Uno starnuto tira l’altro, si potrebbe dire. Perché vengono a raffica, fastidiosissimi, invincibili e non c’è modo di arrestarli.

Sono il primo regalo di primavera per le tante persone che soffrono di raffreddore da fieno, ovvero di una rinite dovuta ad allergia ai pollini. E molti altri sono i sintomi di questo malanno, tipico della bella stagione, che fa la sua comparsa soprattutto tra aprile e settembre e che riguarda circa dieci milioni di italiani. I sintomi principali? Naso chiuso e arrossato che gocciola e prude, occhi gonfi che lacrimano, gola che pizzica, tosse secca e, nei casi più gravi, difficoltà respiratorie con crisi d’asma. Disturbi spesso accompagnati da un senso di malessere generale, stanchezza, irritabilità, turbe del sonno. Tanto possono i microscopici granuli – contenuti negli stami dei fiori, costituiscono il seme fecondante maschile dei vegetali – che cominciano a svolazzare copiosi per l’aria, ad altezza di naso, proprio in questo mese di grandi fioriture. La reazione allergica irritativa in genere dura poco, circa una mezz’oretta, ma si ripete più volte a brevi intervalli se non si provvede a bloccarla con gli opportuni farmaci. Il cammino del polline Il perché l’allergia da polline, o pollinosi, si manifesti in certi individui e in altri no, resta un bel mistero; di certo si sa che essa affligge più facilmente le persone i cui genitori già ne soffrono – quindi per una predisposizione genetica – e che scoppia in un momento imprecisato, quando l’organismo si è “sensibilizzato”.

Che cosa vuol dire questo? Per capirlo, bisogna cominciare dall’inizio, da quando cioè il polline viene inalato. Una sostanza sconosciuta – si chiama allergene – ha invaso l’organismo e il sistema immunitario, che vigila sulla nostra salute, la ritiene erroneamente nemica. Di conseguenza tutte le cellule deputate alla difesa stanno in allerta e si preparano alla battaglia. A dare l’allarme per prime sono le cellule spazzino (i macrofagi) che hanno il compito di fagocitare, cioè inglobare, tutto ciò che non serve per le normali funzioni biologiche: esse lasciano sulla propria superficie dei frammenti della sostanza incriminata che vengono adocchiati dai linfociti, altre cellule sentinella, i quali allora sollecitano la produzione di anticorpi, le immunoglobuline IgE, che sferrano l’attacco contro l’invasore. Dall’iniziale stato d’allarme al momento dell’attacco passa però del tempo durante il quale l’organismo impara pian piano a riconoscere il presunto nemico e si prepara alla difesa, cioè “si sensibilizza”. A questo punto, appena la sostanza sospetta penetra nuovamente nell’organismo, gli anticorpi scatenano una serie di reazioni chimiche per espellerla: vengono liberati particolari mediatori chimici come istamina, prostaglandine e leucotrieni, che non solo fanno dilatare i vasi – con conseguente maggior flusso di sangue che provoca arrossamento e aumento di calore – ma anche ne accentuano la permeabilità favorendo così la fuoriuscita di liquidi che si diffondono nei tessuti provocando gonfiore; inoltre, stimolano la produzione di muco che ostruisce le vie respiratorie, fanno contrarre la muscolatura liscia che circonda i bronchi causando tosse e asma, e quella dell’intestino inducendo prurito.

È la reazione allergica, che può divenire tanto violenta da dar luogo a uno shock anafilattico, cioè un eccessivo abbassamento della pressione arteriosa con riduzione della quantità di sangue circolante, e quindi di ossigeno, anche a livello di organi vitali. “L’allergia ai pollini si sviluppa più facilmente se già si soffre di altre forme allergiche” spiega il dottor Fabio Migliavacca, allergologo a Milano, “per esempio nei confronti di qualche alimento o del pelo del gatto o della polvere, eccetera. Inoltre essa è potenziata da fattori esterni, primo fra tutti l’inquinamento in quanto le particelle tossiche, che hanno azione irritante, aderiscono ai piccolissimi granuli e vengono con essi inalate. Anche lo stress ha un ruolo importante in quanto abbassa le difese immunitarie rendendo l’organismo più sensibile alle sostanze invasive”. A ciascuno il suo I pollini a rischio sono diversi a seconda di dove si vive. In Italia ogni area geografica ha un clima differente e quindi le erbe e le piante che vi sbocciano appartengono a specie ben distinte. Nel Nord sono maggiormente diffuse le Graminacee – erba dei prati, mazzolina, bambagiona, avena selvatica, gramigna, grano tenero, mais, saggina, segale – anche se negli ultimi anni la temperatura più elevata e la minore piovosità ne hanno ritardato la crescita e ridotto la presenza; nel Centro e lungo le coste fiorisce soprattutto la Parietaria, o erba vetriolo; il Sud e le isole sono invece il regno di olivi e ligustri.

