Il femminile in Medicina Classica Cinese

Yin e yang sono, nel Taoismo, i due aspetti del Tao e principi del cosmo. Lo yang è l’aspetto positivo di tutte le cose. Yang è la luce, il pieno, il sesso maschile; in contrapposizione a yin che rappresenta il vuoto, il buio e il sesso femminile. Le due componenti dell’essenza primordiale dell’universo sono intrinseche in ogni cosa, e questo fa sì che la dottrina taoista sia dualistica solo all’apparenza. È infatti dalla combinazione e fusione delle due manifestazioni dell’essere che germina la vita. La donna, che è il vuoto in quanto questo è il simbolo del grembo materno, partorisce la vita solo dopo che l’uomo si è unito a lei riempiendola. Il panteismo del Taoismo sta proprio nell’affermare che dietro alla necessaria bipolarità di ogni cosa sta l’unità infinita, il Tao, che Laozi descrive come la misteriosa femmina, la madre delle diecimila creature. Ogni cosa esiste perché esiste anche il suo opposto, con il quale essa si può combinare generando la vita.

La luce non esisterebbe se non esistesse il buio, il freddo non esisterebbe se non esistesse il caldo, la vita non esisterebbe se non esistesse il trapasso.
Nel concetto di yin e yang sta anche la valorizzazione della donna radicata nella dottrina taoista. Il vuoto, lo spazio fecondo, è la vera essenza dell’universo. Lo spazio vuoto tra gli stipiti è ciò che veramente conta in una finestra, poiché è ciò che da senso all’intero sistema, che permette di guardare oltre. La donna è il vuoto materno, la fertilità, la vita. È ciò che permette al mondo di progredire verso l’esterno della finestra. Nel XLIX Cantos (Canti Pisani), Ezra Pound affronta l’argomento, illustrando, in forma poetica, un “Paesaggio autunnale” del pittore taoista Mu Qi. Una poesia che, come dice Pasolini nel suo documentario Rai sul “maestro”, non ha bisogno di rispondere né alla forma né alla parola, ma che riverbera il silenzio di un infinito che contiene in sé ogni suono e ogni colore, le diecimila creature che ogni essere abbraccerà, dovendo essa stessa “femmina oscura”. Se le estatiche parole di Pound sul paesaggio cinese possono forse considerarsi come frutto di una profonda fascinazione per un universo spirituale, alla cultura occidentale lontanissimo, il cui messaggio può solo cogliersi nella nuda realtà di una natura incontaminata e sempiterna, l’amore dell’uomo e pittore Mu Qi per le sue terre natali nasce da una chiara consapevolezza spirituale.

La vita stessa di Fa-Ch’Ang (il suo nome originario) rispecchia una visione che ha trasceso i confini delle forme e dei nomi, della vita e della morte, degli affetti e degli affanni della vita quotidiana: si narra della sua vita estranea ad ogni convenzione sociale, dell’abbandono di ogni legame e apparenza, dell’amore per il vino che caratterizza i ritratti di tanti Patriarchi del Buddhismo Ch’an, colti da pittori come Liang Kai e Chih Weng, in atteggiamenti del tutto quotidiani e rilassati , talvolta fortemente animati da un umorismo che è uno dei caratteri più sorprendenti della cultura popolare cinese (ad esempio i ritratti del Patriarca Budai colto mentre ride a pancia scoperta, di Li Que, e di Budai dormiente sul suo grosso sacco di tela). Nel Buddhismo Ch’an l’illuminazione può avvenire in un momento qualsiasi, schiudendosi improvvisamente nell’ “inconsapevole rituale” (Sylvia Plath) della vita quotidiana, e allo stesso modo la mente che ha raggiunto il satori, esprimersi nella più assoluta libertà e naturalezza, preferendo alla gravità dei sutra e dei canoni, il piacere la spontaneità di una risata o di un colpo di bastone assestato nel momento giusto.

