Torniamo al principio olografico. Ripetiamo che ogni singola parte contiene l’informazione del tutto; ogni frammento della pellicola, per quanto piccolo, contiene l’intera immagine. In campo biologico ogni cellula, organo o apparato ha in sé l’immagine (informazione) dell’intera persona; ogni parte sente e vibra con ogni altra parte dell’essere. La relazione fra le parti non è di semplice contiguità o di fisiologico equilibrio, ma è un rapporto armonico di dialogo, di profonda interazione. Non esiste un problema localizzato: o è tutta la persona ad essere ammalata, o nessuna sua parte. Vale a dire: perché si manifesti un disturbo localmente, deve per forza essere già “disturbata” la totalità della persona. In questa ottica non ha quindi senso correggere la parte “malata”, come non ha senso modificare un frammento dell’ologramma nella pretesa di cambiare l’immagine del tutto. Il “disturbo” non è altro che un disturbo di significato, un errore di interpretazione che si interpone fra la pellicola olografica e la realtà ripresa. Una normale fotografia può essere facilmente corretta se un particolare risulta difettoso o sgradito, agendo specificamente sul punto in questione.

Una olografia invece non permette un intervento locale, poiché il “particolare difettoso” è distribuito su tutta la superficie della pellicola, riprodotto infinite volte.Ogni correzione olografica richiede cambiamenti radicali, che impegnino cioé la totalità dell’intera informazione. Va da sé che agire sulla cellula, sull’organo “malato”, non potrà mai portare guarigione ma solo temporaneo equilibrio. Non che questo non serva, intendiamoci: quando è necessario salvare la vita dell’informazione-paziente qualunque intervento è giustificato, qualunque sia la metodica o lo strumento a disposizione. Ma, finita l’emergenza e “sedate le ostilità”, rimane la persona con il suo bagaglio di informazioni-malattia, ancora intatte e continuamente al lavoro per esprimersi nel suo vissuto. A meno che non intervenga un mutamento di prospettiva, un nuovo punto di vista dal quale si scorga un “nuovo” mondo di informazioni, più basilare, più vero, più reale. Allora l’informazione-malattia viene riconosciuta per quello che è: un racconto di fantasia, una fandonia bella e buona, una grande mostruosa balla presa per buona dalle nostre cellule, organi, dal nostro intero essere.

La grande balla affascina ancora con le sue immagini di degenerazione, corruzione, vecchiaia, morte, dolore, distacco. Contagia menti stupide e intelligenti, ignoranti e colti, poiché il morboso affascina sempre (perché uno dovrebbe andare a cinema a vedere un film horror? cosa lo induce a sottoporsi ad un simile trattamento?). Le parti “separate” ci sembrano tali per un semplice gioco di prospettiva, che artificiosamente isola sullo sfondo singoli aspetti della unità multiforme. Qualunque intervento che avvalori in qualche modo questa prospettiva, muovendosi entro le sue coordinate, mantiene in vita l’illusione e impedisce lo svelarsi della realtà. Quindi, anche approcci di tipo avanzato, meno materialistici e più “sottili”, possono nonostante tutto contribuire ancora alla percezione collettiva di un universo frammentario, se non sono informati sull’idea reale di fondo. Tutto questo dilagare di metodi, approcci e tecniche “naturali” spesso non si muove da una comprensione unitaria delle cose, ma da un semplice bisogno di equilibrio, di cui si avverte la necessità di un prezzo meno esoso, più “ecologico”.

Ancora gioco delle parti. Una cosa contro l’altra. “Facciamo vincere la più buona”, o meglio (negli approcci più avanzati): “Non esistono cose buone o cattive: è buono il bilanciarsi fra le cose, che queste siano in equilibrio fra loro” Si dimentica che una “parte” è anche l’altra. Che una “parte” è già il tutto. Così come è difficile per la nostra mente concepire la realtà di un ologramma (che pure è una “cosa” ben concreta, un frutto della moderna tecnologia), così ci è difficile concepire che in ogni singola parte vi è il tutto. La logica del comune buon senso rifiuta un’idea del genere. Ma tale “buon senso” non è allineato con la realtà: è anch’esso un sistema d’informazioni ad effetto distorcente, molto potente (perché mai messo in discussione), che si basa sull’ovvietà del “dato di fatto”, del “toccare con mano”, della percezione (che la scienza ha rivelato illusoria). Dovremmo tener presente che l’informazione-salute è sì presente in natura variamente rappresentata, ma è anche e soprattutto già presente nella nostra memoria, registrata più o meno profondamente (ma sempre indelebilmente).

