Dalla pochezza dell’immediato all’abbondanza di un paziente raccolto

La medicina omeopatica è anche definita, dai suoi autori più completi e affermati, medicina del terreno della persona, proprio perché essa afferma che qualsiasi malattia acquisita si sviluppa, in realtà, come conseguenza della rottura di un precedente equilibrio psicofisico, cui consegue una maggior suscettibilità di tutto l’organismo a insulti patogeni di ogni tipo. In altre parole virus, microbi e sostanze morbigene di ogni genere, possono agire sull’essere umano solo quando ne trovano le condizioni ideali per attecchirvi e colonizzarlo, altrimenti il loro potere di farlo ammalare è minimo, se non addirittura nullo in tanti di noi. Partendo da questo concetto di terreno, che lo stesso Pasteur, iniziatore dell’antibioticoterapia, al termine dei suoi studi fece proprio, possiamo immaginare la vita dell’uomo sempre in relazione – più o meno consapevole – con questa idea di terreno, di cui sentire intimamente di dover aver cura e rispetto, per permettere alla propria esistenza di crescere sana, e di proliferare giornalmente in piena armonia con l’ambiente circostante.
Ciò significa, quindi, che le tappe che ci conducono al quotidiano e benefico rinnovamento di noi stessi, e che in tutto questo accrescono, giorno per giorno, e non deprimono, la nostra vitalità, sono le medesime che, proprio i coltivatori della terra, conoscono bene e sanno rispettare – in maniera quasi scientifica oserei dire – al fine di ottenere il massimo del raccolto dal loro onesto lavoro.

Queste tappe possono essere sintetizzate in poche fasi, che bisogna imparare a conoscere e a rispettare, per garantire alla semina di produrre, in ogni stagione, il miglior risultato possibile, risultato che inevitabilmente varierà al variare delle circostanze ambientali, ma sarà sempre quello in grado di metterci meglio al riparo da momenti di siccità e carestia che, anche in ambito umano, ciclicamente ritornano, soprattutto quando l’avidità di esseri, ormai abituatisi a godere sproporzionatamene dei beni materiali sottratti al prossimo, è destinata ad affermarsi ancor più decisamente, come effetto del venir meno di quelle condizioni di naturale sovrabbondanza, capaci sempre e comunque di garantire a tutti almeno la sopravvivenza. Queste fasi, che nel tempo gli esseri umani tendono a dimenticare, come esito di un’esistenza sempre più statica e al tempo stesso frenetica, in cui prevalga l’immediatezza del tutto e subito, comprendono, almeno inizialmente, la sempre affannosa ricerca delle condizioni migliori su cui effettuare la propria semina, quest’ultima preceduta comunque da una scrupolosa preparazione-bonifica del terreno prescelto, che ci permetterà di ottenere il miglior raccolto possibile, preceduto a sua volta da una fase, più o meno lunga, di vigile attesa, che sarà tanto più premiante quanto più sarà stata attenta e non recidere, accanto alla parte inutile e dannosa del raccolto, quella sicuramente valida e preziosa.

Queste cinque fasi, che comprendono dunque ricerca, preparazione, vigile attesa, attento raccolto e nuova preparazione, sono le stesse che, ciclicamente, dobbiamo esser pronti ad attuare tutte quelle volte in cui siamo chiamati a cominciare una nuova impresa, nella quale la vita stessa ci chiederà tutto il nostro sostegno per tornare a trionfare su gelo e aridità. Ma proprio questa è la sfida quotidiana capace di ridare smalto ed energia alla nostra esistenza, nonchè piena fiducia nelle nostre innate potenzialità di custodi-creatori del mondo intero, in cui tornare a sentirsi alleati della vita nel suo costante e infinito divenire. E’ questo, quindi, il vero lavoro quotidiano per cui siamo stati creati, e nel quale abbiamo la possibilità di fare piena esperienza di noi stessi, e di tornare a far brillare quelle capacità che il finto benessere ha assopito dentro di noi, rendendoci schiavi di abitudini che, a poco a poco, ci paralizzano, atrofizzando tutti i nostri sensi, e prima di tutto il cuore, in una sterile ripetizione di gesti, che col tempo finiscono per diventare le uniche certezze di una vita che, della sfida a cui eravamo stati chiamati, ci vede perdenti ancor prima del suo stesso inizio.

Ecco allora che ogni tempo di crisi, inevitabile rivolgimento di un’esistenza umana in continuo mutamento, diviene in realtà l’opportunità migliore per riscoprire intatte le nostri doti, per riaffermare quella nostra superiorità, nella scala evolutiva degli esseri viventi, che in ogni epoca desidera mettersi al servizio della vita e della sua fragilità, giungendola a governare con quell’unico amore capace di farci superare limiti nostri e altrui. Ma tutto questo deve attraversare quelle fasi che la natura ha posto dentro di noi e che, nell’alienazione del quotidiano, ci diventano sempre meno familiari, volendo così passare dall’intuizione di un’idea, alla realizzazione della stessa, in tempi ridottissimi, e pertanto incapaci di garantirne il pieno consolidamento. Già, perché l’immortalità dell’esistenza umana sta proprio nei suoi sogni di libertà e autonomia, realizzabili solo quando accettiamo la sfida del continuo mutamento-rinnovamento come tempo favorevole alla nostra perenne rinascita, opponendoci con decisione a quell’ atteggiamento dominante che mira ad eternizzare situazioni transitorie, destinate comunque a procedere verso un nuovo e diverso ordine, indipendentemente dalle nostre scelte e dalla nostra volontà.

Ogni nostro desiderio, ogni nostra sana aspirazione, albergano già nella nostra anima come sogni in divenire che hanno certezza del loro compimento se solo ne rispettiamo quelle fasi che abbiamo descritto, e che qualsiasi lavoratore onesto della terra ben conosce: la ricerca delle migliori condizioni ove seminare il nostro impegno, dimenticandoci per un attimo della certezza del raccolto che sarà sempre sproporzionato, comunque, alle nostre più rosee previsioni, quanto più avremo saputo preparare con cura il terreno prescelto, e ne avremo atteso con trepidazione il raccolto, vigilando giorno e notte su ogni suo cambiamento, senza mai intervenire impulsivamente, troppo in anticipo o in eccessivo ritardo, ma imparando a cogliere, dai segni del tempo, il momento opportuno per raccogliere i meritati frutti della nostra fatica, promessa mantenuta di una vita che desidera solo soddisfare, al più presto e bene, i nostri più naturali desideri. E’ questo il lavoro umano che ogni giorno ci rinnova, ed è in grado di restituirci la pienezza di una vita che, solo nel suo quotidiano e faticoso esercizio, ci svuota di noi stessi, per riempirci di frutti da donare al prossimo, rendendoci così coltivatori del nostro intimo e al tempo stesso dispensatori di vita attraverso quei frutti che, solo da un cuore docilmente irrigato da lacrime e sudore, potranno tornare al loro iniziale e ineguagliabile sapore.

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