Titus Burckhardt, a proposito dell’arte sacra, dice che ”la felicità è nel sapere che ciò che facciamo implica un senso eterno”, ma la felicità dei numerosi monaci e pittori Ch’an va ben al di là dell’arte: la pittura è una forma come un’altra per esprimere la propria gioia per un’esistenza in continuo divenire, nella trasformazione perpetua di tutte le creature, e così nell’estinzione di ogni discriminazione ed illusione e nell’annullamento dell’io per abbracciare l’identità spirituale dell’esistenza. Raggiunta questa consapevolezza, ogni gesto, atto, istante e forma, sono visti nella loro assoluta inessenzialità e al contempo bellezza, nell’unità di una vita che continuamente si ripete per ogni creatura e tempo, ma che per quella creatura è tutto ciò che le è donato, ed è il dono più bello che si possa ricevere: essere. Ma attenzione: tutto questo è Chan, non propriamente taoista. “La Grande Immagine non ha forma eppure fra noi e la Grande Immagine non c’è alcuna differenza”, dice il Dao De Jing per esprimere una realtà infinita che si cela e si manifesta al contempo in ogni istante: sta a noi coglierne il senso e riconoscerne ogni attimo come un atto d’amore della vita per la vita.

Per noi occidentali è difficile comprendere il valore di queste semplici parole, che per i monaci Taoisti possono addirittura essere già troppe: il filosofo taoista Chuang-tzu (IV a.C.) afferma non solo l’impossibilità, ma anche l’inutilità di cercarne il significato: “Non chiederne il nome, non spiarne le passioni: le creature, di certo, si genereranno da sé”. Il significato della vita è nella vita stessa, “nel declinare, come nell’autunno e nell’inverno, nel perire giorno per giorno”, e per questo accettare le cose così come sono, senza tentare di interferire con il fluire ininterrotto dell’esistenza. Questa comprensione priva di ragione, priva di razionalità e di logica è la più naturale ed autentica, capace di essere dono di chi in se coltiva la “femmina oscura”. Il Kuan-yin dalle vesti bianche, dal “volto con la calma di un lago montano al crepuscolo”, assiso a gambe incrociate su una nuda roccia, è infatti la manifestazione del carattere femminile e materno del Tao della misericordia: da lui si propaga l’amore per tutti gli esseri viventi, alla cui salvezza ha votato la sua vita, rifiutandosi di estinguersi prima di aver compiuto il suo totale sacrificio d’amore.

L’abbraccio di madre e figlio nel freddo giaciglio della vetta di un albero, non può che riportarci al ricordo del dolore e del calore dell’amore materno: come il tenue bagliore di una candela nella notte, le due lune bianche dei volti presto si congiungeranno in un’unica fonte di luce, espandendosi poi fino a dissolvere ogni forma, il tronco, le fronde, la gru e il canneto, unendosi alla luce infinita della misericordia e così nella nostra commozione, in una condizione di amore universale che sia simboleggiata da una Madonna col Bambino, o da due scimmie in attesa del giorno, o dai sassi di una città terremotata ma non distrutta, né abbandonata, l’amore è lo stesso e così il proseguire di una vita che è anche dolore, violenza, bruttura e sacrificio, ma che nell’amore materno trova finalmente una “realtà definitiva”. Il femminile oscuro, perché interiore e nascosto, abita, secondo la visione taoista, l’uomo e si radica, principalmente, nell’Utero, viscero perr definizione legato alla “profondità” torbida delle acque abbissali, in cui si nascondono le nostre capacità recettive e creatrici.

Il termine, quindi, esprime il femminile profondo, la capacità, tutta “uterina”, di avere un buon rapporto con i propri sentimenti e le proprie emozioni, con l’affettività oltre alla qualità di vivere un rapporto appagante con il proprio corpo, la propria seduttività, rivolta aglòi ltri non come strumento di conquista, ma dazione di se, al massimo grado. Il termini (collegato, lo ricordiamo all’Utero), fa riferimento alla propria bellezza ed integrità, ma anche alla capacità di vivere con forza, con dignità e con coraggio, non lasciando che le nostre qualità siano senza “germoglio” e senza “fioritura”. Per molti versi siamo nell’ambito del “femmino sacro”, caro alle tradizioni occidentali, tutto ciò che sborda dal “nient’altro” che la scienza delimita e indaga, il “mare” che la ragione non può percorrere se non perdendosi. A questo oceano sconfinato del sacro, al quale non appartengono solo le creature soprannaturali, i mostri di ogni tipo, i morti, ma anche la natura per quel tanto che è estranea alla cultura, quindi gli istinti, le pulsioni, le passioni, e le patologie ad esse collegate.

