Ogni respiro termina con un istante di pausa. Ma ad ogni respiro, ne segue sempre un altro, e poi un altro ancora…

Siamo in tempi di rinascita, e quindi, siamo in tempi di grande paura. Dai recenti studi sappiamo che il feto, futuro bambino, instradatosi lungo il canale uterino, sperimenta quel grande trambusto, come una sorta di fine del mondo. L’obbligo di insinuarsi nell’angusto passaggio, pressato dalle enormi spinte di potenti muscoli, è un’esperienza molto lontana da quella delle settimane e dei mesi che l’hanno preceduta. L’embrione si sviluppa negli echi di una lontana risacca amniotica, fluttuando in assenza di peso e senza fame, nel caldo ed avvolgente abbraccio del corpo materno. In questo periodo si sviluppano sia gli organi di senso, sia il sistema nervoso che acquisisce enormi quantità di dati, percezioni e informazioni propriocettive ed extracettive. Questo stato di grazia si interrompe con lo schiacciamento soffocante del processo di nascita. Per quella che è stata, fino a quell’istante, la breve esperienza del feto, questo processo può ragionevolmente essere vissuto come la fine del mondo fino allora conosciuto. Dal punto di vista mitologico, il parto rappresenta il passaggio dalla fase in cui l’Io è contenuto nell’inconscio, alla nascita della coscienza.

L’Origine dell’infanzia, così come quella dell’umanità, è l’immagine mitica dell’inconscio che deve emergere dall’oscurità verso la luce . Questa mitologia e questa cosmologia vanno considerati pressoché universali, in quanto presenti nelle tradizioni antiche di Egitto, Grecia, Africa, India, Nuova Zelanda, lontano Oriente. Dice Lao-Tzu: “Prima della formazione del Cielo e della Terra, c’era qualcosa in stato di fusione”. Mentre dalla tradizione Hindu, sappiamo che … “All’inizio esisteva solo lo Atman, sotto la forma di Purusha, Uovo Cosmico primordiale. Guardandosi attorno egli non vide altro che se stesso…”. Alla perfezione e al senso di totalità dell’inizio, subentra lo stadio della separazione dai genitori, dove la coscienza egoica dell’umanità si afferma in maniera definitiva. L’Io e l’Uomo stanno appena sorgendo . Dalla morte della totalità, dalla perdita della fusione uterina, dove mondo e psiche sono ancora una cosa sola (e non esiste alcun Io riflettente cosciente di sé) emerge la nascita della coscienza e quindi l’altro-da-me. Nella consapevolezza dell’alterità, della percezione di distinzione dalla madre, il bambino avvia l’abbozzo della propria coscienza.

La nascita, oltre ad essere il superamento di una soglia, è quindi prima di tutto, una Fine. Oltrepassare il limite del corpo materno, significa varcare le Colonne d’Ercole, l’estrema frontiera del mondo conosciuto. Sebbene quest’epico passaggio sia anticipatore di nuovi mondi (Platone vi colloca la mitica Atlantide, Dante il Monte del Purgatorio e Colombo vi cerca le Nuove Indie occidentali), ancora prima di tutto ciò, l’individuo deve confrontarsi con un mostro terribile che ne sorveglia il confine: la paura.

Le vicende e le cronache di questi giorni sono particolarmente vicine agli aspetti psicologici di questo momento di transizione. Prima del nuovo mondo, vi è infatti la morte del vecchio mondo. Al bambino non è concessa nessuna indulgenza: se vuole partorirsi, deve abbandonare tutto ciò che conosce, tutte le proprie certezze e le proprie verità. Il mondo che ha sperimentato sta subendo un terremoto di proporzioni bibliche, si sta sovvertendo e si è già capovolto. Qualsiasi verità e qualsiasi convinzione devono essere abbandonate. Il distacco fisico dal genitore rappresenta contemporaneamente la soglia di un nuovo universo e la morte dell’universo conosciuto. Possiamo ragionevolmente ipotizzare che è proprio nel momento della nascita che il bambino acquisisce – perché la sperimenta direttamente – il senso della morte. Si tratta naturalmente non di una razionalizzazione cognitiva (simile ad un’idea filosofica o concettuale tipica del pensiero adulto). Ma piuttosto di una proto-nozione, di un dato fenomenologico elementare e sperimentale, sul quale successivamente quell’individuo adulto costruirà l’intero edificio della propria Idea-di-morte.

