Quanto sono diffuse la paura delle malattie e la paura della morte?

Patofobia e oncofobia sono termini ostici ed antipatici tanto nel loro contenuto quanto nel suono delle parole stesse. C’è tuttavia nei pazienti e, forse, nei curanti l’esigenza di aprire almeno uno spiraglio su un particolare modo di vivere la malattia e l’idea della morte: un tema che inquieta al punto da rimandare sempre a un’altra volta o a un’altra persona il confronto con esso. Tacere il problema sarebbe con una sorta di omertà comune che avvolge tutto quello che con la paura della sofferenza grave e della fine dell’esistenza ha a che fare ­ come se parlare della paura facesse più timore dell’affrontare il tema quando è realtà. Esiste di fatto un paradosso: alla quotidianità del riscontro del dolore, della vecchiaia, della morte ­ a cui l’invecchiamento della popolazione espone ­ si contrappone lo stile di una società che continua a nascondere la propria paura della senescenza dietro a lifting fisici e culturali, a negare il terrore della malattia sia o non sia mortale e a proporre un modello di pensiero davvero fragile perché poggia le proprie basi sulla illusione e l’irrealtà.

In quest’ottica perfino le acquisizioni della scienza medica ­ aumento della lunghezza della vita, prevenzione, diagnostica precoce, miglioramento della prognosi ­ vengono utilizzate come strumenti della negazione di ciò che a tutti costi pare non sia politicamente corretto osservare, condividere e magari amare. C’è chi sostiene che la medicina moderna sfrutti la nostra paura di morire e ci faccia morire di paura; che evocando incessantemente malattia e morte senza essere veramente in grado di combatterle rischi di orientare l’esistenza verso una incessante preoccupazione per la salute; che compia l’errore di trasformare i fattori di rischio in nessi causali e le probabilità statistiche in certezze individuali – come se fumare equivalesse assolutamente ad ammalarsi di cancro al polmone, bere di cirrosi epatica e mangiare di infarto del miocardio; e, ancora, qualcuno pensa che un’informazione distorta potenzi l’illusione di eternità pubblicizzando malamente alcuni progressi (farmaci, interventi chirurgici o estetici, magari anche trapianti), minimizzando rischi e difficoltà di questi e esaltandone il ruolo di «pezzi mancanti».

I termini patofobia (= lett. paura delle malattie) e oncofobia (= lett. paura del tumore) sono scarsamente utilizzati dalla moderna letteratura psichiatrica che tende a definire diverse situazioni in cui esiste un rapporto alterato con l’idea della malattia e della morte con l’unico termine di «ipocondria». Per potere fare diagnosi di ipocondria, secondo una delle più importanti classificazioni dei disturbi psichiatrici, occorre riscontrare nella persona: – la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una malattia grave che si basi sulla errata interpretazione di sintomi fisici; – la persistenza della preoccupazione nonostante valutazioni e rassicurazioni mediche appropriate; – una convinzione che non risulta delirante e non è circoscritta all’aspetto corporeo; – una preoccupazione che crea disagio clinicamente significativo oppure menomazione nella vita ordinaria. La difficoltà per essere presa in considerazione deve durare da almeno sei mesi e non dipendere da un altro disturbo psichiatrico (ansia, ossessioni, attacco di panico). Una diagnosi di questo tipo viene definita nosografico-descrittiva, capace, cioè, di fornire una descrizione accurata della sintomatologia.

Ma una analisi completa di un disturbo psichico deve possedere una diagnosi cosiddetta interpretativo-esplicativa, ossia in grado di dare una spiegazione del perché dell’esistenza del problema. Nessun sintomo psicologico, infatti, nasce in assenza di un disagio personale profondo, angoscioso e importante al punto di avere alterato l’equilibrio della vita. E se andiamo a indagare nelle tappe evolutive dello sviluppo della emotività umana troviamo che disturbi di questo genere si formano agli albori della esistenza psicologica: le alterazioni di un sereno vissuto della malattia e della morte, infatti, hanno le loro fondamenta nella alterazione della acquisizione del sentimento. Potremmo definire patofobia, oncofobia e simili, infatti, come uno stato di allarme continuo legato alla mancata acquisizione della tranquillità di potere esistere con sufficiente fiducia nelle proprie capacità vitali, quasi che un essere dotato di vita propria ­ la malattia nascosta nel corpo ­ possa arrivare a comandare e soffocare o impegnare ogni energia. Alcune carenze affettive, cioè, hanno reso insicuro il continuo appropriarsi di qualcosa di stabile, a livello emotivo, di pensiero e di comportamento, che caratterizza lo sviluppo psichico normale.

E il corpo malato diviene allo stesso tempo qualcosa di distorto di cui occuparsi ­ equivalente di quanto di tossico a livello affettivo si è ricevuto ­ e qualcosa che fornisce come unica stabilità il permanere di un equilibrio instabile. Una sorta di riedizione continua di quello che si è sperimentato durante la formazione del proprio essere: la sensazione di una presenza affettiva che fa male perché non c’è; e quando c’è nuoce perché assorbe e soffoca come desidera lei ­ si ricordi che lo sviluppo normale passa attraverso il gratuito e stabile essere a disposizione del piccolo in formazione. In una condizione psicologica di questo tipo anche la morte non può assumere il vitale aspetto di chiusura di una esistenza emotivamente piena e soddisfatta. E snaturata dalla sua essenza diviene un inquietante labirinto da cui non si può apparentemente uscire: temuta perché non si è mai vissuto davvero, ma insieme deterrente ad acquisire la vita ­ per non rivivere, al momento di lasciarla, il dolore lancinante che ha iniziato e improntato l’esistenza. Un incubo eterno invece che un serena quadratura del cerchio della vita.

Patofobia e oncofobia, allora, sono lo specchio di uno scomodo e paralizzante dolore di cui può essere utile parlare perché giunga a chi ne soffre una semplicissima informazione: esiste una cura anche per l’emotività di chi ha sofferto; una cura che non passa per magiche illusioni o progressi della tecnologia, che utilizza sensibilità, intelligenza, sofferenza e pazienza; che sa generare creatività dal dolore; che colmi i vuoti e che renda vitale la morte; che accetti e rassicuri la paura di essere amati e di amare che è indubbiamente il cancro che uccide la speranza e la gioia di essere su questa terra.

Fonte: Giornale di Brescia 16 febbraio 2004

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