La visione di una realtà sana è l’informazione base che permette il nostro esistere. Diciamo che l’unica vera informazione è proprio quella. Il resto è sovrapposizione, trucco scenico, mascherata cosmica, racconto fantastico, film horror: cose avvertite come reali, ma che non “parlano” della realtà. Le forme e le figure a livello macroscopico possono più e meno sembrare alterate o malate, ma a livello fondamentale (atomico e subatomico) non esiste alcuna alterazione o malattia, poiché al quel livello la realtà si mostra essere perfettamente simmetrica, anche se straordinariamente bizzarra per noi dotati di “buon senso”. L’informazione-base può emergere e conseguentemente informare l’intera memoria dell’organismo su come stiano realmente le cose, e realizzare quindi l’armonia a livello cellulare. Oggi l’ingegneria genetica sta muovendosi in una direzione per certi versi parallela rispetto a quanto detto, per altri divergente: ha compreso che qualunque manifestazione dell’organismo è stabilita e regolata da un complesso d’informazioni memorizzate nel codice genetico; ha compreso che la malattia è un problema software e non hardware; e che la salute può essere quindi ripristinata via software, cioé con una rimemorizzazione di dati sani.

Fin qui tutto bene; l’errore consiste nel voler credere che per guarire basti sostituire il gene alterato: si rimane nel campo della malattia localizzata, delle cause locali, perdendo di vista il principio olografico. L’informazione alterata è una caratteristica di tutte le cellule dell’organismo. Guarire l’hardware di un cromosoma non vuol dire guarire la totalità software dell’organismo. Altro errore è considerare il DNA come la sorgente dell’informazione biologica e non come una struttura anch’essa informata dal messaggio informatico che essa stessa porta. In altre parole il DNA non è soltanto il veicolo dell’informazione, ma ne è anche il prodotto. Identificando l’informazione biologica come il DNA, confondiamo il software con l’hardware; come se identificassimo un programma per computer con il dischetto sul quale è memorizzato. Ricordiamo che il software per esistere non richiede necessariamente un hardware: questo gli occorre solo come supporto per la espressione del programma nella realtà. Quindi l’informazione che ci costituisce esiste al di là del nostro esistere somatico, ne è la matrice generante, che utilizza il materiale genetico come strumento di espressione.

Ipotesi: se così fosse, allora modificando la matrice informatica potremmo modificare il materiale genetico, e quindi il comportamento biologico dell’organismo (con buona pace degli ingegneri genetici)?. Visto che tutto è informazione, e che tutto è espressione di matrici informatiche, di messaggi significanti, allora dovremmo porre maggiore attenzione quando assorbiamo o trasmettiamo noi stessi informazioni. I messaggi (forme-pensiero) tendono a realizzarsi concretamente, indipendentemente dalla loro qualità o veridicità. Inoltre le informazioni (se dotate di forza, ossia se sufficientemente ripetute) tendono a contagiare gli altri organismi-informazione, imprimendo un particolare significato. Idee di malattia tendono a produrre malattia (molto, molto concretamente). Idee di salute riportano a galla la verità (di verità e sanità) e creano armonia. Inconsapevolmente noi stessi creiamo una “realtà virtuale” molto dolorosa, poiché l’idea di dolore e paura ha oscurato il vero (e unico possibile) messaggio di unità e amore. La nostra percezione delle cose avvalora drammaticamente il triste quadro, conferendo il crisma della “crudezza reale”, perché “che la vita sia quello che è, è sotto gli occhi di tutti”, indiscutibilmente e pesantemente “concreta”.

La fisica è giunta a conclusioni che stravolgono completamente ogni “ragionevole” buon senso: se ne possono capire i contenuti, ma si stenta ad accettarne le implicazioni, poiché rivoluzionerebbero totalmente l’ordinaria (e tanto cara) visione delle cose, che tanto bella non è, ma è così comoda. La fisica quantistica ha scientificamente stabilito che l’atto stesso di osservare qualcosa contribuisce alla esistenza di quel qualcosa, influenzandone le caratteristiche e le qualità. Cioé, a seconda di come si pone l’osservatore con il suo modo di vedere, così la cosa osservata esiste e si mostra in un modo e non in altri. Per quanto sembri assurdo, questo in fisica è ormai un dato di fatto incontestabile, scoperto sin dagli anni ’20; ma non ancora, nel momento in cui scrivo, patrimonio comune, nemmeno nell’ambito cosiddetto “scientifico”. Osservare è creare, o meglio, osservare è proiettare una realtà virtuale fuori di sé, che non fa altro che rispecchiare i contenuti dell’osservatore, scomposti in una molteplicità di figure e accadimenti. La fisica inoltre è giunta ad un’altra conclusione: 1. La materia è una forma di energia. La materia è energia “condensata” in una forma apparentemente “solida”. 2. L’energia è l’onda portante dell’informazione. Cioé ne è un veicolo, una forma di trasporto. 3. Ergo, la materia è un aspetto “solido” dell’informazione, condensata in massa.

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