Nel lavoro con tante persone ho avuto modo di constatare come questa esperienza faccia da matrice, da binario-guida per tutte le esperienze successive di “nuova genesi”, una sorta di eco mnemonico che accompagna le future nascite: sia quelle psicologica, esistenziale e spirituale, ma anche i grandi momenti di passaggio nell’esistenza di un individuo o di una Società. Un pattern di natura emotiva impresso nelle più profonde strutture della psiche umana e che fornisce uno scenario previsionale tutte le volte che l’individuo si appresta ad un passaggio di rinascita. In altre parole, l’individuo non ricorda il proprio parto, ma profondamente sa (percepisce, avverte, capta, intuisce) che ogni nuova nascita è preceduta da una morte.

La morte che precede la rinascita è un modello ciclico pressoché universale che ritroviamo nei miti, nelle leggende e negli usi e costumi di molte civiltà. Per gli antichi romani, l’inverno corrispondeva alla morte della vita agricola. Durante questo periodo (più o meno quello che va dal solstizio fino al moderno Natale) si festeggiavano i Saturnali dove si credeva che le divinità degli inferi (Saturno o Plutone) uscissero dalle profondità del suolo e vagassero in corteo per tutto il periodo invernale. Che la festa fosse una sorta di esorcismo collettivo incentrato sullo scongiurare la Morte, viene confermato dal fatto che Saturno e Plutone erano divinità preposte alla custodia delle anime dei defunti. L’offerta di doni e dei festeggiamenti aveva lo scopo di placare gli dei della morte affinché tornassero nell’aldilà, consentendo così il ritorno della vita e i raccolti della futura stagione estiva. Nell’antico Messico, Quetzalcoatl, dio uccello (o serpente piumato), aveva il dono di morire e risorgere; grande sovrano e portatore di civiltà. Ovidio nelle Metamorfosi e poi Dante nell’Inferno, descrivo la Fenice, mitologico uccello in grado di risorgere dalle proprie ceneri.

Dovunque alla “Fine” segue sempre un nuovo e fecondo “Inizio”: in Egitto il ritorno della Fenice, considerata manifestazione di Osiride risorto, annunciava un nuovo periodo di ricchezza e fertilità.

La paura che accompagna questo senso di morte è quindi la sentinella dei grandi cambiamenti interiori, psicologici e spirituali, ma anche di quelli collettivi, sociali, e di intere civiltà. Non è un pericolo reale, ma la custode dei processi di purificazione e di transizione. Qualcosa deve trasformarsi per far posto al nuovo che avanza. E ogni volta che dobbiamo affrontare una trasformazione, siamo terrorizzati dall’idea di ciò che sta per accadere, dall’idea di perdere ogni cosa, ogni certezza, di perdere tutto. Neppure l’idea di un nuovo mondo (che però ancora non è visibile) ci consola e ci rassicura. Il mostro da affrontare adesso è la paura: e prima della rinascita, ci sentiamo soli davanti alla nostra paura. In questa fase, dove il mondo interiore sembra sovvertirsi e dove il senso di impotenza prevale su tutto, viene un momento in cui è necessario agire con grande coraggio. Il coraggio a cui faccio riferimento non è quello del Puer-Aeternus, del giovane adolescente che combatte apertamente e spavaldamente i nemici con la spada in pugno, ma è un coraggio intimo, ma non per questo meno ardimentoso.

