Il fenomeno dello Stalking e la psicologia dello stalker

Tempi duri per i Don Giovanni troppo insistenti. In meno di un anno di operatività i dati indicano diciassette denuncie al giorno: dopo 6 mesi 520 sono stati gli arresti e altri 2.950 sono i denunciati a piede libero. Sto parlando dello Stalking e mi domando come abbiamo fatto a farne a meno fino ad oggi. Il reato è perseguibile su querela della vittima ed il termine per la presentazione della querela è di sei mesi. Si procede d’ufficio, invece, nel caso il fatto colpisca un minore, una donna in gravidanza o una persona disabile. La legge prevede che prima della querela la vittima di stalking possa rivolgersi alle autorità di polizia e chiedere di ammonire l’autore delle molestie. Il reato prevede il carcere da 6 mesi a 4 anni e aggravanti. Nell´80% dei casi le vittime sono donne. Insomma c’è poco da scherzare e una tale mole di denunce in un arco di tempo relativamente breve apre uno squarcio su un fenomeno psico-sociale che ha dell’inquietante. Come al solito, l’Italia dei scimmiottati “Family-Day” televisivi si risveglia scossa da numeri da vera e propria piaga sociale.

Lo Stalking, dall’inglese stalk è traducibile come “caccia in appostamento”, “caccia furtiva”, “pedinamento furtivo”, è definito anche “sindrome del molestatore assillante”, consiste in un insieme di comportamenti anomali e fastidiosi che producono una sistematica violazione della libertà personale.

I comportamenti molesti possono essere costituiti da ininterrotti appostamenti nei pressi del domicilio o degli ambienti comunemente frequentati dalla vittima, intrusioni nella sua vita privata alla ricerca di un contatto personale per mezzo di pedinamenti, telefonate oscene od indesiderate, invio di fiori, sms, biglietti, ecc..

Di grande importanza, a mio avviso, il fatto che finalmente anche in Italia il Legislatore cominci a prevedere una tipologia di reato che non sia misurato esclusivamente sulla base di “danni fisici” (esiste una ricchissima casistica in dotazione ai Medici Legali atta a misurare il grado, l’intensità e “la gravità” dei danni fisici, con tanto di tabelle e coefficienti) ma infine anche sulla base di uno stato emotivo e psicologico. La legge sullo Stalking prevede infatti che il danno sia ascrivibile a fronte di un “perdurante e grave stato di ansia o di paura”. Come a dire che la salute emotiva è finalmente sdoganata, entra a pieno diritto anche nelle assise dei Tribunali ed è del tutto paragonabile al diritto all’integrità del corpo, confermando che la violenza psicologica è importante tanto e quanto quella fisica.

Purtroppo non tutte le ciambelle riescono con il buco. E infatti certamente ancora altri passi vanno compiuti in direzione di una vera legittimità della salute psicologica. Lo stesso reato di stalking viene infatti “misurato” indirettamente. Non è infatti lo stato di ansia della vittima che viene direttamente constatato (semmai come accessorio), ma al fine di costruire l’impianto accusatorio è sufficiente che sia dimostrata l’intrusione nella vita privata, la presenza di comportamenti compulsivi e insistenti dello stalker. In altre parole, la salute psicologica viene sì riconosciuta come un valore, ma la sua misurazione viene affidata indirettamente ai comportamenti che si suppone possano violarla. Manca quindi ancora un vero, diretto e pieno riconoscimento del vissuto soggettivo della persona.

Nell’immaginare il profilo dello stalker si potrebbe immaginare un individuo con gravi problemi mentali, un deviato, un tossicodipendente, un emarginato sociale. E invece niente di tutto questo. Lo stalker è un uomo sotto ai 45 anni, di solito con legami intimi con la vittima, dove l’uso di sostanze sebbene talvolta sia presente, non è descrittivo del profilo caratteristico.

Di solito è un conoscente, un collega, spesso un ex-partner che agisce per deliberato desiderio di vendetta oppure per convincere la vittima a recuperare un rapporto. Un numero minore di casi riguarda invece individui con difficoltà psicologiche e relazionali che ritengono di poter stabilire una relazione imponendo la propria presenza, con atteggiamento palesemente insistente, oppure infine in alcuni casi limite, da personalità borderline che agiscono sulla base della convinzione (immaginaria) di avere una relazione con la vittima.

