro, alla socializzazione ed aumenta i meccanismi di difesa organici.

Negli ultimi anni, anche in Italia l’interesse per le attività di pet therapy è cresciuto ed è aumentata la richiesta sul territorio. Associazioni, centri di riabilitazione, scuole, case di riposo si dimostrano interessati a nuove terapie di supporto, a nuove modalità ricreative da inserire nei propri programmi, per aumentare il livello qualitativo della vita all’interno delle proprie strutture. Progetti di ricerca, rivolti a chi può giovarsi dei programmi di pet therapy, sono stati condotti a livello scientifico da istituti di rilievo, università e istituzioni locali, consolidando le esperienze in questo campo. Tra gli istituti scientifici, enti e strutture che sviluppano programmi sperimentali nel settore della pet therapy, si possono ricordare: l’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise; l’Istituto superiore di sanità di Roma; l’Associazione nazionale utilizzo del cane a scopi sociali (Anucss); l’Associazione italiana uso cani d’assistenza (Aiuca); l’Associazione Arion; il Centro nazionale di pet therapy presso il Dipartimento di scienze medicine veterinarie della facoltà di medicina veterinaria di Messina; l’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze; il dipartimento di pediatria dell’Ospedale di Padova.

L’impiego degli animali a scopo terapeutico negli ospedali è stato realizzato per la prima volta nel 1919 negli Stati Uniti, a Washington, quando al St. Elisabeth’s Hospital vennero utilizzati dei cani per curare pazienti che, a seguito degli eventi della prima guerra mondiale, avevano riportato gravi forme di depressione e schizofrenia. Un secondo caso di applicazione di terapia assistita da animali, negli ospedali degli Usa, fu realizzato nel 1942 dalla Croce Rossa, presso l’Army Air Corps Convalescent Hospital, a Pawling, New York. Nel 1966 la terapia si estese anche alla Norvegia, dove i coniugi Stordahl fondarono un centro di recupero per non vedenti, ancora attivo. Grazie al contributo di fisioterapisti e di volontari, il centro ospitò cani e cavalli, quali componenti fondamentali del regime terapeutico. Il concetto di pet therapy sembra sia stato enunciato per la prima volta da Boris Levinson, il quale già nel 1953 tentava di curare un bambino autistico, prigioniero dell’isolamento della sua malattia. Il neuropsichiatra utilizzò in maniera sistematica l’animale da compagnia, cane o gatto, secondo il tipo di paziente, e sviluppò la teoria della pet oriented child psychoterapy, basata sul gioco come mezzo di comunicazione privilegiato tra animale e bambino.

Molti studi successivi hanno confermato in modo rigoroso l’efficacia della pet therapy e dagli anni settanta in poi questo tipo di terapia, cosiddetta «dolce», ha trovato numerosi campi d’applicazione, dagli anziani ai soggetti cardiopatici, ipertesi, tossicodipendenti, reclusi in carceri, fino ai portatori di handicap fisici e psichici ed ai bambini con problemi relazionali. Un primo riconoscimento della pet therapy è avvenuto con il Decreto del Presidente del Consiglio del 28 febbraio 2003, che ha recepisce l’accordo tra il ministro della salute, le regioni e le province autonome, in materia di benessere degli animali da compagnia e pet therapy. L’accordo inserisce gli animali da utilizzare per la pet-therapy tra gli «animali da compagnia»; stabilisce che l’addestramento di animali da compagnia per i disabili o per la pet-therapy debba essere effettuato solo da parte di persone con competenze specifiche; prevede che le regioni e le province autonome valutino l’adozione d’iniziative, finalizzate ad agevolare il mantenimento del contatto delle persone con animali da compagnia, tanto di proprietà quanto utilizzabili per la pet-therapy.

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