E’necessario un medico coordinatore: una proposta dall’Omeopatia

Il problema del cancro è un problema di difficile soluzione ed anche di complessa interpretazione. Si prevede che già dal primo decennio del terzo millennio una morte su due sarà sicuramente da imputare al cancro; la severità dell’affezione con tutte le implicazioni fisiche e psicologiche connesse meritano un approfondimento adeguato. L’interpretazione più corretta sarebbe quella di affrontare questo tipo di patologia attraverso una prospettiva completamente diversa ed assolutamente agli antipodi rispetto alla visione tradizionale. Il tumore va visto come una sorta di calmiere all’allungamento della vita, che la natura ha posto in essere per tutti i viventi. In particolare per l’uomo, il quale ha enormemente dilatato nell’ultimo secolo la durata della vita. L’aumento percentuale ed assoluto dei tumori (e di altre patologie, AIDS su tutti) impone quindi una riflessione di fondo: è come se la stessa natura autodeterminasse, in un certo senso, un rallentamento ed un ordine all’aumento della popolazione mondiale. Nulla è effettivamente regalato in natura: ogni passo nel progresso che noi compiamo ha comunque sempre dentro di sé una contropartita da pagare, un impegno da saldare.

Questo discorso si allaccia a quello della prevenzione primaria: in un’epoca nella quale la comunicazione è così profondamente cambiata, in un’epoca nella quale l’alimentazione è così profondamente mutata, si può immaginare di come determinati parametri come la radiazione elettromagnetica, l’aumento delle scorie nucleari, lo stesso discorso energetico collegato alle centrali (spesso a rischio di esplosione e contaminazione nucleare, vedi Cernobyl) un’alimentazione estremamente raffinata, la presenza di inquinanti della combustione di varia origine contribuiscono sicuramente a far sì che la natura eserciti il diritto di temperare e limitare la vita umana con gli strumenti che essa stessa dispone e che le sono poi indirettamente forniti dall’uomo stesso: é come se noi stessi scegliessimo il nostro modo di vivere ed anche il modo di finire in una sorta di dramma corale dell’esistenza. Quindi prevenzione primaria quasi impossibile oppure limitatissima: come fermare il progresso e soprattutto come fermare l’ondata di inquinanti radioattivi, atmosferici, alimentari, elettromagnetici ecc. che ormai completamente avvolgono l’esistenza dell’essere umano. Il discorso più interessante sarebbe quello della prevenzione secondaria che poi è tutto sommato strettamente connesso ad una visione terapeutica più moderna e più elastica.

La prevenzione secondaria vuol dire riduzione e limitazione di alcuni fattori di rischio o se non altro una schermatura da altri. Essi sono noti ormai da decenni e dà noia persino ripeterli (abolizione del fumo, riduzione del peso corporeo, alimentazione meno raffinata ed inquinata nella quale la presenza di verdura e frutta sia sicuramente più rappresentativa, una buona presenza di alcuni fattori vitaminici e minerali che fungano da antiossidanti, etc.). Ma tutto questo sicuramente non basta, oserei dire che esiste la possibilità di una prevenzione terziaria sicuramente più avanzata e sicuramente più provocatoria: tutta imperniata sulla perfetta conoscenza del profondo legame che esiste fra psiche e soma, nel non trattenere mai le emozioni che tendono a lievitare dal profondo. Quindi una buona attività corporea e un profondo amore per il sé che nasca e si eserciti nell’assecondare i propri bisogni e nell’animare i propri istinti: dall’alimentazione all’affetto, dalla sessualità al movimento, dalla ricerca di fattori di gratificazione al non essere costretti sempre a subire una repressione costante: in sintesi a non vivere sempre una vita che sicuramente non ci appartiene.

Tutto questo ovviamene rappresenta per il momento un discorso ipotetico e di difficile raggiungimento immediato. Il quesito postoci è invece impellente e richiede una risposta precisa: che cosa fare di fronte ad una diagnosi di neoplasia che colpisca noi stessi, i nostri parenti o i nostri amici più cari? Non esiste a tutt’oggi una risposta terapeutica valida che possa andar bene per tutto e per tutti. Ci sono alcune forme di tumori nei quali effettivamente i risultati raggiunti possono essere considerati positivi. Ma rappresentano sicuramente ancora oggi una percentuale minima ed estremamente ridotta. Mi riferisco ad alcune forme particolari di linfoma di Hodgkin un particolare tumore che colpisce le stazioni linfatiche, alcune forme leucemiche dei bambini ed alcuni tumori epiteliali nella quale l’escissione profonda ed ampia, facilitata da un precoce riconoscimento della lesione, sono sicuramente da ascriversi come risultati positivi e definitivi. Ma parlare di guarigione del tumore è assolutamente impensabile ed improponibile: si può parlare sempre e solo di remissione dell’affezione.

