Dalla sofferenza alla piena consapevolezza di noi stessi

Esistono sicuramente molti modi di accostarsi al divino, e certamente la preghiera rappresenta spesso la maniera più intima e personale di farlo: immagino che chiunque, vivendo comunque in una società che da sempre mostra evidenti inclinazioni religiose, sia stato spesso anche solo tentato di pregare, certamente anche coloro che meno di altri sono religiosamente devoti, o confidano in un essere superiore e trascendente, capace di andare oltre i propri limiti oggettivi. E proprio per questo, forse, molti di noi si accostano alla preghiera soprattutto in un momento di massimo bisogno, quando cioè la nostra esistenza è turbata da situazioni personali o familiari di difficile risoluzione, o ancora in presenza di un malessere fisico di una certa gravità, o di un disagio emotivo che ci rende in costante balia degli eventi. Quasi sempre, dunque, ci rivolgiamo alla preghiera in una condizione di sofferenza fisica o morale, sia per noi sia per i nostri affetti più cari, il cui disagio inevitabilmente finisce per investire anche la nostra esistenza. Nella preghiera ci accostiamo al divino come ad un ipotetico amico buono e saggio, ad un terapeuta eccelso, a qualcuno capace di anticiparci eventi e situazioni, e rimaniamo in attesa di un segno, di una manifestazione, che possa in qualche maniera alleviare le nostre sofferenze.

Spesso, però, il fatto stesso di pregare è già di per sé sufficiente a ridurre, almeno momentaneamente, le nostre tensioni, ad attenuare la nostra disperazione, a riportare un barlume di speranza in un individuo che fino a poco prima faceva i conti con la propria fragilità e la propria impotenza. E in effetti questo stato di momentaneo benessere ci permette di assaporare, magari solo fino al prossimo momento di sconforto, una nuova condizione esistenziale che, quasi per magia, coinvolge tutto il nostro organismo. A pensarci bene chi di noi ha fatto questa esperienza, anche solo una volta nella vita, ha contemporaneamente avuto la possibilità di verificare quanto complesso sia il nostro organismo, eppure straordinariamente dinamico nel ritrovare in breve tempo il benessere fisico, e soprattutto emotivo, che poco prima sembravano perduti: ritrovare, cioè, il governo dei propri sentimenti, il coraggio delle iniziative personali, la convinzione nei propri mezzi, quella speranza che genera ottimismo, la consapevolezza di non essere più soli e tanto meno abbandonati ad un creato ostile, abitato da esseri tanto diversi e indifferenti.

Se lasciati guidare da questo nuovo stato della mente, quell’attimo di armonia di sensi e sentimenti può prolungarsi, con la nostra volontà, e guidarci verso una progressiva rinascita interiore, che dalla sofferenza ci condurrà alla piena consapevolezza di noi stessi, della nostra missione esistenziale e dell’accogliente bellezza di tutto il creato, del quale finalmente torneremo a sentirci parte integrante. E’ proprio questa, quindi, la risposta, quasi immediata, che dovevamo attendere: nessun messaggio particolare e soprattutto materiale, nessuna manifestazione necessariamente fisica, ma la liberazione momentanea da una sofferenza, che apre il cuore alla vita e alla speranza, che ci conforta con parole sincere e partecipi, e ci sospinge a riprendere con fiducia il cammino della nostra esistenza, alla ricerca di quella comunione con l’assoluto, da cui siamo in ogni istante amorevolmente circondati. E allora la preghiera più bella non sarà più quella contenete una nostra richiesta, ma bensì l’affidamento completo e sicuro, in ogni situazione che ci spaventa, che ci tormenta, che sembra irrisolvibile, ad una forza che al tempo stessa ci trascende e ci sostiene, e mai ci abbandona.

Questo completo affidamento è quanto espresso magistralmente nella preghiera del Padre Nostro, dove la nostra volontà, appunto, torna a farsi un tutt’uno con quella di chi ci supera e ci trascende, ma desidera solo il nostro bene e la nostra gioia più completa. Questo splendido esempio di cosciente e completo abbandono a qualcosa di superiore a noi, che vuole però renderci del tutto uguali a lui, è quanto si auspica ogni medico che vuol curare la persona unitamente all’organo o alla funzione perturbata, nell’ambito di un ritrovato e rinnovato rapporto medico-paziente dove, proprio come un buon padre, un medico colto e coscienzioso tornerà ad usare con sapienza tutti gli strumenti del guarire, comprese le armi, decisamente umane, della condivisione e della vicinanza, dell’esortazione e della giusta ricompensa. Come dunque nel Padre Nostro il completo affidamento ad una entità spirituale che ci trascende è solo il mezzo per pervenire ad una nuova e più benefica esistenza, accessibile ad ogni essere umano, così questo rinnovato rapporto medico-paziente permetterà di ritrovare, accanto alla salute fisica, quell’armonia di cuore e mente indispensabili a mantenere nel tempo il benessere di tutto l’organismo.

Preghiera, terapia e guarigione ritroveranno in tal modo il loro naturale decorso, e la persona tornerà così a riassaporare quell’armonia di sensi e sentimenti che aveva perduto, in quanto non più, o non ancora, essere trascendente, cioè naturalmente capace di amare in maniera illimitata e incondizionata.

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