Vita e morte di un progetto

Maria me la ricordo fin da bambina con un grande chignon nero corvino fissato con le forcine sul capo, dall’incarnato roseo e gli occhi scuri. Indossa sempre gonna e camicetta, spesso bianca, di quelle ben stirate e inamidate come ancora le donne di paese sanno fare. E’ una cara amica di famiglia, suo marito ha fatto il militare con mio padre e lei è sempre stata “una tra le fidatissime” di mia madre, un’amicizia che dura da oltre 50 anni. Due persone veramente speciali. Maria è timida e silenziosa, una donna da sempre riservata con tutti, educata, gentile, affabile nel gestire la casa e famiglia, cuoca impeccabile e tanto umile, come la terra che da sempre lavora. Ama la campagna e quel suo piccolo orto che coltiva e dove raccoglie i prodotti che con tanta fatica e dedizione ha curato durante tutto l’inverno insieme a suo marito. Accudisce un piccolo pollaio e appena le è possibile ci regala le uova fresche, per farci l’ovetto sbattuto che in città è un miraggio..Mia madre dice che di donne come lei non ne esistono più e che la stima molto perchè è grazie a tutti i sacrifici che ha fatto nel tempo che oggi le persone la ammirano e la rispettano.

Io non sono veramente sicura che sia per questo ma sento che dentro di lei c’è quanto più di sano ed onesto possa esistere in un essere umano. L’inverno in paese non è facile, fa molto freddo e sembra non passare mai eppure io, quando la rivedo ad ogni estate, sembra che lì non sia mai arrivato.Maria sorride sempre anche se a volte il suo sguardo è malinconico, preso da mille pensieri, forse anche lei pensa che l’estate sta finendo e tutto ricomincerà da capo. Porta dentro di sé ancora molte tradizioni e l’arte del saper fare le cose in casa (dal pane ai dolci alla pasta all’uovo della domenica) e del riciclare le cose e gli oggetti .Maria non riesce a dare una morte a niente. Crea e sperimenta continuamente cose nuove. Uno dei più bei ricordi che mi lega a lei e alla sua famiglia è quello di un compleanno di qualche anno fa, festeggiato nella sua casa di campagna, sotto una pergola di kiwi e circondati da una natura che restituisce tutta la bellezza con cui è stata cresciuta. Una serata commuovente in tutta la sua semplicità, pregna di amicizia, di affetto e di profumo di forno a legna in cui Maria cuoce la sua speciale pizza patate e rosmarino dell’orto.

Due giorni fa quel fuoco si è spento, dopo qualche mese di malattia e poche parole di conforto. Maria non c’è più ed io mi sto chiedendo quali trasformazioni sono chiamata a fare dalla vita per non restare schiacciata dal dolore e dalla perdita di un così caro affetto. Voglio dare un senso a questa morte o voglio davvero lasciare che qualcos’altro nell’Universo prenda il posto dell’orto di Maria? Una serie di riflessioni mi hanno condotto ad alcune risposte come ad esempio che di Maria ho sempre ammirato il coraggio di mostrarsi agli altri per ciò che era veramente e che forse anch’io dovrei trovare la forza per affermarmi e mostrarmi nella più vera e profonda identità che con impegno sto costruendo da anni attraverso il percorso di master in counseling. Inoltre, ho sempre creduto che lei avrebbe potuto scegliere le mille opportunità della città piuttosto che le poche aspettative del paesino ma ora mi ricredo e penso proprio che quell’orto sia stato esattamente il suo piccolo progetto, sin dall’inizio, insieme al grande desiderio di accudire la propria famiglia. Maria ha deciso quali semi piantare e quali frutti raccogliere ed ha atteso pazientemente.

Così oggi mi interrogo a che punto sono con i miei progetti e se li ho davvero scelti fino in fondo, quanto essi mi appartengano autenticamente e se sono sufficientemente forte per difenderli dalle intemperie e dalle erbe infestanti. La morte mi ricorda che limitarsi a godere di una vita piena e generosa equivale a morire dentro, al progetto che non scegliamo di darci e che quindi anche il più umile dei miei progetti va rispettato e realizzato con amore. Maria mi lascia il valore delle cose semplici e mi insegna a costruire il quotidiano, senza eccessi ed ideali. Mi spinge a realizzare una vita serena all’interno del mio nucleo familiare, mi ricorda che il ruolo di donna è quello di accoglienza ma anche di guida e sostegno. La sua morte mi dice di continuare a costruire la mia vita, di non cedere alla pigrizia del domani, alle voci “del paese” (cioè a quelle fuori di me) che vorrebbero rimandare ma di seguire la voce interiore che mi chiede di morire ad alcune parti di me stessa perché è tempo di crescere. L’universo mi affida questo dolore da trasformare come spinta esistenziale per realizzare i miei progetti attraverso la creazione della bellezza seconda.

Confrontarsi con il concetto della morte equivale a confrontarsi con la propria capacità di saper vivere pienamente “qui ed ora”. Voglio davvero dare un senso a questa morte o voglio lasciare che qualcos’altro nell’Universo prenda il posto dell’orto di Maria? No, io voglio continuare a sentire il profumo di patate e rosmarino…

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