Il sistema di Welfare che emerge dal Rapporto CENSIS 1998

Dall’ormai consueto rapporto annuale del CENSIS, che da anni fotografa il tessuto della società italiana, emergono molti dati scontati, ma anche qualcuno del tutto inaspettato. Se la qualità della vita – così come viene definita dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS – WHO) – è basato su un complesso equilibrio psico-fisico, con grande attenzione rivolta verso gli aspetti psicologici, psichiatrici e sociali, l’italiano medio invece vede la salute come un “bene funzionale” alla vita familiare e lavorativa. Un elemento questo che ci fa riflettere sulla sempre minore distanza che ci separa ormai dalla utilitaristica ed individualista società nordamericana d’oltreoceano. L’approccio alla salute diventa dunque nell’Italia degli anni ’90 – così come già negli Stati Uniti – un approccio pragmatico e molto poco sofisticato. Tuttavia accanto a questo i dati mostrano una maggiore maturità del “paziente medio” che riconosce in se stesso il primo artefice del proprio stile di vita e della propria salute.
Un segno duque di maggiore responsabilità individuale, dettato anche da una cultura della salute che comincia a mostrare sempre più chiaramente i propri limiti: la malattia viene sempre più medicalizzata, dominio incontrastato dei “professionisti della salute” (l’87% degli intervistati si rivolge al medico se ha problemi di salute), mentre la cura di sé e la salute vengono affidati al caso.

Se da una parte non possiamo che rallegrarci del fatto che una sempre maggiore informazione, una sempre maggiore capillarità degli interventi, hanno condotto negli ultimi anni ad una maggiore “alfabetizzazione” della popolazione generale verso i problemi fondamentali della salute, dall’altra non possiamo non notare che questo risultato è del tutto insoddisfacente per una società avanzata. I problemi dell'”alfabetizzazione” alle pratiche igieniche è un risultato del tutto ragguardevole se riferito a paesi con alta mortalità infantile, con condizione igieniche precarie o assenti, con strutture sanitarie collassate, mal distribuite nel territorio con bacini d’utenza enormi. Sono problemi questi, che oggi riguardano più i paesi africani o del sud-est asiatico. Se riflettiamo invece sulla società italiana, non possiamo non notare che il problema della medicalizzazione della salute diventa sempre più vasto e preoccupante. Già da molti anni – solo per fare un esempio – l’Italia è ai primi posti nel mondo per la bassa mortalità neonatale. Risultato straordinario, ma acquisito al gravissimo costo di una sempre maggiore medicalizzazione del parto.

La puerpera – anche nei casi privi di complicazioni – viene ospedalizzata e trattata come una persona malata, quando malata non è affatto. Il parto stesso viene temporizzato e scandito non dai ritmi della natura, bensì dai ritmi di organizzazione del ginecologo, dell’ostetrico e in generale dal timing di lavoro della sala parto. La puerpera – al momento della nascita – anziché fatta accovacciare nella posizione naturale, viene fatta distendere sul lettino incapace di ottimizzare le spinte e contrazioni, solo per consentire al medico di poter controllare tutto con comodità. Per non parlare poi dei moltissimi casi in cui viene eseguito con troppa leggerezza il parto cesareo: richiesto dalle madri per evitare il dolore e accolto con piacere dal medico per la gran comodità che questo comporta rispetto al parto naturale. Questo è solo un esempio. In generale la cultura della salute in Itala è una cultura fatta di pregiudizi e di predominio di corporazioni professionali di potere. Se questo da una parte ha consentito un innalzamento dei valori minimi di qualità della vita, ha dall’altro affidato – praticamente in maniera assoluta – in mano al professionista il giudizio sul proprio stato di salute.

E’ il medico che ascolta il nostro corpo, spostando all’esterno di noi la capacità di valutare il nostro stato di benessere e perdendo giorno dopo giorno l’opportunità di conoscere i messaggi che provengono dal corpo. Lo stesso professionista tuttavia è solamente in grado di valutare il nostro stato di malessere, utilizzando strumenti e farmaci per ridurre il disagio. E’ tuttavia impotente nel valutare invece il nostro stato di benessere e nell’utilizzare strumenti per il mantenimento dello stesso. Questo ci dice che – in generale attualmente – la cultura della salute è invece sempre più una cultura della malattia. Nella lotta contro la malattia si investono cifre enormi, si costruscono strutture e si mobilitano risorse da capogiro. Tutto questo ha dato degli ottimi risultati, ma ha anche finito per convincerci che il nostro benessere è solamente il contrario della malattia, e che una volta combattuta e sconfitta, il benessere sarà automatico. Neppure una lira viene invece investita per seminare una cultura del benessere, di una salute che va costruita non solo con la lotta alle malattie, ma anche attraverso un ascolto consapevole del corpo e della psiche, attraverso la coltivazione della salute dell’anima e dello spirito, accrescendo la cura e l’amore per sé stessi e per gli altri.

Questa è vera prevenzione! Manca del tutto un’educazione al “bello”, mentre è ipersviluppata l’angoscia di morte. In questa cultura limitata, la salute si ottiene combattendo la malattia, la vita si mantiene combattendo la morte giorno per giorno in una angosciosa guerra di posizione. Ci auguriamo che lentamente, pian piano, lo Stato possa sempre più investire risorse non solo per garantire il minimo di non-malattia ad ognuno, ma che possa anche mobilitare una minima parte delle risorse nel seminare ed educare le future generazioni alla cultura del benessere, della bellezza e della gioia, che valgono ben più della non-malattia e che sono un diritto di tutti.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here