Conflitto tra Eros e Thanatos – Volontà omicida e Volontà suicida

Quando parlo della volontà omicida e della volontà sucida presenti in tutte le persone, qualcuno storce un pò il naso. In effetti, anche quando Freud oltre un secolo fa, parlò per primo del conflitto tra Eros e Thanatos, fu accolto dalla comunità scientifica con altrettanto scetticismo. Eppure dopo oltre 100 anni, malgrado molte scoperte della Psicoanalisi siano oggi patrimonio culturale diffuso, permangono ancora molte difficoltà alla conoscenza e alla duffusione di elementi che invece potrebbero portare ampi benefici. Le persone storcono il naso di fronte ad affermazioni relative all’istinto omicida e istinto suicida e le ritengono erroneamente delle stramberie da psicologi, semplicemente perchè non hanno voglia di fare 2 + 2.

So di affrontare un tema molto difficile, un vero e proprio argomento-tabù che può sollevare strali di indignazione e di ferma opposizione. Ma vi chiedo comunque il coraggio di seguirmi nelle riflessioni che desidero proporvi.

L’istinto omicida e suicida delle persone è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno sembra accorgersene e soprattutto nessuno sembra attribuirselo. Semmai agli altri. Questo ‘difetto di vista’ è un grave errore che rischia di avere pesanti conseguenze a livello del nostro vivere sociale. E’ un pò come vivere immersi come pesci nell’acqua e domandare al pesce vicino: “ma secondo te, cosa sarebbe questa strana sostanza che chiamano acqua?”.

Tali istinti sono connaturati nella biologia di tutti gli esseri umani: basta prendere in mano un qualsiasi libro di storia per avere sotto gli occhi l’istinto distruttivo della razza umana. Se qualcuno fosse sfiorato dall’idea che le cose oggi sono cambiate e che i libri di storia si riferiscono solo a pazzi come Annibale, Napoleone o Hitler, suggerisco di leggere allora le cronache dei giornali degli ultimi 50 anni, per constatare senza ombra di dubbio, che istinto omicida e istinto suicida dilagano oggi in tutte le culture, latitudini senza distinzione di censo, razza, religione.

Parlare di infanticidio è scomodo e complesso. Si rischia sempre di urtare qualche sensibilità troppo accesa o qualche ideologia troppo radicata. Accettare che “gli altri siamo noi” come recitava una canzonetta di qualche anno fa, è davvero difficile soprattutto quando la posta in gioco è capire se siamo bravi, buoni ed amabili, oppure se davvero ci portiamo dentro un mostro terribile animato da istinti bestiali.
Ancora più difficile poi se si tratta di toccare le icone del nostro tempo, gli idoli della mitologia moderna: i genitori. Essi sono buoni per ‘default’, per definizione, “a priori” direbbe il filosofo Kant. Non è neppure pensabile di intaccare questo pensiero. La nostra struttura psicologica vacillerebbe, le istituzioni e la società precipiterebbero in un baratro terribile. La bontà dei genitori – e della Mamma in particolare – è sacra, un moderno tabù proibito, intoccabile e inviolabile.

La genitorialità è blindata da una serie di preconcetti e di presupposizioni che non sono affatto realistici. La paura dell’ambivalenza dei sentimenti dei genitori è talmente radicata che per affrontare l’argomento utilizziamo processi cognitivi infantili, dove tutto è bianco oppure nero, senza possibili sfumature intermedie. Il ragionamento comune è che se il genitore non è perfettamente buono, allora come minimo deve essere matto. O è Biancaneve oppure è la Strega. Non ci sono altre possibilità. Ma solo la famiglia del ‘Mulino bianco’ è perfettamente salda su posizioni coerenti e innamovibili. Le persone reali non sono così, anche se poi la televisione e i modelli da ‘Family Day’ ce lo vogliono propagandare, creando profondi conflitti ed enormi disagi alle persone reali.

Le persone vere – quando sono sane – sono psicologicamente flessibili. La genitorialità reale è quella costruita attorno a quella che D. Winnicott chiamava la “Madre sufficientemente buona”. Ciò vuol dire che gli adulti, prima di farsi un’idea e un’opinione su un passaggio importante della loro vita, impiegano un naturale tempo fisiologico per prendere una determinata posizione. Avere un figlio, diventare gentitore è uno di questi difficili passaggi. Non tutti ci arrivano avendo alle spalle una famiglia idealmente perfetta, un matrimonio felice alle spalle, una sana igiene mentale, un legame con un compagno, una reale e paziente programmazione del figlio, un lavoro a tempo indeterminato, uno stipendio abbondante, una casa di proprietà, ecc. Le situazioni reali sono variegate: talvolta il compagno non c’è, oppure magari non desidera il figlio, oppure il contratto di lavoro del Call Center scade ogni tre mesi, oppure il figlio non era programmato, oppure ancora semplicemente non era desiderato. Si, proprio così, dire che un figlio non era desiderato non è affatto un reato! Eppure, malgrado la configurazione perfetta non si sia ancora concretizzata, malgrado tutto, talvolta il figlio arriva lo stesso. E allora? Che si fa?

