Secondo uno studio americano sarebbe dovuta a un “ingorgo” di molecole di ferro nel cervello che altera la soglia del dolore

Svelato il segreto dell’emicrania: il doloroso disturbo sembra dovuto a un “ingorgo” di molecole di ferro nel cervello. Accumulandosi in una zona denominata grigio periacqueduttale (Pag), che smista verso le strutture cerebrali inferiori gli impulsi dolorifici provenienti dalla corteccia frontale e dall’ipotalamo, questo metallo altera la soglia del dolore, già compromessa in chi soffre di questo tipo di mal di testa. E per questo motivo, non solo l’emicrania insorge, ma rischia di diventare cronica. A rivelarlo è stato il professor Kenneth Michael Antony Welch dell’Henry Ford Center di Detroit, negli Stati Uniti, durante il congresso “Focus on migraine” organizzato a Stresa dal Centro cefalee dell’Istituto nazionale neurologico Carlo Besta di Milano. Usando un particolare tipo di risonanza magnetica nucleare, Welch ha scoperto che in alcuni soggetti, nel Pag si verifica un insolito accumulo di molecole di ferro che facilitano l’azione dannosa dei radicali liberi: raggiunta una certa soglia di accumulo di ferro il mal di testa diventa cronico perché il Pag subisce un danno che non gli consente più di regolare il traffico degli impulsi dolorifici.

”In condizioni normali – spiega il dottor Giovanni D’Andrea, direttore del Centro cefalee dell’ospedale di Este, in provincia di Padova, e collaboratore di Welch – il Pag, una zona del cervello situata attorno al cosiddetto “acquedotto di Silvio”, regola la soglia del dolore”. In altre parole, funziona da analgesico quando una persona si trova in particolari condizioni di stress. ”Ma nel paziente emicranico – prosegue l’esperto – questa funzione è parzialmente compromessa”, e su questa condizione di base già anomala se ne innesta un’altra, come dimostrato dallo studio del professor Welch. ”Durante un attacco di emicrania, infatti, nel Pag si assiste a un aumento del flusso sanguigno, quindi a un aumento dell’apporto di ossigeno. L’ossigeno in eccesso forma radicali liberi e tali radicali provocano l’accumulo di ioni ferro nel cervello”. Accumulo che, dopo un certo limite, ”impedisce definitivamente al Pag di regolare la percezione del dolore”. Attaccato da una quantità ingestibile di ioni ferro, quindi, questa sorta di vigile che dirige il “traffico” degli stimoli dolorifici perde potere: ”L’emicrania insorge – dice D’Andrea – e rischia anche di cronicizzare”.

Grazie a questa ricerca, sottolinea lo specialista, ”abbiamo dunque identificato il nemico da combattere e abbiamo capito che probabilmente, in caso di emicrania grave e resistente ai trattamenti comuni, la soluzione sta nel ridurre l’accumulo di ferro nel Pag”. Come? Grazie a dei farmaci già noti, utilizzati nel trattamento dell’epilessia. Secondo il neurologo, infatti, queste molecole, tutte presenti sul mercato, sarebbero in grado di risolvere alla base il fattore che dà origine all’emicrania grave (si parla comunque di emicrania senz’aura, cioè senza i segnali che qualche volta preannunciano l’insorgenza di un attacco) e non altrimenti trattabile. E poiché si tratta di medicinali noti anche negli effetti a lungo termine, conclude D’Andrea, ”possiamo dire che questi medicinali sono sicuri: hanno effetti collaterali molto scarsi e comunque assolutamente tollerabili anche dopo anni di assunzione”. Il mal di testa è il dolore più comune negli uomini e sempre più spesso chi viene colpito è costretto a stare a casa perdendo giornate di lavoro se non addirittura a ricoverarsi, con costi sociali per la collettività molto alti.

Tra il 60 e il 90% della popolazione ha almeno un attacco nell’arco di un anno e solo il 10 per cento dichiara, quindi, di non averne mai sofferto nel corso della propria vita. Quasi il male del secolo che si distingue in oltre 150 tipi: i più comuni sono l’emicrania, la cefalea di tipo tensivo e quella a grappolo. Il 12% degli italiani soffre di emicrania, che colpisce più le donne che gli uomini in un rapporto di 3 a 1, dall’età dello sviluppo fino all’avanzata età senile. Per la donna inizia con il menarca per poi modificarsi lungo la vita, soprattutto in post-menopausa associandosi all’ipertensione arteriosa. Secondo recenti studi solo in Italia 4 milioni e 800mila individui soffrono di questo disturbo. Il 50 per cento degli attacchi di cui sono vittima, inoltre, è forte e totalmente disabilitante, il 44 per cento di moderata intensità e solo il 6 per cento lieve”. E sì, perché la cefalea o, come siamo più comunemente abituati a definirlo, il mal di testa spesso è talmente forte da impedire qualsiasi attività e da limitare fortemente la vita di chi ne soffre in modo cronico. Il paziente che soffre di emicrania si può considerare quindi a tutti gli effetti un disabile: il periodico ripetersi delle crisi, infatti, incide negativamente sia sulla sua vita lavorativa che sulle relazioni sociali.

Durante gli attacchi, infatti, la maggior parte dei soggetti dichiara di doversi sdraiare (69%), avere difficoltà nella guida (51%) o ancora non riuscire a rendere sul lavoro (87%) e sentire il bisogno di isolarsi (85%). Non solo: chi ne soffre è condizionato anche psicologicamente. Circa il 50 per cento dei pazienti che soffrono di emicrania, infatti, parlano di una limitazione del comportamento anche tra un attacco e l’altro per paura della comparsa di una nuova crisi, di difficoltà nei rapporti familiari e di problemi anche nei rapporti fisici con il partner. Questi soggetti si sentono insomma particolarmente vulnerabili e arrivano piano piano a ridurre al minimo le loro attività quotidiane. Ma cosa provoca l’attacco di mal di testa, quali sono cioè i fattori in grado di scatenare la crisi? La causa più frequente sono i fattori psicofisici: stress, emozioni, contrarietà e delusioni, conflitti, sonno eccessivo o al contrario insonnia sono responsabili del 40% delle crisi. Anche l’affaticamento (nel 30% dei casi) e la permanenza in ambienti chiusi e saturi di fumo (25%) sono controindicati per chi soffre di cefalea.

Una prolungata esposizione al sole, poi, può essere dannosa, così come la luce molto forte o le altitudini elevate. Infine, naturalmente, non bisogna dimenticare i fattori farmacologici, quelli dietetici (alcuni alimenti come il vino rosso, il cioccolato, gli insaccati, le aringhe, i latticini, i conservanti, ma anche il digiuno sono da considerarsi “pericolosi”) e quelli ormonali (il ciclo mestruale in particolare).

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