Passione: Eros e Thanatos a confronto

L’impulso vitale ad abbracciare tutto ciò che è tanto bello da travolgerci, viene subito sotterrato quando interviene Thanatos, l’istinto di morte. Ma si tratta di morte senza sofferenza o di anestesia per paura della possibile sofferenza. E’ un meccanismo di difesa che appartiene a tutti e quindi non mi permetto di giudicarlo. Ma sono a favore di improvvisi, inesplicabili RISVEGLI. Paradossalmente si evitano le passioni per la stessa ragione per cui ci si butta a capofitto in esse. Intendo parlare di LIMITI e DIVIETI. Viviamo in una società in cui siamo valutati prima di tutto per efficienza, produttività, utilità. E’ vittoria schiacciante per la razionalità e, inevitabilmente, per l’appiattimento. Si dice che viviamo in una ”epoca spassionata”. Abbiamo, inoltre, un codice di valori interno che non è per nulla clemente con noi. Abbiamo interiorizzato la paura della dipendenza, del “perdersi per strada”, dell’ambivalenza amore/odio che ci accompagnava da bambini, dello spettro dell’abbandono che è presente in ogni esperienza amorosa. Spesso, volendoci dei soldatini di ferro, i nostri genitori ci hanno amorevolmente educato al “disamore”. E noi, crescendo e scivolando, ci ritroviamo a dar loro ragione. L’educazione ad amori ragionevoli e a sentimenti protetti è un divieto ad “ appassionarci “fuori da ogni recinto. E’ un peccato che i nostri limiti trovino poi un appagamento e una via d’uscita negli sceneggiati televisivi che si sostanziano di amori passionali e temerari, di azioni eroiche e gloriose. C’è poi un altro tipo di pseudo/passione che attiene più alla sindrome ossessiva che all’esperienza amorosa. Questo scelta relazionale è dilagante se i mass-media ci bombardano ogni giorno di episodi allarmanti. Thanatos infuria in delitti che io non definirei passionali, perché non hanno lo spessore di una “Cavalleria rusticana”dove il dolore prima ti “macera dentro” e lo tieni a bada e lo porti in giro come “una smorfia”e poi…arrivato il momento lo sfidi , a regolare duello. Lasciamo la tragedia nello spazio dignitoso che le spetta e ritorniamo a una quotidiana malattia. L’ossessione è il frutto di una razionalità ammalata. La malattia è un’esigenza di controllo continuo su ciò che entra nel cerchio della propria vita affettiva. Si vuole possedere ciò che si ama e amministrare il proprio avere è estenuante come la passione, ma diametralmente opposto. L’enorme differenza sta nel rischio. Altissimo nella passione, minimo nelle fantasie dell’ossessivo. Voler amare con garanzie, ricorrendo anche ad appostamenti che frugano nei passi, nella mente, nelle pieghe del cuore, nei silenzi , nei cellulari e nelle agende delle persone amate sembra rassicurante per chi ha paura, ma è un gioco perverso. Per paura dell’abbandono, ci si prepara la strada all’abbandono. Sfinimento, ancora, ma senza passione.L’usura che contrassegna le esperienze forti è più che legittima e non è mortifera. Il gioco del gatto col topo non attiene alla passione vera. Per allontanarmi dai percorsi accidentati e ritornare alla passione pura, trovo sostegno e conferma per quanto ho detto a proposito del difficile sodalizio tra Eros e Thanatos in questo verso di G. Leopardi nella poesia “ L’Infinito “: “E il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Fonte: www.clicmedicina.it – Anno II – n°10

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