Le problematiche della vita intra-uterina: ci sono parti dell’essere umano che “remano contro”?

Questo è un argomento non facile, e chiedo la pazienza dei miei lettori, ma desidero affrontarlo perché lo ritengo di importanza davvero capitale nello sviluppo di una Persona. Partiamo dal definire cos’è la vendetta inconscia: essa è quella parte del nucleo di odio rimosso che vive nell’inconscio di molte persone senza che queste – magari per molti anni – possano mai avvedersene. Lo potrei definire una sorta di cancro silente che rimane latente magari per molti anni, per poi “esplodere” tutto insieme a causa di alcuni fattori esterni ed interni che ne hanno innescato la deflagrazione. L’”esplosione” avviene per cause molto diverse: ma forse non è il danno più grave in assoluto. In effetti bisogna dire che – talvolta e per alcune Persone particolarmente sorde ai continui richiami del proprio Sé interiore – la deflagrazione è il solo modo per permettere alla Persona di affrontare il cancro che le divora. Ma vi sono altri modi per affrontare la vendetta inconscia prima che diventi un ostacolo insormontabile. Alcuni semplici esempi di “vendetta inconscia” potrebbero essere quelli di una persona che si imbarca in processi evolutivi che si rivelano profondamente distruttivi, oppure di una persona che pur potendo scegliere una via di miglioramento evolutivo e spirituale, al momento di “saltare sul treno giusto”, cambia improvvisamente strada, rimanendo sempre insoddisfatta.

Sul fondo – ben nascosti e spesso totalmente inconsci perché nessuno è fiero e ammetterebbe di provare tali emozioni – abitano sentimenti come la ripicca, il desiderio di rivalsa, di rivincita contro qualcuno, di invidia. In realtà, le modalità attraverso cui si può manifestare questo disturbo sono davvero molteplici e non è nemmeno pensabile di poterli elencare tutti. In generale, la vendetta inconscia è una delle ultime tematiche importanti che si affrontano nel corso di una terapia sophianalitica. Ciò è dovuto al fatto che si tratta di uno degli elementi più oscuri e meno piacevoli contenuti nel nostro inconscio, ed è naturale, comprensibile ed umano che la Persona – pur desiderando di “sciogliere tutti i nodi” – tenti di ritardare quanto più possibile lo “scioglimento” di questa matassa. Un’altra ragione per cui questa tematica è trattata verso la fine della terapia, è perché la Persona – per poterla affrontare – deve aver precedentemente risolto molti problemi, consolidato la propria identità e sufficientemente rafforzato il proprio IO (tematiche che si trattano nelle prime fasi della terapia), al fine di avere la solidità sufficiente per “guardare nel pozzo” dei propri mostri interiori e liberarsene definitivamente.

La Persona che finalmente affronta il tema della propria vendetta inconscia è in generale una persona che ha percorso una buona parte del cammino di auto-coscienza: è una persona solida e ben radicata, in grado oramai di fronteggiare molte delle “tempeste” della vita. Le cause originarie della vendetta inconscia si situano ai bagliori della vita, ovvero nella vita intra-uterina o nelle prime fasi della vita extra-uterina dopo la nascita. L’embrione o il feto che vive all’interno dell’utero materno pur non avendo una psiche come noi normalmente la consideriamo, è comunque un essere vivente. Come qualsiasi organismo reagisce a degli stimoli biologici: se le condizioni sono favorevoli, le sue cellule crescono e si sviluppano; se invece viene a contatto con sostanze nocive o tossiche, o se avvengono traumi fisici, chimici, ormonali, la biologia delle cellule tenta un adattamento prima di eventualmente soccombere ad un “nemico” troppo forte. Se il nemico non è troppo forte (se il trauma quindi non è letale), il feto sopravvive, ma non può fare a meno di adattarsi e comunque “registrare” l’evento.

