Estratto da una terapia di una giovane masochista

Maria (è uno pseudonimo) è una bella ragazza sui 30 anni: è sposata da 8 anni ed ha due bambini di 3 e 5 anni. Il marito da lungo tempo la tratta con sufficienza, torna tardi la sera senza dare spiegazioni, talvolta diventa violento. Maria, malgrado i grandi sensi di colpa, decide di separarsi: il giudice – data la tenera età dei bambini – li affida alla madre. Il marito però, preso da un raptus di gelosia, invita la moglie con una scusa qualsiasi alla vecchia casa, e la percuote violentemente con un oggetto tagliente, fino a ridurla in fin di vita. Maria uscirà dall’ospedale solo dopo quasi un mese di coma. A questo punto comincia la terapia. Maria è piena di cicatrici sul cranio e sul volto: parla molto poco e con grande difficoltà. L’anziana madre appare fredda ed anaffettiva: il padre si prende cura di tutto. Quando la incontro Maria ancora non si rende conto di ciò che è veramente accaduto. Non riesce a dormire, e gli ematomi al cervello non gli permettono una gestualità e una deambulazione normali. Maria non riesce a comprendere perchè l’uomo che ha tanto amato e che per 8 anni ha dormito con lei nello stesso letto, ora abbia tentato di ucciderla.

Il neurochirurgo che l’ha operata d’urgenza ha detto che il cervello non ha subito lesioni: col tempo e tanta pazienza potrà parlare e gesticolare come prima. Ma ora tutto il suo mondo interiore è distrutto; i suoi punti di riferimento affettivi sono crollati: parla e si muove come una bambina. Dopo tanti anni di matrimonio, si ritrova nella sua vecchia stanzetta da ragazza nella casa dei genitori. Il mio lavoro comincia con la consapevolezza di avere di fronte una persona non solo ferita nel corpo, ma anche e soprattutto nel cuore e nell’anima. Ora intorno a lei c’è un vasto deserto: Maria è combattuta tra il lasciarsi andare tra le braccia degli anziani genitori e la responsabilità verso i figli; tra l’amore che ancora prova verso il suo uomo, e il desiderio di giustizia e di vendetta. Ma forse, l’emozione che più la possiede è la paura: il terrore dei momenti passati e la consapevolezza di essere sfuggita alla morte solo per un soffio. Le prime sedute sono dedicate solo all’ascolto: Maria ha i tempi rallentati e io la aspetto senza farle nessuna fretta. E’ molto fragile e ha bisogno di tempo per potersi permettere di superare il terrore della morte passatagli accanto; cerco di essere il più delicato possibile: ascolto tutto ciò che desidera dirmi.

Mostra però anche una forza ed una energia davvero sorprendenti: è attaccata alla vita con tutte le sue forze. Maria non osa neppure affermare di essere in collera con il marito. E’ convinta di non amarlo (visto che desiderava separarsi), ma questo è tutto. Con il tempo, il corpo va rimarginando le sue ferite e la paura della morte si allontana: Maria finalmente può permettersi di ascoltare una rabbia che va crescendo. Comprende quanto abbia sbagliato nel permettere che il marito la considerasse un oggetto, piuttosto che una persona. Comprende quanto grande fosse il proprio bisogno di sentirsi accettata ed amata da quest’uomo, al punto di permettergli di decidere totalmente su di lei (come doveva vestirsi, quando doveva uscire e quando doveva tornare, come cucinare, quali amici frequentare, ecc). La relazione di coppia si era trasformata ben presto in un rapporto sado-masochista, in cui il marito “puniva” la moglie per le sue numerose imperfezioni (..non sai cucinare, sei brutta, sei ignorante, ecc.), mentre la moglie subiva apparentemente per amore di pace, ma più profondamente per la propria patologica insicurezza affettiva che sempre l’aveva accompagnata.

Pian piano emerge la rabbia non solo nei confronti del marito, ma anche di tutte quelle persone che – con una sorta di ricatto affettivo – le imponevano di fare e di essere come loro desideravano. Con il tempo i capelli sono cresciuti fino alle spalle, e la terapia è andata verso la conclusione. Maria pian piano ha deciso di accettare il dolore di essersi fino a quel momento “svenduta” per amore. Un lungo e paziente lavoro di elaborazione gli ha permesso di ascoltare i propri bisogni, i propri desideri fin’ora sconosciuti, fino a scoprire che ognuno sta su questa terra per sviluppare e realizzare un proprio progetto esistenziale. Maria ora lavora e ha un altro uomo che ama e che la ama e la rispetta; ma soprattutto ha dentro di sè la consapevolezza profonda di non appartenere a nessuno, ma solo a se stessa. Partendo da qui può accettare di donarsi per amore e poi riprendersi, nella libertà. Può accettare di cercare sempre e solo dentro di sè la risposta alla sua “fame” d’amore, prendendosi cura di se stessa come mai aveva fatto prima.

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