Dalla vita prenatale al presente e al futuro.

Per capire bene che cosa accade nella nostra vita prenatale, sede delle nostre prime esperienze, ci rifaremo all’imprinting, cioè all’impronta lasciata su di noi dall’ambiente. Il bambino è morbido come la creta e quindi si lascia plasmare, possiamo azzardare di dire che il feto è come l’acqua, cioè liquido. Secondo esperimenti condotti da Masaru Emoto, noto scienziato giapponese, le singole cellule dell’acqua hanno una memoria e quindi anche il feto memorizza. Tutte le esperienze fatte dal nostro feto resteranno vive dentro di noi. L’esperienza della madre e quella del bambino dentro di lei sono sempre accompagnate dalla parola, dal “logos”. La parola della madre diviene quella del feto e del bambino. All’inizio la parola della madre (logos) è quella del bambino in seguito la parola si trasforma in dialogo tra i due. Dalla parola deriva il dialogo e dal dialogo l’imprinting, cioè il programma della nostra vita. Quali sono le esperienze che abbiamo fatto nell’utero di nostra madre? Sono le esperienze (programma, imprinting) che determineranno la nostra vita dato che all’inizio c’è la parola di nostra madre, poi il dialogo profondo con lei e poi l’esperienza data dalla nostra prima relazione, quella con lei nell’utero.

Da qui deriva il potere dei traumi, ciò che avviene nell’utero di nostra madre, nel bene e nel male, ci condizionerà. E’ importante capire la relazione tra il dialogo che la madre aveva con sé stessa ed il dialogo che noi abbiamo con noi stessi. Possiamo idealmente tornare nell’utero, cambiare l’esperienza vissuta lì e rinascere attraverso il perdono. Ci serve il potere del perdono per sciogliere il dolore dovuto alle esperienze traumatiche vissute nell’utero. Per aiutarci a ricontattare i vissuti intra-uterini possiamo anche rivivere, in ambiente protetto e con la guida di un terapeuta, l’esperienza del concepimento. Dopo il concepimento é il figlio che decide quale è la selezione dei geni e chi deve essere, cioè comincia a scegliere il suo progetto di vita. Il nostro Io-persona esiste già dal momento del concepimento. L’embrione evolve da una cellula (fecondata) a molti miliardi di cellule, formando il suo DNA ed ha un’idea molto precisa di sé, sa che cosa vuole diventare. Ecco che da un punto di vista spirituale potremmo paragonare il nostro DNA al nostro assoluto. Ricordiamoci che tutto quello che vive la mamma lo vive anche il bambino e così si verificano le prime ferite.

La potenza e la forza dell’embrione e del feto sono grandissime, tanto che l’embrione trasforma fisiologicamente la madre per ottenere un ambiente favorevole al suo sviluppo e alla sua nascita. In questo momento è importante l’incontro tra il pensiero ed il cuore della madre: questo primo impatto profondo influenzerà sempre il futuro rapporto col figlio. E’ nella vita intra-uterina che avviene la fusione tra la vita biologica e quella psicologica. In seguito separeremo tutte le dimensioni : mente, cuore,corpo, anima. Nel concepimento si manifesta già l’Io-persona, come un auriga che governa tre cavalli, l’Io-fetale, l’Io-psichico, il Sé. Queste sono tutte parti vive di noi che ci resteranno dentro per sempre. Tenendo presente tutte queste nostre componenti possiamo, attraverso un percorso analitico, sciogliere tutti i traumi della nostra vita intra-uterina. Mi piace sapere che tutte le attività mentali del feto iniziano con un grande sogno e sognando arriviamo alla nascita. Nasciamo nel sogno e tutte le notti, col sonno, torniamo idealmente nell’utero. Che cosa succede quando il feto cresce e si avvia verso la nascita fisica? Prima del sesto mese di gravidanza, il feto sa che la simbiosi con la madre è vitale : “Se mi separo, muoio…” Nella vita adulta spesso continuiamo a non volerci separare …per paura di morire.

All’ottavo mese il feto si gira e si mette a testa in giù, cioè fa una capriola e si avvia verso il labirinto del collo dell’utero. Anche nella vita adulta possiamo restare imprigionati nel labirinto dei traumi intra-uterini oppure possiamo scegliere di fare la capriola e di uscirne! Fare questo vuol dire “perdonare” sciogliendo gran parte dei nostri dolori, non tutti. Dovremo continuare sempre a fare i conti con le nostre ferite antiche e con la nostra decisione di voler perdonare. Perdonare vuol dire lasciare andare, possiamo deciderlo con la mente e sentirlo col cuore. Possiamo riconcepirci in una nuova identità e risolvere i nostri traumi in modo sostanziale, ma mai completo. Frequentando la scuola ho avuto la fortuna di poter “rivivere” il mio concepimento ed ecco quello che ho scritto in quell’occasione, facendo libere associazioni. Spermatozoo: timore, stupore, ritrosia, luce, freddo. Ovocellula: sopraffazione, decisione, dominio, caldo. Momento del concepimento: mi sento nell’acqua, vedo una membrana grigio argento, provo una grande sensazione di freddo. Prima del concepimento: immobilità.