È il coraggio di riconoscere la forza degli elementi esterni, è il coraggio di usare la propria saggezza per fermarsi, per rimanere in ascolto, ma soprattutto per affidarsi. Non è questo un tipo di coraggio tanto comune e tanto propagandato: perché questo coraggio prevede di accettare il dolore, di saperlo accogliere senza masochismi e senza vittimismo. Non serve ribellarsi alla notte, pretendendo che splenda sempre il sole: ma saper accettare la notte significa riconoscere che ogni momento è prezioso e può essere straordinariamente ricco di nuove idee, nuovi germogli, nuovi pensieri, nuove identità. Così come ad ogni morte segue una nuova vita, nei momenti di paura, è necessario affidarsi al processo di purificazione, al proprio pensiero positivo, alla fiducia nella vita che rinasce sotto nuove e diverse forme mai immaginate e viste prima. Pensiamo ad esempio ad Ulisse, che lascia l’immortalità offerta da Circe, per proseguire il suo cammino ancora ignoto, ancora tutto da scoprire verso Itaca. Accettare la superiorità delle forze esterne non deve essere vissuto come una bruciante sconfitta, né come una mancanza di dignità, ma semmai come l’espressione di una straordinaria saggezza interiore.

Quale utilità avrebbe per Ulisse combattere apertamente, con esibizione d’orgoglio, contro Polifemo? Solo ad essere rapidamente distrutti. Accettare il senso di impotenza non significa abbandonare il proprio progetto di vita, ma significa custodirlo per farlo germogliare nella fiducia, quando i nuovi tempi lo consentiranno. Non significa neppure rimanere passivi, indifferenti o rinunciatari. Anzi, esattamente il contrario. Accettare la paura della morte, accettare il senso d’impotenza, significa essere profondamente attivi ed aprirsi lentamente un nuovo e reale sentiero verso la rinascita. Il buio precede la luce, siamo alle soglie di un nuovo Rinascimento: ma il nuovo mondo può sorgere solo se nutrito dalla fiducia, dall’amore e dalla capacità di affidarsi ai cambiamenti, anche a quelli che appaiono più terribili e catastrofici. Se continuiamo ad immaginarci soli ed abbandonati, vittime dell’esistenza, non potremo che naufragare. È necessario fondare il nuovo cammino sulla convinzione (peraltro scientificamente provata) che ogni elemento in questo universo è soggetto a continua trasformazione.

La Microbiologia e l’Ingegneria genetica hanno dimostrato che la trasformazione è la base organica del nostro passato e il seme del futuro. E anche dal punto di vista psicologico ed esistenziale, ogni volta che ci troviamo dinanzi alla paura del cambiamento, domandiamoci piuttosto quale nuova identità dobbiamo acquisire. Se rimaniamo chiusi, spaventati, aggrappati alla placenta delle nostre illusorie certezze, non potremo mai rinascere. È necessario imparare ad aprirsi alla straordinaria ricchezza che questo universo ha preparato per noi. La Vita ci ha voluti, l’Universo ci ha generati perché imparassimo ad affrontare continue trasformazioni e noi non siamo il culmine dell’evoluzione. Ribellarsi a questa Legge e pretendere che la Vita vada come noi vogliamo è pura illusione. Ogni atomo contenuto nel nostro corpo ha viaggiato per miliardi di chilometri, dalle stelle che li hanno creati, fino a noi. Ogni atomo del nostro corpo ha attraversato miliardi di trasformazioni prima di entrare nelle nostre cellule: è stato gas, poi carbone, è diventato nuvola, poi acqua, è stato nel mare e sulle nevi, è stato pianta, animale, chissà quante volte prima di trovarsi dentro di noi.

Affidiamoci alla saggezza della vita e impariamo a ricontattare il nostro Sé, la nostra saggezza profonda. E’ vero: ogni respiro termina con un istante di pausa. Ma ad ogni respiro, ne segue sempre un altro, e poi un altro ancora…..

CONDIVIDI
Articolo precedenteAutunno: scoppiano le coppie
Articolo successivoTai Chi
mm
Direttore dell'Istituto Solaris - Sophia University of Rome. Allievo del Prof. Antonio Mercurio. Psicologo, Psicoterapeuta, Antropologo cosmoartista, Counselor Trainer della FAIP Counseling. Ha scritto otto libri, centinaia di articoli per molte riviste, tenuto numerose conferenze e partecipato a molti congressi nazionali e internazionali.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here