Ma poiché nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di uomini considerati del tutto “normali”, vale la pena approfondire minimamente il profilo psicologico dello stalker e la dinamica dello Stalking. Lo Stalking appartiene alla grande famiglia degli “atti compulsivi”, ovvero quel genere di comportamenti che il soggetto stesso definisce “obbligato a compiere”. Gli stalker non possono fare a meno di riempire di gentilezze l’oggetto delle loro attenzioni. Quando non si tratti di un deliberato atto di vendetta o di rivalsa, lo stalking non è altro che la degenerazione di un insieme di comportamenti di premura e cura che strutturano una relazione importante.

La costruzione di questo insieme di atti di sollecitudine può in molti casi proteggere l’individuo da un profondo senso di solitudine e vuoto personale. Le premure e le attenzioni in questo caso non sono altro che una modalità di controllo della persona amata. Quando l’altra persona dovesse mostrare disinteresse, o anche semplicemente dà segnali di volersi allontanare emotivamente, il futuro-stalker comincia ad entrare in uno stato di emergenza emotiva. Anche i più piccoli segnali di distanza o di stanchezza, reali o immaginati, possono provocare una sorta di stato di allarme a cui l’individuo deve rapidamente porre rimedio. Le condotte di controllo, travestite da coccole, possono a questo punto intensificarsi. Se la persona amata accetta le attenzioni, allora lo stato di allerta emotiva “rientra” e i comportamenti compulsivi possono diminuire o anche sparire del tutto. Se invece perdura lo stato di disinteresse, di distacco anche lieve, le fantasie paranoiche possono prendere il sopravvento e può innescarsi un comportamento con atti persecutori. In altre parole, lo stalker è un individuo che non può permettersi una distanza emotiva dall’oggetto d’amore.

Quest’ultimo lo protegge dal proprio vuoto interiore e dalla fantasia di essere divorato dalle proprie angosce persecutorie. L’amata, quando corrisponde l’interesse o l’amore (spesso di natura simbiotica) svolge infatti una vera e propria funzione di “tampone” che impedisce il contatto con il senso di vuoto e di abbandono. Gli atti compulsivi dello stalker (messaggi, sms, intrusioni, pedinamenti, ecc.) sono una soluzione nevrotica finalizzata, almeno ipoteticamente, a riempire il dolorosissimo senso di vuoto e abbandono, per costruire un improbabile e fantasmatico prolungamento del rapporto, per controllare le angosce interne e proteggersi dalla paura. Illudendosi di poter controllare la persona amata, al tempo stesso, lo stalker si illude di controllare le proprie ansie e le proprie angosce.

Torniamo quindi a ripetere quando andiamo dicendo ormai da anni. Lo stupore e la meraviglia di fronte all’apparire di inquietanti fenomeni psico-sociali di massa come lo stalking, è lo specchio dell’ignavia di una società narcotizzata rispetto ai vissuti interiori delle persone. Appena si accendono i riflettori su un fenomeno e si comincia a misurarlo concretamente, ci si ritrova stupiti ed imbarazzati nell’osservare quanto ampia e profonda sia la violenza esercitata nei contesti più intimi come la famiglia e la coppia (gli stessi, tanto per capirci, del tanto decantato “Family-day”).

E ciò è tanto più grave in quanto lo stalking è un fenomeno che riguarda pressoché esclusivamente la psicologia maschile. Una psicologia che continua purtroppo ad rivelarsi tanto più fragile e vulnerabile, quanto più riemergono inquietanti rigurgiti di “cielodurismo”, smargiassate dongiovannesche, prodezze e pubbliche esibizioni di pseudo-virilità. Tutti elementi che approfondiscono il fossato e l’incomunicabilità tra i sessi, alimentando indirettamente la violenza sulle donne. Tanto più gli uomini aderiranno a questa visione distorta della psicologia maschile, manipolatoria e frequentemente anche violenta, sarà purtroppo sempre più spesso inevitabile che questa violenza sarà anche l’unica modalità con cui essi troveranno il modo di esprimere il disagio del proprio mondo interiore.

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