Bisogna anche dire che purtroppo gran parte dei tumori solidi sono oggi assolutamente incurabili. La diagnosi e la terapia di alcune forme neoplasiche avanzate, e parlo dei tumori più diffusi (dal pancreas allo stomaco, dal grosso intestino al carcinoma del polmone nelle sue varie forme di estrinsecazione, al carcinoma della mammella a quello della prostata) rappresentano sicuramente un terminale, un muro invalicabile. Direi che la diagnosi spesso è intempestiva e ritardata ma a volte non è colpa dei medici: la malattia ha un genio così particolare, così maligno, spesso terribilmente e drammaticamente capriccioso per il quale le metastasi si manifestano ancor prima del tumore primario, in una diffusione così estesa, così varia, così spiazzante che non c’è possibilità alcuna di intervento terapeutico. Spesso il tumore dà subdolamente una presenza di sé con una emorragia, o con dolori, o blocco intestinale, o difficoltà respiratoria, o paralisi a livello dei nuclei encefalici (strutture encefaliche delicatissime ecc.) per i quali è spesso impossibile qualsiasi tipo di intervento. C’è da aggiungere una nostra impressione, che può essere contestata, ma noi siamo convinti, che il tumore ha un proprio orologio biologico per cui si dà grande importanza alla diagnosi precoce (soprattutto per alcuni tumori della sfera femminile) ma in realtà abbiamo la netta sensazione che il tumore è un orologio caricato con tempi precisi.

Il riconoscimento precoce del tumore, pur se utilissimo, non evita il suo decorso biologico naturale che può essere anche di venti, trenta, quarant’anni per essere tumultuoso nelle ultime fasi. Il riconoscimento in anteprima di un cancro in realtà è solo un accertamento cronologico di una fase solo molto precoce. Che cosa fare però? Perché comunque si è di fronte ad una decisione spesso drammatica e difficile.

Innanzittutto conviene scindere il problema in quattro componenti fondamentali:

1 – considerare chi è e cosa è il paziente
2 – che tipo di tumore (tipo istologico, organo colpito, qualità, quantità della diffusione, etc.)
3 – condizioni fisiche del paziente indipendentemente dal quadro neoplastico
4 – condizioni sociali, religiose, culturali, economiche e familiari.

Nel primo punto, al di là della ovvia considerazione dell’età, del sesso, della razza, della costituzione andrebbe sicuramente valutata la tipologia sensibile del paziente comprendendone sia l’aspetto morfologico ma anche quello temperamentale, con le sue tendenze morbose ed anche con le sue attività metaboliche.

L’aspetto temperamentale e caratteriale di un paziente rappresenta sicuramente un punto cruciale di tutto l’approccio terapeutico. Avvicinarsi al paziente come identità, come singolarità irripetibile è sicuramente la fase più delicata, più difficile, più ardua per tutti i medici: riuscire a scindere il paziente dalla sua malattia vuol dire restituirgli quanto meno la dignità e la singolarità di soggetto pur se con la malattia. Questo tipo di approccio consentirebbe che la decisione quanto meno la condivisione di ogni decisione venga sicuramente sfruttata al massimo da quella sinergia insostituibile che dovrebbe avvolgere il medico con il suo paziente e farne un tutt’uno emozionale di grande volitività e di grande saldezza. Vivere l’esperienza del paziente affiancandolo e non separandosene legandolo semplicemente ad un quadro morboso, significa sviluppare dall’inizio una reattività competitiva fondamentale. Ecco perché noi riteniamo che l’intervento terapeutico primario sia quello che possa essere effettuato dal medico conscenzioso ed attento, aggiornato scientificamente ma anche profondamente illuminato di che cosa sia un paziente piuttosto che una patologia pur mantenendo per carità grande rispetto per la patologia in esame soprattutto se si tratta di un tumore.

A questo punto direi che l’omeopata rappresenta sicuramente un indirizzo favorevole nella gestione della pratica terapeutica perché egli è consapevole di essere di fronte ad un’entità importante ed inscindibile: l’uomo-paziente. L’omeopata sì, purché sia anche profondamente immerso in quelle che sono le conoscenze e gli aggiornamenti scientifici più attuali: l’optimum è nel poter offrire il massimo possibile di ogni disciplina terapeutica avendo il medico, meglio se omeopata, la piena consapevolezza di quale possa essere la sinergia più efficace per gli interessi del paziente. Per quel che riguarda il secondo punto: “con che tipo di tumore si combatte” è effettivamente importante far un discrimine di ordine “classico”. La differenziazione di un tumore più o meno aggressivo, il precisare se l’organo colpito è un organo vitale (pancreas, fegato, reni, cervello, etc.) la qualità e la quantità della diffusione con eventuali metastasi alle ossa, agli stessi fegato, reni, polmoni, cervello e così via rappresenta sicuramente un punto importante di valutazione. Un tumore aggressivo poco differenziato con organi cruciali già profondamente infiltrati sicuramente impone una tattica terapeutica molto prudente ed assai poco aggressiva.