Non a caso Freud parlò di isteria e non ha caso si dice che isterici e anche oggi, possono essere uomini e donne, anche mascherate da nevrosi compulsive o forme a forte impronta coattiva. Questo femminino, legato alla oscuratà del non visibile e al sacro della archeticipità dell’uomo, è lo stesso che, nella tradizione cristiana, da luogo alla stirpe nata dal sangue di Cristo, dai discendenti di Davide e Salomone, dai figli degli ebrei scampati alla distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera dei Romani nel 70 d.C., e non a caso i templari, difensori del femminino sacro, posero il loro quartier generale proprio dove sorge il Tempio di Salomone. La preghiera del Templare Prigioniero del 1309, attribuita Pierre de Armery, recita: “… che la grazia dello Spirito Santo e che Maria Stella del Mare ci conduca al porto della salvazione…”. E a tutto questo che ci si riferisce e che è racchiuso, nella cultura che ci ha generato, da quanto riferito da Erodoto, l’usanza detta anasymorai, ovvero l’ostentata esibizione dei genitali femminili alzando le gonne, che aveva il potere apotropaico di calmare l’ubris di chi fosse esagitato, di calmare le onde del mare, di scacciare i denomi e perfino di intimidire le divinità. Ora, nell’epoca del disincanto, come definita da Weber e da Nietzsche quella che stiamo vivendo, il sacro è perduto, ma per quel “contenitore di irrazionale” che noi siamo, ciò significa “atrofizzazione dell’esistenza” e “analfabetismo emotivo”: non conosciamo il dolore se non come impedimento… non sappiamo parlare se non in modo sempre più tecnico e quindi impersonale, per cui finiamo con l’abitare una terra divenuta straniera”.

Ed ecco allora che, attraverso l’Utero ed i suoi controlli energetici, risvegliando il “sacro” della nostra”femmina oscura”, si possono trattare dolori che sembrano insostenibili, situazioni vissute come impedimenti . E, con gli stessi punti o altri (il Chong Mai “Mare del Sangue”, il 5VC ed il 16 KI, si possono tentare trattamenti che si tramutano in “attacchi di panico”, come accade in tempi recenti. In effetti va ricordato che, la caratteristica fondamentale dell’isteria è di essere una condizione psichica che si esprime per mezzo del corpo: non per mezzo del comportamento, del pensiero, del flusso verbale, ma proprio attraverso il corpo. È pur vero che sono ascritti all’isteria anche fenomeni quali i crepuscoli e le amnesie non riconducibili a lesioni organiche, ma questi sono ritenuti, quando siano presenti, dei sintomi secondari; quelli primari sono legati all’espressione somatica: le grandi crisi acute, le grandi sindromi funzionali, la polimorfa varietà delle algie, le “stigmate” isteriche, tutte trabbili, a seconda dei casi, col Bai Mai, col Chong Mai, con punti “uterini” secondo i classici (2-14-16KI).

In effetti va ricordato che, il linguaggio del corpo nell’isteria è lo strumento a disposizione di chi non ha parole per comunicare e forse anche di chi non può o non vuole comunicare con le parole: di chi ha la povertà comunicativa propria degli “individui rozzi”, ma anche di chi, appartenendo alla buona società, non può permettersi di esprimere altrimenti pensieri e desideri considerati “sconvenienti”, la “femmina oscura” che urla dentro di lei o di lui. È il linguaggio di qualcuno che di volta in volta, nel corso dei tempi, viene considerato un indemoniato, un malato, un simulatore. Nelle forme più gravi, il doversi esprimere solo attraverso il corpo diventa invalidità o stile di vita: c’è nella vita di queste persone una vasta area dove domina il silenzio degli affetti e dei desideri; c’è nella vita di tutti i giorni la “paralisi” reale di una funzione o la riduzione della autonomia personale a causa di un sintomo o, addirittura, la necessità di dipendere totalmente dagli altri perché soggetti a crisi frequenti. Il linguaggio del corpo è paradossalmente solo espressione di malattia, d’invalidità o di indole debole e tutto sommato disprezzabile.