Quando una Persona si presenta in terapia non può obiettivamente ricordare tale evento traumatico, per quanto forte esso possa essere stato. Ad esempio, adulti che hanno attraversato ripetuti “rischi di aborto” durante il periodo della propria gravidanza, non hanno memoria di tali terribili eventi, che pure – se conclusi – avrebbero portato all’aborto e quindi alla loro non-nascita. Talvolta lo “scoprono” – con sincero stupore – in età adulta, magari dialogando casualmente con la propria madre. Noi possiamo ricordare un profumo, una canzone dell’estate della nostra adolescenza, un film o una fotografia, e tali ricordi sono talvolta ben definiti, spesso anche ben precisi: li potremmo definire “raffinati”. Ma non possiamo ricordare eventi – per quanto terribili essi siano effettivamente stati – fin tanto che il nostro sviluppo neurologico e cerebrale non si è progressivamente completato (intorno ai 5 anni). Ciò significa che man mano che andiamo a ritroso, dai 5 anni fino agli zero anni, i nostri ricordi tendono a sfumare, sono più “rozzi” e non hanno le caratteristiche mnemoniche e cognitive che invece hanno i ricordi degli adulti, proprio perché non si era ancora completato lo sviluppo neurologico necessario all’immagazzinamento dei ricordi come noi classicamente li intendiamo.

Il fatto però che non ricordiamo (normalmente) gli eventi dai 5 anni fino agli zero e anche prima della nascita, ciò non significa che tali eventi non possano essere accaduti: significa solo che non eravamo in grado di memorizzarli come faremmo ora con un numero di telefono o con una storia d’amore. Tali eventi traumatici della vita intra-uterina sono però stati ugualmente registrati, e – come tutti gli eventi – condiziona e influenza la vita presente e futura delle Persone. La scienza ci dice che, pochi giorni dopo il concepimento, la “morula” (l’insieme di poche cellule prodotte dall’incontro dell’ovulo e dello spermatozoo) nei 9 mesi successivi, si moltiplicherà per miliardi di volte, fino a trasformarsi nel nascituro. Tali poche cellule sono i pro-genitori di tutte i miliardi di cellule che popoleranno l’organismo dell’individuo. Se viene danneggiata una di queste cellule nelle primissime fasi dello sviluppo, il danno che si ripercuoterà sull’individuo sarà moltiplicato per milioni e milioni di volte. L’ipotesi di lavoro che propongo alle Persone che vengono in terapia e che presentano tali caratteristiche, è che nel loro inconscio è stata registrata una profonda minaccia alla loro esistenza.

Tale minaccia alcune volte potrebbe essere stata una “minaccia di aborto”, ma talvolta la spiegazione è altrove, spesso ancora molto distante. In ogni caso, il trauma intra-uterino si è trasformato in una minaccia psicologica che l’adulto vive costantemente in maniera latente ed inconscia. Nei casi più gravi, essa diventa una vera patologia come la Paranoia o le fantasie persecutorie, ma nella maggioranza dei casi – ovvero dove la Persona ha poi recuperato nel corso della vita – essa può essere presente nella forma della “vendetta inconscia”. E’ un sentimento sfuggente, difficile da individuare nell’insieme complesso degli eventi della vita di un adulto. Per usare un paragone con l’Astrofisica, la potrei definire un “rumore di fondo” dell’universo. A differenza però con l’Astrofisica, la vendetta inconscia è un elemento di forte perturbazione nella vita relazionale della Persona. E’ quell’elemento che porta un sentimento di continua rivendicazione, di pretesa, di vendetta contro un “qualcosa” (un’offesa, un dolore) che apparentemente non si riesce più a ritrovare, ad individuare e che si perde nell’oscurità dell’inconscio.

Le Persone che hanno sofferto nella loro fase intra-uterina, molto spesso sono inconsapevolmente condizionate nelle loro scelte importanti da questa vendetta inconscia, che il Prof. Mercurio ha mirabilmente definito “Progetto vendicativo”. Non si tratta dunque di una vendetta consapevole, come quelle messe in atto da un adulto di fronte a fatti o vicende che lo hanno danneggiato o ferito. Si tratta invece di un insieme di forze inconsce che agiscono – sembra paradossale, ma è così – contro i progetti di crescita, di miglioramento e di evoluzione esistenziale dell’individuo, senza che questo riesca a riconoscere con chiarezza che – ad esempio – quel tale progetto è fallito anche perché c’è una parte della Persona che – apparentemente inspiegabilmente – “rema contro”. Ecco perché l’ho definito una sorta di tumore: perché il progetto vendicativo, pur abitando dentro la Persona, persegue un progetto distruttivo, che – se portato alle estreme conseguenze – distruggerà interamente tutta la Persona. Questo è meno importante di “fare giustizia”, di “prendersi la rivincita” per quel dolore dimenticato, seguendo un inconscio sentimento di rivalsa, di ripicca e di ritorsione: meglio la vendetta, anche se tutta la Persona dovrà soccombere. Non è forse quello che accade con il cancro?

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