Un tumore in fase iniziale con un aspetto istologico più confortante impone un altro tipo di riflessione. Le condizioni fisiche del paziente inoltre indipendentemente dal quadro neoplastico sono sicuramente importanti se incontriamo pazienti cardiopatici, diabetici, ipertesi o osteoartrosici o in presenza di patologie croniche multiple e infine le condizioni sociali, religiose, culturali, economiche e familiari che impongono una riflessione attenta su quali siano le possibili sinergie da applicare. In conclusione io direi in anzitutto di avere la fortuna e la possibilità di rivolgerci ad una struttura adeguata, ma se ben condotti da un medico preparato, il quale abbia la piena consapevolezza delle sinergie presenti ed abbia nello stesso tempo direi la disponibilità alla riflessione ed all’accettazione della dignità e della singolarità del paziente in modo da dettagliare e personalizzare al massimo la terapia. Sicuramente vanno affrontati anche discorsi di tipo alimentare ed un trattamento eubiotico (respirazione, equilibrio emozionale, ginnastica corporea, meditazione, bioenergetica ecc) più tutta una serie di strategie terapeutiche associate che sono abbastanza note, dalla fisiokinesiterapia alla tecniche tradizionali terapeutiche sicuramente più aggiornate.

É inoltre bene precisare che gran parte delle leucemie infantili come buona parte di tumori dell’età pediatrica sono suscettibili di guarigione e di buona remissione anche abbastanza lunghe, per cui siamo convinti che molte strutture sanitarie competenti e preparate del nostro paese sono in grado di affrontare tali problemi. Ancora, i tumori riconosciuti in fase precoce nel cavo orale, nel grosso intestino e della mammella possono avere una buonissima risposta da una sinergia chirurgica e terapeutica classica. Altri tipi di tumore richiedono sicuramente una riflessione più attenta. Per quel che riguarda la situazione dei viaggi all’estero la nostra opinione è che comunque essi, non risolvono il problema principale della malattia: resta una malattia di difficile inquadramento e di difficile trattamento terapeutico (ricordiamo che negli altri paesi si muore comunque di tumore, non esiste una differenza sostanziale nei paesi occidentali per mortalità da tumori; rammentiamo che sono morti anche dei grandi Pompidou, Mitterand, Jaqueline Kennedy, lo Scià di Persia etc.). C’é da riflettere però su un aspetto importante: la possibilità di una assistenza più attenta, più confortevole e sicuramente più consapevole, che lascia uno spiraglio di preferenza verso le strategie terapeutiche che si svolgono all’estero.

Fà un pò di amarezza constatare in un paese come l’Italia dove sicuramente l’energia e la fantasia anche dal punto di vista scientifico non mancano e sicuramente non mancano medici preparati e professionalmente validi. Ma il problema sicuramente è politico: le strutture sono ancora insufficienti e ancora una concettualità moderna nell’affrontare la patologia tumorale. Allora, per casi specializzati, l’estero sì, ma con ragione soprattutto per quel che riguarda un corretto inquadramento ed il follow up dei pazienti, senza però investire di un contenuto emozionale eccessivo la qualità e la quantità di questi viaggi perché come ho sottolineato in precedenza l’indice di mortalità resta più o meno invariato. L’aspetto fondamentale, però, rimane quello che abbiamo citato all’inizio di questa seconda parte, ed é tutto nella possibilità di avere un inquadramento globale del paziente nel quale sia anche possibile affiancare delle strategie terapeutiche “alternative” in grado di completare, di integrare o eventualmente di sostituirsi alle terapie classiche allor quando queste dovessero venire a mostrare una certa debolezza dal punto di vista terapeutico.

Dall’Omeopatia alla Medicina Antroposofica, all’Ossigeno-Ozonoterapia, alla Medicina Ayurvedica, allo Shatzu alla Medicina Tibetana, all’agopuntura etc. tutto questo in un panorama di riflessione attenta e pronfondamente garbata sia nel rispetto delle discipline classiche sicuramente importanti storicamente e scientificamente, sia per quel che riguarda l’interesse primario del paziente. C’è da considerare, infine, un aspetto importante: l’impreparazione della società occidentale nell’accettazione della sofferenza, nell’accettazione della morte. É questo sicuramente un parametro importante sul quale converrebbe soffermarsi con attenzione. C’é un’angoscia di fondo nell’accettazione e del dolore e del termine stesso della vita. Sicuramente bisognerà fare molta strada su questo punto, ma è nostra opinione che gran parte degli sforzi andrebbero indirizzati anche verso la ricerca di una buona morte “in dignità” che riduca al massimo le sofferenze di quei pazienti terminali per i quali non è più possibile nessun tipo di strategia terapeutica. Ciò é vissuto con nettezza e profondità da altre correnti di pensiero che si defilano dai canoni classici ma questo sicuramente, mi auguro, sarà oggetto di future riflessioni su queste stesse pagine.

Fonte: www.netgroup.it – Estratto da Ricerca ’90 – Numero 28_Pierluigi Gargiulo – Ottobre 96

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