La nostra cultura ha una serie di regole non scritte secondo le quali, una volta che sei genitore perchè hai scoperto di essere incinta/o, a quel punto una sorta di bacchetta magica sfiora la tua fronte e magicamente diventi un genitore affettuoso. E molti sono convinti che sia davvero così. E cosa si fa con le preoccupazioni per il lavoro precario, per l’affitto di casa, per il marito che non c’è, per l’angoscia che si tratta del 3 figlio non voluto? Si rimuove, si reprime, si amputa: semplicemente si fa in modo che non siano mai esistite. Bisogna velocemente indossare l’abito del genitore ‘buono’ a priori.

Le vere emozioni, talvolta sono invece socialmente inaccettabili e incompatibili con le regole non scritte della nostra cultura. Le vere emozioni, in quesi casi, sono invece ambivalenti, confuse, spesso di vera e propria ostilità nei confronti del nascituro, il quale arriva (non richiesto) in un situazione spesso di grande difficoltà interiore o esteriore. Le emozioni della madre – molto più spesso di quanto si creda – possono essere di disagio al pensiero del nuovo figlio, possono essere di di rifiuto, di non accettazione o talvolta di vera e propria ostilità perchè arriva un ‘guastafeste’.

In molti casi ho potuto osservare che la maggioranza dei genitori, poi gradualmente cambia idea. Talvolta il bambino viene progressivamente accettato, accolto, talvolta anche sinceramente amato. In moltissimi altri casi però si tratta soltanto di apparenza, di gestione delle convenienze. Questi genitori allora si autoconvincono che le apparenze sono invece realtà, si autosuggestionano che le attenzioni superficiali che costruiscono (più a beneficio della vicina di casa, della maestra, dei parenti stretti) siano autentiche espressioni di amore.

Ho incontrato molte persone che da adulti non riuscivano ad amare, ad essere amate, per poi scoprire – con grande meraviglia – che la loro famiglia, quella che credevano fosse una filiale del ‘Mulino bianco’, un esempio di perfetta ‘normalità’, nascondeva invece un terribile segreto. Il tabù era proprio questo: l’amore del mio genitore non era puro, non era autentico, non era sincero, come io mi sarei aspettato o creduto.

Se avete avuto il coraggio di seguirmi in questo ragionamento fino a questo punto, allora posso aggiungere che i casi di infanticidio che tanto spazio occupano sui titoli dei giornali, dovrebbero aiutarci sempre più a capire che i sentimenti dei genitori spessissimo sono “naturalmente ambivalenti”. Ciò non ci rende automaticamente dei potenziali assassini, ma significa che è di fondamentale importanza rendersi conto dei reali istinti presenti in ogni essere umano. Se tali istinti vengono negati (o attribuiti solo agli altri), magari per vergogna o per naturali e legittime paure, essi rischiano di vagare privi di ogni consapevolezza e quindi privi di ogni reale controllo. Nei casi di infanticidio, tali istinti vengono strappati dalla rimozione e violentemente irrompono nella tranquillità familiare. Si tratta naturalmente di casi estremi, di casi limite, ma che servono a dimostrare che in verità l’ambivalenza dei sentimenti, anche verso i nostri stessi figli, è un fatto del tutto normale e fisiologico. L’errore sta nel considerare che solo l’amore è accettabile, mentre l’ostilità va rimossa e negata. La negazione dei sentimenti di ostilità nei confronti dei figli non aiuta la loro reale elaborazione. Schiacciati dal modello-tormentone del ‘Mulino bianco’, le ambivalenze dei genitori diventano verità inconfessabili e inaccettabili, e quindi forzatamente represse.

