Per una cultura della salute realmente olistica

Cosa intendiamo davvero quando diciamo “sto bene”? Cosa significa realmente star bene? Certo, star bene può significare cose differenti per differenti persone, anche dal punto di vista scientifico sul concetto di salute è stato scritto molto, spesso in conformità a diversi riferimenti sia disciplinari, sia professionali. Più che impegnarsi in disquisizioni accademiche o di categoria è importante che ogni persona rifletta consapevolmente sul proprio concetto di salute e benessere. Inoltre ogni lavoratore socio-sanitario (convenzionale e non) dovrebbe espandere la riflessione anche al proprio mandato socio-professionale e a quali riferimenti culturali etici applica implicitamente. Non dobbiamo mai dimenticare che ancor oggi, per la maggior parte delle persone, “star bene” significa semplicemente non essere ammalato. Siamo cioè di fronte a una dinamica psicologica basata sulla scarsità, sulla percezione di un bene riconosciuto come tale in condizioni di perdita o di timore della perdita. La salute è quindi un bene che, per induzione culturale, viene in un certo modo dato per acquisito: la si rivaluta solo quando viene a mancare.

Fortunatamente esistono però anche altri modi di considerare la salute, collegandola ad esempio con il concetto di benessere, ossia una condizione positiva e soggetta a potenziali sviluppi migliorativi. Poiché il concetto di salute dipende dal livello e dall’ambiente culturale e sociale, anche gli standard di ciò che può essere considerato “buona salute” possono variare. Le idee dei non professionisti sulla salute dipendono dalle loro esperienze, conoscenze, valori, aspettative così come da ciò che pensano che gli altri si attendano da loro. Buona parte degli apprendimenti sociali che ogni persona sviluppa in quest’ambito discendono dalle forme di relazione sperimentate con gli appartenenti alla categoria medica e dalla distribuzione asimmetrica di potere che usualmente le caratterizza. Il messaggio chiave normalmente è “la salute è una cosa per esperti, dimmi i sintomi, io ti darò una soluzione, se posso…”. E’ evidente quanto questi apprendimenti predispongano ad atteggiamenti passivi e di delega impropria, oltre che ad un appiattimento del tema della salute sulla sola dimensione fisico/biologica.

Anche la psicologia, quando abbandonò l’ambito accademico per approdare a quello applicativo intraprese la strada della “clinicizzazione”, ossia del rappresentarsi come prassi soprattutto orientata alle patologie individuali e ai conseguenti metodi curativi. In anni più recenti, grazie anche la diffusione di un’informazione psicologica di base, la dimensione terapeutica sembra essere sempre più affiancata ad azioni che presentano le logiche dello sviluppo personale, offrendo derivati della clinica psicologica a persone che non chiedono di “guarire” ma di “star meglio”. Questo cambio di paradigma è interessante e lascia ben sperare per lo sviluppo di una psicologia sempre più orientata verso il desiderio ed il futuro e meno focalizzata verso le difficoltà e la ricostruzione di eventi del passato. Un elemento di criticità ancor oggi presente è però che (anche se il termine olistico è usato massivamente) la realtà delle pratiche psicologiche di sviluppo individuale dimentica spesso i piani collettivi e di riappropriazione sociale della costruzione partecipata dei costrutti del “benestare”.

2. Dal curare al prevenire, desiderando il promuovere Istituzionalmente l’OMS da qualche tempo definisce salute “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente l’assenza di malattie. Chi si occupa professionalmente di benessere (e, si spera, anche la persona comune) è quindi invitato a considerare almeno sei diverse aspetti:
1.Dimensione fisica
2.Dimensione psichica
3.Dimensione emotiva
4.Dimensione relazionale
5.Dimensione ideologico-valoriale-spirituale
6.Dimensione sociale

Quando facciamo riferimento ad un approccio olistico dovremmo perciò sforzarci di cogliere davvero le diverse dimensioni, prestando attenzione non solo alla condizione di ognuna di queste ma anche alle loro interrelazioni. Dovremmo poi portare attenzione non solo al “curare” inteso come “riparare i danni” ma anche al “prenderci cura”, ossia al cercare di promuovere le migliori condizioni possibili per un ottimale stato, generalizzato e non individualistico, di benessere. Queste attenzioni permettono di cogliere al meglio le differenze tra le pratiche preventivo/promozionali.

PROMOZIONE -PREV.PRIM. ASPECIFICA: Favorire una migliore qualità della vita, aumentare il benessere individuale, potenziare i fattori protettivi a livello collettivo (empowerment individuale e di comunità)

PREVENZIONE PRIMARIA: Ridurre l’incidenza di una particolare di una particolare malattia/problema/disadattamento (Educazione alla salute, interventi sul contesto)

PREVENZIONE SECONDARIA: Diagnosticare il disagio/problema/malattia in fase iniziale e di intervenire prima che la situazione di deteriori ulteriormente. (diagnosi e terapia individuale)

PREVENZIONE TERZIARIA: Cercare di ridurre gli effetti collaterali negativi di un problema/malattia.(terapia e riabilitazione)

Fare prevenzione è possibile:
–> professionalmente:
* basandosi su analisi di scenario derivate dalla medicina, dalla psicologia (in particolare sociale e clinica), dalla sociologia e dalla politica
* utilizzando metodologie basate prevalentemente sulla psicologia della salute (soprattutto per il 2 e 3 livello preventivo) e sulla psicologia di comunità (per la promozione e la prevenzione primaria)
–> a titolo personale:
* seguendo abitudine sane e pratiche mirate al miglioramento del nostro stato di equilibrio e di soddisfazione, individualmente ma anche nella relazione con gli altri e con l’ambiente. Non cadiamo nell’errore di ritenere che la salute sia una questione individuale: siamo sempre parte di un tutto: sociale, biologico e, forse, spirituale.

Per approfondimenti:

* Ewles L., Simnet I. Promozione della salute. Edizioni Sorbona, 1995
* Leone L., Prezza M. Costruire e valutare i progetti nel sociale. Manuale operativo per chi lavora su progetti in campo sanitario, sociale, educativo e culturale. F.Angeli, 1999.
* Martini E.R., Sequi R. Il lavoro nella comunità. Manuale per la formazione e l’aggiornamento dell’operatore sociale. NIS, 1997.
* Martini E.R., Sequi R. La comunità locale. Approcci teorici e criteri di intervento. NIS, 1995
* Martini E.R., Alessio Torti Fare lavoro di comunità. Carocci, 2004
* Orford J. Psicologia di comunità. Aspetti teorici e professionali. F.Angeli, 1998.
* Spaltro E. Qualità. Psicologia del benessere e della qualità della vita. Patron, 1995

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here