Sospeso tra malattia, sospetto di simulazione, stigma sociale, l’isterico, e ancor più l’isterica, divengono con il passare degli anni e con l’affievolirsi dell’interesse suscitato negli “anni d’oro dell’Isteria” un fardello ingombrante perfino per la Psichiatria, con i grandi semplificatori del DSM che, certamente, finiranno per cancellarla. Da sempre l’isteria è legata alle convenzioni sociali e alla difficoltà della società di accettare l’espressione dell’emotività. Forse per questo è sempre stata combattuta fino ad essere denigrata, fino al punto di tornare a bruciare al rogo le isteriche come indemoniate. La risposta potrebbe trovarsi nel significato simbolico dell’espressività corporea, la quale a differenza dell’espressione verbale, non può essere arbitraria o simulata, bensì intimamente collegata con i significati che intende trasmettere. Naturalmente saranno le persone emotivamente più deboli, strutturalmente meno organizate nei “meccanismi curiosi di base”, come succedeva in passato alle donne, a dover ricorre a questa patologica forma espressiva. Le persone che più delle altre soffrono di vessazioni, quelle che sono più deboli e quindi hanno più paura e non riescono o non possono essere se stesse non affrontando gravi trasgressioni sociali come succedeva in passato per la donna, che doveva costantemente rinunciare ad esprimere le proprie esigenze sessuali ed adeguarsi costantemente agli obblighi di accudire gli altri e di esercitare il ruolo materno, fino a diventare schiava di quei compiti, liberarsi dai quali sarebbe stata una grave offesa per la famiglia e per i ruoli sociali.

Dobbiamo però considerare che ognuno di noi, può essere se stesso quando sente di aver realizzato le proprie aspettative e quando queste coincidono con i riconoscimenti relazionali del contesto nel quale egli vive e si rapporta. Appare molto difficile sul piano esistenziale essere se stessi ed esprimere, attraverso un’apparente inadeguatezza rispetto ai compiti assegnati dal proprio ruolo sociale, una contestazione delle regole sociali, affrontando la critica e il dissenso di chi ci circonda e del contesto in cui viviamo. In questi casi, che investono i Visceri Curiosi a partire dalla’Utero, entrano in funzione altri canali: come nella psicosi si viene a formare un altro mondo dove, seppur con angoscia e terrore il soggetto riesce a sopravvivere, così nell’isteria il soggetto si deresponsabilizza, è malato, non è più responsabile dei suoi comportamenti e riesce ad esprimere vissuti e stati d’animo che non avrebbe mai potuto esprimere in condizioni di normalità psichica. Alcune nostre esperienze cliniche ci hanno fatto pensare che certe caratteristiche di personalità e, correlate a queste alcune difficoltà relazionali e di comunicazione, fossero simili tra soggetti con Disturbo di Panico e altri per cui ci capita, nonostante i tempi, di far diagnosi di Isteria.

D’altra parte, il rilievo clinico che numerosi soggetti affetti da Disturbo di Panico, dopo una remissione dei sintomi tipici dovuta ad un intervento farmacologico, in seguito presentino diversi altri tipi di patologia psichiatrica, ci ha fatto pensare alla presenza di un disordine complessivo della personalità che li assimilano a pazienti con un quadro riferibile all’Isteria. Per prima cosa ci ha colpito la bassissima prevalenza del Disturbo di Somatizzazione: non solo nella nostra esperienza (non se ne vedono praticamente più, ma questo potrebbe dipendere da una tendenza, che peraltro riteniamo probabile, dei medici di base a provvedere essi stessi all’intervento psicofarmacologico), ma anche in quello che viene riportato dalla letteratura: che il corpo non sia più uno strumento della comunicazione di chi soffre? Noi crediamo che oggi esistono dei soggetti che non riescono a conoscere o a comunicare i contenuti, i motivi, le origini del proprio disagio e sono ancora costretti a servirsi di un altro linguaggio: un linguaggio più raffinato di quello “grezzo” ancorchè polimorfo dell’isteria, un linguaggio in cui sia presente l’espressività somatica, nelle fasi acute, ma che di norma si esprima nella forma in cui il disagio e la sofferenza hanno “imparato” a materializzarsi, con un sintomo che ha componenti somatiche come elementi di pertinenza cognitiva, l’ansia.

In questi casi pensiamo al’Utero segno di quella “femmina oscura” che parla attraveso il corpo. E poiché partire dall’insegnamento di Freud e Lacan, viene descritta una caratteristica evoluzione attraverso la scala dei deliri intesi come tentativi di guarigione. Questo libro ritaglia dalla clinica psichiatrica una clinica diversa, quella psicoanalitica, che valorizza la peculiarità soggettiva, colta attraverso il rispetto delle invenzioni singolari e l’analisi delle formazioni dell’inconscio, che alberrga nei Visceri DCuruiosi, il trattamento sui punti sopra richiamati e sui vari meccanismi connessi con l’Utero, possono forse essere utili anche in forme deliranti ed allucinatorie, in cui sia ancora conservato un minimo di senso critico.

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