“Omicidi in calo, ma la famiglia uccide più della mafia. La famiglia uccide più della mafia e della criminalità comune. Secondo il criminologo Francesco Bruno, bisognerebbe porre più attenzione ai segnali premonitori. Si conferma nel 2005 la prevalenza di omicidi di prossimità, maturati nella sfera familiare.” (da Il Sole 24 ore – 16 gennaio 2007)
“TRENTO – Un violento urlo e poi cinque coltellate. Questa la cronaca degli ultimi attimi di vita della piccola Maria Lisa Concadoro, uccisa dalla madre all’età di 6 anni. La mamma viene descritta dai vicini come riservata, ma anche molto affettuosa con la bambina, e nel complesso si parla di una famiglia serena.”. (da Il Tempo – 1 giugno 2007)
E ancora.
“Un bambino di cinque mesi è morto nell’auto dove la madre lo aveva dimenticato per più di otto ore. E’ successo ad Hal, una cittadina poco distante da Bruxelles – nel civilissimo Belgio. Il piccolo è stato ritrovato nel pomeriggio ormai privo di vita, abbandonato dalla donna che, la mattina prima, aveva accompagnato a scuola i due figli più grandi e poi si era recata direttamente a lavorare, dimenticando di portare il più piccolo alla baby sitter. La tragedia in Belgio somiglia terribilmente alla drammatica fine di un bambino di due anni morto a Catania nell’auto del padre. S.D., 37 anni, dimenticò suo figlio nell’auto posteggiata sotto il sole. Quando uscì dal lavoro, sei ore dopo, trovò il figlio morto per asfissia e ustioni seduto sul seggiolino”. (da Repubblica – 25 maggio 2007).

La raccolta di notizie potrebbe essere molto più vasta, basta guardare i titoli dei giornali di oggi nei casi di Perugia e di Venezia. Di fronte a notizie come queste, la paura della possibilità che la nostra coscienza diventi realmente consapevole del nostro istinto omicida e istinto suicida, farà pensare a molti: “si tratta di casi rari, isolati, statisticamente irrilevanti e privi di fondamento scientifico”.

Eppure i dati raccolti dicono invece che non sono poi così rari e isolati come ci piacerebbe pensare. L’Osservatorio dei delitti familiari dell’Eurispes, ha documentato soltanto nel 2003 circa 200 delitti compiuti all’interno del nucleo familiare. I dati hanno rilevato 168 delitti familiari nel 2001 e 188 nel 2002. Di 54 delitti analizzati, 34 riguardano la coppia, 16 la famiglia allargata, 4 sono gli infanticidi. Questi ultimi in particolare, secondo gli esperti sarebbero enormemente sottostimati: il 50% delle morti naturali di neonati sarebbero omicidi occultati. Tra le regioni, al primo posto, Piemonte, Emilia Romagna e Lazio. Dal 1994 al 2001, ben 750 tra separazioni e divorzi si sono conclusi col tragico epilogo dell’omicidio.

La genitorialità – così come la capacità di costruire un sano rapporto di coppia – sono funzioni adulte che non si acquistano per diritto divino o per diritto anagrafico, ma si conquistano con una reale elaborazione dei propri sentimenti. E’ di importanza vitale che le persone si rendano consapevoli che ‘Eros e Thanatos’ abitano dentro ognuno di noi. E non è adottando ideali modelli di perfezione irrealistica o infilando la testa sotto la sabbia che si risolvono le naturali difficoltà dell’esistenza. L’Amore è una funzione che si sviluppa, che cresce, che si amplifica: non bisogna avere paura di essere dei mostri, ma semmai è necessario avere il coraggio di farsi aiutare perchè si può imparare ad amarsi e ad amare. Pur senza avere la pretesa di esaurire qui un argomento così vasto, doloroso e complesso, ritengo che l’infanticidio sia spesso il risultato di un aiuto mancato, perchè ritenuto non necessario, negato e quindi spesso non richiesto.

Un genitore che sacrifica la propria esistenza, il proprio tempo libero, tutta la propria vita, ai figli fa a mio avviso un gravissimo errore: per sè stesso e anche per il figlio. Un genitore che si immola completamente, dimostra di non avere alcuna consapevolezza dei propri naturali sentimenti di ambivalenza e si sente schiacciato dai propri (inconsci) sensi di colpa a dimostrare a tutti, figli compresi, che la propria vita è interamente dedicata ed esaurita nell’allevamento della prole. Qualcuno crea una tale autosuggesione, una rappresentazione teatrale talmente articolata, ricca e complessa che tutti cadono nel tranello, parenti, vicini, figli e genitori compresi. Sono poi quelli che intervistati al TG affermano sgomenti: “Ma sembrava una persona tanto cortese, tanto gentile, salutava sempre….”. Tutti immersi in qualcosa che oramai non vedono più. E poi si domandano: “ma secondo te, cosa sarebbe questa strana sostanza che chiamano acqua?”.

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