Dalla reattività nel dolore alla decisione d’amore.

Il dibattito politico ci dice sempre che il partito degli indecisi costituisce in termini percentuali la maggioranza relativa all’interno delle principali democrazie rappresentative. Questo dato ci viene ricordato sia nei sondaggi pre – elettorali e poi nell’analisi della volontà degli elettori come espressa dal responso delle urne. Voglio prendere prestito dal dibattito politico questo leitmotiv per entrare nella tematica della indecisione e dell’immobilizzo esistenziale che ogni tanto ci prende. Per similitudine dico che così come c’è una parte nell’organismo – società che non interviene in ciò che sente comunque importante – allo stesso modo c’è una parte della persona che a volte si astiene non si esprime, non decide, non si assume responsabilità, non sceglie, non agisce ed è assente. E’ una situazione strana e per certi versi paradossale. A volte facciamo del tutto per realizzare qualcosa ma poi ecco che quando ci siamo vicini ecco che proprio da dentro di noi emergono le maggiori difficoltà.
Complessivamente succede a tutti di avere dei momenti di pausa e irrigidimento, pesantezza, assenza e lontananza emotiva dal nostro progetto.

Qualcosa ci blocca, qualcosa che possiamo provare a definire partendo dalle risposte e dalle “soluzioni” che cerchiamo per uscire dalle secche. Le risposte e le soluzioni più ricercate sono quelle che si risolvono in “E’ colpa degli altri” e si giustificano l’inerzia come effetto di fatto che non dipendono da e quindi “socialmente accettabili”. In una ipotetica personale classifica collocherei in ordine sparso i vari: “siamo stanchi perchè ci fanno lavorare troppo” e “stressati per colpa della vita frenetica” a ancora “è un corri corri continuo” e giù con “il caro vita”, e poi ancora con “la precarietà della vita e dei rapporti sociali” e poi arriva l’immancabile “coppia che scoppia” (…) all’infinito via di seguito con un sacco di cose che sono oggettivamente imperfette, richiedono fatica e ci fanno penare. Mi corre il pensiero a titolo di esempio ad un esame a scuola, oppure ad un colloquio di lavoro, alla scelta della macchina nuova, a intraprendere un progetto importante come il cambiare lavoro, andare a vivere da soli oppure diventare genitori. Tante situazioni della vita in cui dovremmo essere pienamente presenti e convinti…eppure! Ecco che magari entriamo in uno stato di blocco interiore.

E magari attiviamo delle “fughe strategiche” in contrasto con quello per cui abbiamo tanto faticato. In questi momenti indubbiamente difficili possiamo – tuttavia – vedere con grande chiarezza come l’oggettività delle difficoltà sono una risonanza di aspetti molto intimi e difficili della nostra storia, materializzazioni di nostre convinzioni. Momenti preziosi in cui silenziosamente e con rispetto entrare nella nostra corresponsabilità e renderci conto che mentre diamo la colpa alla società nascondiamo che abbiamo paura, che mentre diamo la colpa ai problemi economici nascondiamo che non ci sentiamo bravi e capaci come gli altri. A volte può mancare la terra sotto i piedi e non sappiamo come venir fuori da quell’impaccio in cui poi ci siamo ficcati con le nostre stesse mani. Insomma un bel casotto che molto spesso risolviamo sabotandoci in maniera socialmente accettabile trovando scuse che non fanno una piega e che tutti bevono…tranne che noi. Noi siamo dotati di libertà e possiamo nasconderci e additare “la vita” allo stesso modo di come possiamo volgere l’attenzione all’”indicibile paura e senso di inadeguatezza che ci portiamo dentro”.

Quest’ultima possibilità racchiude in se una grande potenzialità per compiere passaggi di crescita. Ciascuno di noi ha sviluppato un sistema di convinzioni su se stessi strutturato dalle nostre esperienze. Un esperienza dolorosa può generare convinzioni di sfiducia e svalutazione, i famosi amici intimi suggeritori che ci ricordano sempre che “non ce la faremo mai” e che “non siamo capaci” e ci consigliamo ogni tipo di soluzione tra cui la più frequente è “lascia perdere…non sei all’altezza. Ora fai in modo di venir fuori da questo impiccio”. L’invito che voglio fare è ad ascoltare attentamente questa parte perché essa porta con se anche una opportunità, non sabotiamola ma traiamo un bel respiro e poi un altro ancora e blocchiamo (qui si va fatto!) il sistema reattivo che sino a quel momento ci ha alimentato con convinzioni negative. Traiamo il coraggio dall’amore sincero e incontaminato con cui abbiamo già operato, scelto e deciso ciò che più fa per noi ponendo in essere tante piccole decisioni per costruire la vita che vogliamo. Ecco allora che il momento in cui ci troviamo è solo un capitolo di una esperienza unica ed irripetibile della storia che si sta scrivendo.

Chiediamoci allora a che punto siamo nella narrazione e nella costruzione del nostro racconto ed in quale fase vogliamo vederci e ancora quale superamento dobbiamo fare. Solo entrando nell’immobilismo delle nostre convinzioni possiamo divenire artisti e cavalieri per trasformare i draghi interiori e multiforme che ci assediano. La spada simbolica che possiamo usare è il potere reale che ognuno di noi ha di darsi nuove prospettive con una nuova decisionalità. Una decisionalità potente proprio perché ha conosciuto e contattato autenticamente l’impotenza come ad una propria parte e non come un qualcosa fuori da se. Una decisionalità accogliente perché si prende cura delle tante piccole decisioni che prendiamo oggi e nel passato sino a ieri. Una decisionalità che accetta la propria dimensione umana e non onnipotente. Una decisionalità che affonda la sua essenza nella profonda accoglienza di tutte le nostre parti, tutte importanti e portatrici di quella preziosità che ci rende unici ed irripetibili. Una decisionalità nuova fondata sulla fiducia e sul sentire che siamo figli della vita, in costante quotidiano ascolto e dialogo con la nostra parte progettuale storica da proteggere, e rinforzare ogni giorno e dentro ogni nuovo progetto nel quale esprimiamo la nostra fragorosa e festosa creatività.

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