Per poter prevenire l’insorgenza dell’allergia è quindi indispensabile sapere quali pollini si librano nell’aria sopra le nostre teste e, se si avvertono sintomi sospetti, rivolgersi a uno specialista per identificare l’allergene. Esistono infatti esami mirati a questo scopo. “Il prick-test, o test di cutireazione” continua il dottor Migliavacca, “consiste nello scalfire leggermente lo strato superficiale della pelle con un’apposita lancetta – non esce sangue e l’operazione è indolore – e nel far penetrare sottocute una goccia di diversi pollini: il segnale di allergia è dato dalla formazione di un pomfo rossastro. Altra prova allergologica è il Prist che si effettua in vitro su un campione di sangue: dopo aver disciolto un po’ di allergene nella provetta si dosano gli anticorpi presenti e il loro numero elevato è indice di allergia. C’è poi il test di provocazione o Challenge test: si induce artificialmente una reazione infiammatoria molto contenuta mediante inalazione di dosi progressive di un allergene fino a individuare il colpevole. Una volta scoperto l’allergene, è necessario correre ai ripari.

L’unica metodica possibile per prevenire le sgradevoli reazioni è la vaccinazione: nel 90% dei casi essa riduce notevolmente l’intensità dei sintomi. “Quella tradizionale si effettua qualche mese prima della fioritura per desensibilizzare l’organismo” aggiunge il dottor Migliavacca, “e consiste nella somministrazione, mediante iniezioni sottocutanee da ripetere ogni quindici giorni, fino a due settimane prima della fioritura, della sostanza responsabile a dosi crescenti. Oggi tuttavia esiste anche un vaccino simile che però richiede solo tre iniezioni”. E per chi non ha provveduto a cautelarsi o ha scoperto troppo tardi di essere allergico ai pollini? Niente paura, c’è il rimedio dell’ultimo momento. “Si tratta di un particolare vaccino che si pratica con una sola iniezione sottocutanea” afferma il dottor Migliavacca. “Si chiama EPD (Enzyme Potenziated Desensitization); contiene, oltre all’allergene, un enzima estratto dai molluschi ed è in grado di sopprimere l’azione degli anticorpi senza provocare effetti collaterali negativi. Oppure si può far ricorso alla vaccinazione tradizionale iniettando però dosi più basse di allergene.

Oggi poi è possibile sottoporsi a una cura preventiva orale, in gocce o in compresse, valida soprattutto per contrastare l’allergia alle graminacee e alla parietaria. Questi medicamenti vanno assunti almeno un mese prima dell’invasione dei pollini. Infine esiste una immunoterapia inalatoria, cioè con assorbimento nasale del preparato tramite uno spray. Il farmaco deve essere inalato un giorno sì e uno no cominciando circa tre mesi prima della fioritura; esso agisce direttamente sulle mucose nasali rendendole meno sensibili agli allergeni”. Cure nel “cuore“ del problema Se proprio non si è fatto nulla per prevenire l’insorgere di una reazione allergica, come ostacolare lacrime e starnuti? “Ci sono medicamenti che attutiscono o addirittura inibiscono i sintomi” conclude il dottor Migliavacca, “e si possono assumere per via orale, inalatoria, intramuscolare. Sono a base di cromoni, sostanze che contrastano la liberazione dei mediatori chimici responsabili delle manifestazioni allergiche, o di antistaminici, che arrestano la produzione di istamina da parte dell’organismo – attenzione, però, perché provocano sonnolenza –, o di cortisonici che bloccano lo stato infiammatorio a livello nasale e bronchiale, o di sodiocromoglicato, anch’esso un efficace antinfiammatorio.

Nei casi più gravi, cioè con crisi di asma, oltre ai cortisonici si possono assumere farmaci broncodilatatori o betastimolanti o antimuscarinici in genere in versione spray”.

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