La sesta conferenza sui cambiamenti climatici, che ha avuto luogo a Bonn, si è conclusa con un compromesso tra i 180 Paesi partecipanti. Prosegue così il processo di ratifica, anche se gli Stati Uniti ribadiscono il loro no.

Accordo fatto sul protocollo di Kyoto. Nonostante il no degli Stati Uniti, il processo per la ratifica del negoziato sui cambiamenti climatici va avanti con il pieno sostegno del Canada, del Giappone e della Russia oltre che dell’Unione europea. Questo il risultato raggiunto a Bonn nell’ambito della sesta conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che ha chiuso i battenti il 23 luglio scorso. I colloqui-fiume tra i delegati dei 180 Paesi partecipanti si sono svolti sulla base di una proposta di compromesso formulata dal presidente della Conferenza, il ministro dell’Ambiente olandese Jan Pronck, per cercare di unire le diverse posizioni e salvare il Protocollo sulle riduzioni delle emissioni di gas serra. La parte cruciale di tale compromesso è il riconoscimento degli “sconti” voluti da Giappone, Canada e Australia, cioè che dalle quote di emissione di anidride carbonica da ridurre vengano detratte le quantità di questo gas riassorbite dalle foreste presenti sul territorio. In altre parole, quanto maggiore l’estensione boschiva, tanto minore saranno le riduzioni effettive delle emissioni.

Una soluzione che non trova d’accordo le associazioni ambientaliste: in questo modo, affermano, la riduzione delle emissioni di Co2 entro il 2012 rispetto al 1990 non sarà del 5,2 per cento, come previsto dal protocollo di Kyoto, ma di meno del 2 per cento. La stessa Unione Europea, per bocca del ministro Trittin, ha fatto sapere di essere tutt’altro che contenta di questa soluzione, ma “è meglio un compromesso non ideale di un fallimento”. Il Protocollo di Kyoto è un documento redatto e approvato nel corso della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici tenutasi in Giappone nel dicembre del 1997. Indica gli obiettivi internazionali per la riduzione di sei gas cosiddetti a effetto serra (anidride carbonica, gas metano, protossido di azoto, esafloruro di zolfo, idrofluorocarburi e perfluorocarburi), ritenuti responsabili del riscaldamento globale del pianeta che potrebbe portare a gravissime modifiche del clima. L’obiettivo fissato è una riduzione media del 5,2 per cento dei livelli di emissione del 1990, nel periodo 2008- 2012. Per alcuni Paesi è prevista una riduzione maggiore (8 per cento per l’Unione europea, 7 per cento per gli Stati Uniti, 6 per cento per il Giappone).

Per altri Paesi, considerati in via di sviluppo, sono stati fissati obiettivi minori: per la Russia e l’Ucraina, per esempio, l’obiettivo da raggiungere è la stabilizzazione sui livelli del 1990. Per il raggiungimento di questi obiettivi, i Paesi possono servirsi di diversi strumenti che intervengono sui livelli di emissioni di gas a livello locale-nazionale oppure transnazionale. Il Protocollo di Kyoto, però, entrerà in vigore solo nel momento in cui sarà ratificato, accettato, approvato da non meno di 55 nazioni responsabili per almeno il 55 per cento delle emissioni di biossido di carbonio (emissioni quantificate in base ai dati relativi al 1990). Attualmente solo 14 Paesi hanno ratificato il Protocollo e rappresentano complessivamente una percentuale irrisoria delle emissioni quantificate di gas a effetto serra. L’ostacolo maggiore è rappresentato dagli Stati Uniti, che da soli rappresentano il 36,1 per cento delle emissioni di anidride carbonica: se, come annunciato più volte dal presidente George W. Bush, non ratificheranno l’accordo, sarà difficile raggiungere il quorum previsto per l’entrata in vigore.

Tra i punti controversi vi è il commercio delle quote di emissione: il protocollo prevede che i Paesi che riducono le proprie emissioni ancor più di quanto fissato negli obiettivi possano vendere le quote eccedenti ad altri Paesi. Il caso tipico è quello della Russia, che a causa della recessione economica ha naturalmente e senza sforzo ridotto le proprie emissioni di gas a effetto serra e ora può vendere ad altri Stati l’inquinamento “risparmiato”. L’Unione europea non si è opposta in via di principio a questo commercio, ma si è sempre battuta perché fosse complementare e non sostitutivo degli sforzi “in casa”, chiedendo di fissare un tetto per le emissioni commerciabili. Gli Usa, di rimando, hanno insistito sul fatto che con la chiusura degli impianti industriali altamente inquinanti dell’ex Germania dell’est l’Europa ha già avuto “senza sforzo” la propria parte di quote di emissioni. Altro tema al centro di grandi discussioni è quello dei cosiddetti sink, i pozzi in grado di assorbire i gas a effetto serra: il protocollo di Kyoto prevede che attraverso forestazione, riforestazione, uso e cambi d’uso del suolo, i Paesi possano ricevere dei “crediti” da aggiungere alla propria quota di emissioni.

La crescita di nuove piante viene cioè considerata una compensazione perché queste, attraverso la fotosintesi, sono in grado di assorbire l’anidride carbonica. Per l’Italia l’obiettivo di riduzione dei gas serra indicato nel Protocollo è fissato a una percentuale del 6.5 per cento. Al preciso scopo di favorire una riduzione delle emissioni di gas antropogenici, il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) ha, nel novembre 1998, individuato le azioni nazionali che permetterebbero di ottenere tale riduzione. Secondo un recente studio dell’Ipcc, il gruppo di studio intergovernativo sui cambiamenti climatici che riunisce i maggiori esperti mondiali, perdurando la situazione attuale un raddoppio delle concentrazioni di anidride carbonica porterà a un aumento della temperature globale quantificabile tra 1,4 e 5,8 gradi centigradi entro il prossimo secolo. Secondo il comitato ci sono prove chiare dell’influenza umana sul clima ed è probabile che i gas a effetto serra immessi dall’uomo nell’atmosfera “abbiano già sostanzialmente contribuito al riscaldamento osservato negli ultimi 50 anni”.

Per invertire la rotta sarebbe necessario un drastico taglio di almeno il 60 per cento delle emissioni di gas a effetto serra. L’obiettivo fissato da Kyoto è di oltre dieci volte inferiore. Ma quali possono essere le conseguenze dell’effetto sera sul pianeta? Dal 1860 – inizio della rivoluzione industriale – a oggi la temperatura della Terra si è alzata tra 0,3 e 0,6 gradi centigradi. Da quando sono iniziate le misurazioni, gli anni Novanta sono stati nel complesso il decennio più caldo e il 1998 è stato l’anno più caldo mai registrato in assoluto. Molti modelli climatici indicano che già ora il riscaldamento del pianeta provoca in diverse aree un aumento nella frequenza e nella durata di eventi estremi come piogge, alluvioni e siccità. Nell’ultimo secolo il livello del mare è cresciuto globalmente di 10-25 centimetri, probabilmente proprio a causa dell’aumento della temperatura terrestre che ha provocato lo scioglimento dei ghiacci polari. Un aggravamento del fenomeno porterebbe un ulteriore scioglimento dei ghiacci (con conseguente aumento del livello dei mari), un aumento delle precipitazioni nell’emisfero Nord e una crescita della siccità in quello Sud, e in generale a un’estremizzazione degli eventi meteorologici.

Per l’Italia il rischio maggiore è quello dell’innalzamento del livello del mare, che potrebbe far scomparire molte delle zone costiere più belle del Paese.

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