Si accende il dibattito sull’analisi scientifica degli effetti della meditazione

Un crescente numero di neuroscienziati sta chiedendo la cancellazione di una speciale conferenza che dovrebbe essere tenuta a novembre dal Dalai Lama. Il leader spirituale buddista dovrebbe parlare al convegno annuale della Society for Neuroscience (SfN) a Washington DC, ma una petizione contro il suo intervento ha già raccolto circa 50 firme.

Il Dalai Lama vive in esilio in India dal 1959, quando fuggì dal Tibet dopo l’ingresso delle truppe cinesi. Negli ultimi anni ha sempre incoraggiato i ricercatori, talvolta invitandoli anche nella propria dimora, a studiare se la meditazione buddista tibetana fosse in grado di modificare il cervello e incrementare il benessere mentale. Proprio durante uno di questi incontri, un membro del comitato esecutivo della SfN gli ha chiesto di tenere un discorso inaugurale “sullo studio dell’empatia e della compassione, e su come la meditazione influenzi l’attività cerebrale”.

Alcuni critici ritengono che il discorso del Dalai Lama debba essere cancellato a causa del suo status di figura politica e religiosa, pur riconoscendo che le sue opinioni sul controllo delle emozioni negative rientreranno in futuro nel campo della ricerca neuroscientifica.

Molti degli scienziati che hanno fatto partire la protesta sono di origine cinese, ma assicurano che le loro preoccupazioni sono di natura puramente scientifica. Secondo Yi Rao della Northwestern University di Chicago, per esempio, la scienza della meditazione è soggetta ad argomentazioni iperboliche, ricerca limitata e rigore scientifico discutibile.

Rao contesta anche uno studio sull’analisi della meditazione pubblicato lo scorso anno, nel quale lo psicologo Richard Davidson e colleghi sostenevano che le reti neurali delle persone che praticano la meditazione risultano meglio coordinate. Secondo Rao, i risultati dello studio erano falsati dall’errata scelta dei soggetti di controllo, in quanto venivano paragonati monaci di trenta-quarant’anni con studenti universitari più giovani.

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