Oggi so che questo schema ha continuato a ripresentarsi nella mia vita fino a quando ho deciso di “romperne” almeno una parte, cercando di modificare alcuni miei schemi mentali e cominciando a rinascere riconcependo una mia nuova identità. Come dice Antonio Mercurio, possiamo ricostruire la mappa del nostro inconscio esistenziale attraverso l’analisi di episodi che continuano a ripetersi sempre uguali nella nostra vita (dalla memoria cellulare al presente) fino a che riusciremo a cambiare i nostri schemi mentali e la nostra vita. Questo è successo quando avevo ventitre anni e me ne sono andata di casa. Sentivo profondamente che se fossi rimasta “sarei morta”, non in senso fisico ma in senso esistenziale. Andandomene sono sfuggita a mia madre ed ho cominciato a rompere la mia simbiosi con lei: lo schema del mio concepimento cominciava a sgretolarsi. Ho cambiato paese, città, ho trovato una casa ed un lavoro e son riuscita a costruire la mia vita (in senso pratico ed esistenziale). E’ stata una prima rinascita, è stato il capire profondamente che potevo contare su me stessa per vivere.

Mi sono riconciliata con i miei. Mi sembrava di averli perdonati, ma il mio odio rimosso stava ben più in fondo nella mia anima. Stava lì a ricoprire la mia ferita intrauterina, il mio dolore più antico. Poi ho incontrato mio marito e dopo poco ci siamo sposati. Finalmente rientravo nei miei vecchi schemi di vita. Non mi sono accorta della trappola che stava scattando. Stavo tornando indietro. Quando poi ho smesso di lavorare alla nascita delle mie figlie, è sembrato che avessi ritrovato l’antico buon senso (dei mie genitori)…ma non era così. Vivevo una scissione, una parte di me stava saldamente attaccata al mio Sé manifestando un disagio profondo, l’altra si lasciava ancora coinvolgere nell’ideale di perfezione e nel sostanziale “non esserci” come Persona. Sono caduta nella trappola della maternità, convinta che avrei dato alle mie figlie tutto ciò che mi era mancato: in realtà le ho usate per riempire i miei vuoti e per vivere una simbiosi. Sono passati gli anni, io vivevo in simbiosi con mi madre e le mie figlie, mio marito era in simbiosi con sua madre e col suo lavoro. Si era creato un equilibrio, anche se malsano.

Improvvisamente è morto mio padre. Questo è il vero terremoto che si è verificato nella mia vita adulta. Non me ne sono accorta subito. Sentivo un grande dolore, una grande inquietudine, una grande confusione, sentivo il mondo più vuoto, ma mi sentivo anche più adulta, come se fossi stata spinta in avanti, nella vita. Ero davanti al vuoto. Mi è sembrato che tutto fosse crollato e che tutto fosse da ricostruire, ma come? Lì ho ripescato il mio Sé ed ho chiesto aiuto, ho iniziato un percorso di analisi. Lo schema del mio concepimento si stava sgretolando un altro po’. Pensavo di aver avuto un problema con mio padre e con mio marito, invece il problema era la simbiosi con mia madre e con le mie figlie. Le tessere del mosaico della mia vita si stavano spostando. Tutti gli equilibri sono cambiati, quello con mia madre, quello con le mie sorelle, quello con mio marito e quello con le mie figlie. Si sono scatenati problemi su ogni fronte. Le mie figlie soprattutto, mi hanno messo di fronte al mio ideale di perfezione, alla mia mania di controllo, a tutti i miei veleni ed hanno colpito a fondo per distruggerli.

Siamo cambiati e cresciuti, attraversando grandi dolori. Non siamo tutti allo stesso punto, ma siamo in movimento. Sto ancora lottando contro la mia madre divorante interiore ed ogni volta che la incontro nelle forme più subdole e varie, mi sento ingoiare da vari meccanismi di difesa e dalla paura del divoramento; so di passare per la mia ferita intrauterina, la mia paura di non esserci e di non essere riconosciuta,ogni volta è come se ci arrivassi più vicina, più in fondo, ma riesco a non farmi travolgere. Chiedo aiuto al mio Sé, a un tu, a un noi, cercando aiuto anche negli altri, creando quella coralità che mi sa indicare una strada nuova. Da sola non ci riuscirei.

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