Un gruppo di ricercatori americani, coordinati da uno scienziato italiano, è riuscito a localizzare una regione del cromosoma 4 dell’uomo in cui sarebbero contenuti uno o più geni fondamentali per una vecchiaia senza disturbi

Il segreto della longevità è ormai svelato. L’elisir di lunga vita non è una pozione magica, ma è racchiuso in un gene situato nel cromosoma 4 dell’uomo. Lo ha scoperto un gruppo di ricerca americano composto da studiosi del Beth Israel Deaconess Medical Center (Bidmc) e del Children’s Hospital (Ch) di Boston e coordinato dall’italiano Annibale Puca, un genetista napoletano che dal 1998 ha lasciato l’Italia per lavorare nell’università di Harvard. Il prezioso gene della longevità sarebbe anche alla base di una bella vecchiaia, affrontata con una salute di ferro e non insidiata dalle malattie come il morbo di Alzheimer, diabete o tumori. La scoperta, pubblicata sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Proceedings of the National Academy of Sciences), è stato ottenuta attraverso un metodo originale, mai usato fino ad ora. Per la prima volta, infatti, il problema della longevità e del buon invecchiamento è stato affrontato con un approccio statistico che ha preso in considerazione un campione significativo di persone appartenenti a famiglie che dimostravano un’eccezionale presenza di centenari.

I ricercatori hanno esaminato il Dna dei membri di 137 famiglie con un componente che superava i 98 anni, e che in più avesse un fratello d’età superiore a 91 anni o una sorella con oltre 95 anni: in tutto, 307 persone. Oltre all’età, i grandi longevi presentavano caratteristiche speciali: vivaci e lucidi, conducevano una vita normale e non soffrivano di malattie tipiche dell’invecchiamento. Lo scopo principale era scoprire le caratteristiche di questi individui per capire come mai fossero in grado di vivere così a lungo, sfuggendo alle malattie più frequenti della vecchiaia. Per la prima volta, quindi, anziché puntare su geni responsabili delle singole malattie, si è cercato di studiare il “fenotipo longevo”, vale a dire l’insieme delle peculiarità proprie a coloro che si distinguono per l’insolita lunghezza della loro vita. Per questa ricerca, che è durata tre anni ed è costata un milione di dollari, gli scienziati hanno utilizzato particolari enzimi in grado di selezionare piccolissime porzioni di Dna, fino a identificare quali gruppi di geni fossero condivisi dagli ultranovantenni.

Nessuno avrebbe scommesso sul successo del metodo, lo stesso applicato per rintracciare l’origine genetica di malattie come diabete e tumori. Tuttavia, l’approccio ha funzionato anche per la longevità e in questo modo i ricercatori hanno scoperto che tutti gli ultracentenari analizzati avevano in comune una regione sul cromosoma 4, contenente da 400 a 500 geni e trasmessa di padre in figlio. C’è il 95 per cento della possibilità che quest’area sia collegata alla longevità. “È il primo studio sull’uomo di questo genere – è il commento ufficiale di Thomas Perls, geriatra del Beth Israel Deaconess Medical Center, uno dei centri autori della ricerca – perché il fenomeno della longevità era ritenuto da molti assai più complesso e non dipendente soltanto da pochi geni”. I ricercatori di Boston, affrontando lo scetticismo dei colleghi, hanno invece dimostrato il contrario. “Abbiamo avuto la conferma che la longevità si trasmette in modo verticale per generazioni, afferma Annibale Puca, lo scienziato italiano che ha coordinato lo studio – per chi ha il gene il rischio di vivere oltre un secolo è dieci volte più alto rispetto alla popolazione normale”.

La caccia ai geni che controllano la durata della vita è cominciata oltre dieci anni fa, ma da poco tempo questa ricerca viene condotta direttamente sull’uomo. Finora i primi segreti sull’invecchiamento erano stati scoperti studiando moscerini, vermi e topi. Dopo le ricerche condotte sul moscerino della frutta, il primo risultato importante risale al 1995, quando negli Stati Uniti, nell’università del Colorado, si identificarono tre geni (Age1, Daf2 e Spe26) capaci di allungare di oltre il 50 per cento la vita di un verme. Qualche anno più tardi, nel 1999, viene accolta con entusiasmo la scoperta italiana (Istituto Europeo di Oncologia a Milano) del gene che controlla la longevità nei topi, animali geneticamente molto più vicini all’uomo rispetto ai vermi. Anche questo gene, chiamato p66shc, agisce difendendo le cellule dalle aggressioni dei radicali liberi, principale causa di invecchiamento. Nel febbraio scorso arrivano i primi risultati relativi all’uomo, ancora da un gruppo italiano (Istituto San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia). Viene scoperto che nei centenari è molto abbondante il gene che controlla l’apoliproteina E e che questo è collegato a malattie tipiche dell’invecchiamento, come il morbo di Alzheimer.

Il lavoro condotto negli Stati Uniti dall’équipe di Puca è il primo a individuare un’area del patrimonio genetico umano direttamente coinvolta nei meccanismi che allungano la vita e proteggono l’organismo dalle malattie. Ma aver scoperto con ragionevole certezza la regione cromosomica è solo il primo passo. Sfogliando i circa 500 geni che abitano nel cromosoma 4, la squadra di genetisti e geriatri americani conta adesso di scovare quelli capaci di determinare la lunga vita trasmettendosi di padre in figlio. Una volta isolati, tali geni potranno essere utilizzati per sviluppare farmaci in grado di stimolare quei processi biochimici che ritardano le conseguenze dell’invecchiamento, per assicurare una terza età senza acciacchi anche a chi non possiede il fatidico gene. Il quale, sottolineano i ricercatori, non deve essere considerato come una specie di fontana della giovinezza o, peggio, dell’immortalità, ma piuttosto come un gene del buon invecchiamento. Secondo gli autori dello studio, infatti, i centenari avrebbero una marcata posticipazione delle malattie tipiche dell’età avanzata, come le patologie cardiovascolari, il diabete, il cancro e le malattie degenerative.

Persone che invecchiano lentamente, quindi, e soprattutto che conservano fino all’ultimo un’alta qualità della vita. Un dono che la ricerca scientifica spera di far diventare patrimonio di tutti. “Tuttavia – spiega ancora Puca – nessuno dubita dell’importanza degli stili di vita, sicuramente l’ambiente ha la sua influenza”. Ai 120 anni, infatti, arrivano in pochi: gli anziani normali per guadagnare anni migliori hanno bisogno di dieta, esercizio fisico, prevenzione e curiosità intellettuale. Secondo i principali studi geriatrici per conservare una buona salute un ottantenne deve rientrare nel peso corporeo dei 20-30 anni e mantenerlo con una dieta equilibrata e un po’ di moto, evitando gli stress, le arrabbiature e gli sforzi. Ma il fisico da solo non basta: non deve mancare infatti l’energia psicoaffettiva, l’amore, l’amicizia, gli interessi, insomma tutto ciò che stimola il cervello a rimanere vivo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here