Tredici aziende sanitarie italiane si stanno attrezzando per monitorare il lavoro dei medici e prevenire gli errori. A ogni paziente un braccialetto elettronico di riconoscimento

Diagnosi rapide, cartelle cliniche precise, interventi chirurgici senza brutte sorprese. I medici italiani dicono basta agli errori terapeutici e si organizzano per garantire ai malati la sicurezza durante la degenza in ospedale. Proprio con questo obiettivo il Tribunale per i diritti del malato, in collaborazione con le associazioni dei medici ospedalieri e di base, ha promosso in tredici strutture sanitarie italiane il progetto “Imparare dall’errore”. Negli ultimi cinque anni le segnalazioni dei pazienti su presunti sbagli sanitari sono aumentate del 50 per cento. I casi più frequenti riguardano i reparti di ortopedia e traumatologia (16,3 per cento), oncologia (13 per cento), ostetricia e ginecologia (10,9 per cento), chirurgia generale (10,9 per cento). In generale, poi, essi sono più frequenti nei piccoli ospedali, negli ambulatori privati dei centri abitati minori e nei reparti di pronto soccorso.

Parola d’ordine: prevenire
“L’attività medica non può essere a rischio zero – spiega Stefano Inglese, responsabile per le politiche nazionali del Tribunale – ma possiamo puntare ad aumentare le condizioni di sicurezza, riconoscendo i fattori di rischio e mettendoli sotto controllo”.Negli ospedali prescelti – tra cui l’Istituto San Raffaele di Milano e il Policlinico Umberto I di Roma – saranno dunque istituite delle vere e proprie task force per la gestione del rischio sanitario: un gruppo di operatori lavoreranno appunto per controllare la pratica ospedaliera e prevenire gli errori, registreranno le segnalazioni, compileranno una mappa aziendale dei rischi e un rapporto annuale sui risultati e infine avranno il compito di elaborare un piano di azione per la sicurezza con relativo budget. “Il progetto – continua Inglese – si ispira ai criteri adottati in Gran Bretagna, che già da alcuni anni ha avviato con successo una simile sperimentazione in venti strutture ospedaliere per poi estenderla a tutto il territorio nazionale. Per quanto riguarda gli strumenti tecnici di rilevamento, essi sono stati elaborati sul modello messo a punto dalla Joint commission for accreditation degli Stati Uniti. Questo ci consentirà di produrre con continuità dati certi in un Paese come l’Italia in cui le statistiche sull’argomento sono scarse, ma soprattutto ci permetterà di valutare comparativamente tali risultati”.

Le cifre che arrivano d’oltreoceano sono impressionanti. L’Istituto di medicina americano attribuisce infatti agli errori dei medici da 44mila a 98mila morti l’anno, più di quanti negli stessi Stati Uniti ne provocano gli incidenti stradali, il cancro al seno e l’Aids messi insieme. In particolare, ben 7mila persone muoiono ogni anno a causa dell’errata prescrizione di farmaci. Tutto ciò con un costo sociale aggiuntivo di ben 136 miliardi l’anno. Prevenire, dunque, è la parola d’ordine per evitare che anche in Italia si profili uno scenario così drammatico. “Il primo passo sulla strada della sicurezza nella sanità – dice Teresa Petrangolini, segretario nazionale del Tribunale per i diritti del malato – è riconoscere che gli errori esistono. Bisogna quindi creare le condizioni per favorire l’emersione dell’errore e andare oltre la semplice accusa o apertura di un fascicolo giudiziario. Occorre far affermare la cultura della prevenzione e con questo progetto, primo e unico in Italia, ci auguriamo di riuscirci”.

La Carta della sicurezza
Uno degli strumenti di prevenzione a disposizione degli operatori sanitari è la Carta della sicurezza nell’esercizio della pratica medica e assistenziale, stilata lo scorso anno dal Tribunale per i diritti del malato con un gruppo di lavoro formato da medici. Uno dei principi alla base del documento è l’importanza della comunicazione: da un lato lo scambio di informazioni tra gli operatori e i vari reparti ospedalieri sulla prassi sanitaria e sugli errori, dall’altro il dialogo attento e approfondito tra medico e paziente. Ma al di là dei buoni propositi, cosa si può fare concretamente in ospedale per ridurre i rischi? La Carta propone alcune soluzioni pratiche, a cominciare dall’organizzazione del lavoro. I turni degli operatori non devono superare il numero di ore previsto dal contratto: troppo spesso infatti c’è chi arriva a lavorare ventiquattro, addirittura trentasei ore di seguito, con evidenti rischi per la qualità e la sicurezza delle prestazioni. In sala operatoria, poi, è indispensabile che i medici e gli assistenti presenti all’inizio dell’intervento restino sino alla sua conclusione: la dimenticanza di ferri chirurgici all’interno del corpo del paziente, per esempio, è legata proprio all’avvicendamento tra tecnici. Stessa accortezza per l’anestesista: l’operatore che effettua la visita preanestesiologica deve essere lo stesso che segue l’intervento in sala operatoria. Altro elemento essenziale per la prevenzione degli errori è la comunicazione tra gli operatori, che può avvenire attraverso incontri periodici di reparto, gruppi di discussione e newsletter interne.

Un braccialetto per ogni paziente
Un aiuto concreto a medici e operatori sanitari può venire anche dalla tecnologia. Si va dalle cartelle cliniche e dalle prescrizioni informatizzate alla distribuzione automatica di farmaci tramite un codice a barre. Ma la novità più interessante in questo campo riguarda senz’altro l’identificazione del paziente e viene già sperimentata all’Istituto San Raffaele di Milano. Si tratta del braccialetto di riconoscimento, un dispositivo elettronico simile a un orologio che viene consegnato al paziente al momento del suo ricovero e che contiene tutti i suoi dati, le informazioni cliniche, le eventuali allergie. A esso si accompagna il cosiddetto carrello intelligente, un robot che legge i dati del braccialetto e identifica il malato nel momento di somministrarli i farmaci. Un modo pratico e poco costoso per evitare gli scambi di persona, e quindi l’assunzione di medicine sbagliate, lo scambio di analisi, l’esecuzione di interventi destinati ad altri. Eventi che i medici si impegnano a far scomparire del tutto dal mondo della sanità.

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