Dalla violenza si può nascere ad una nuova vita

Nel mondo, così come è stato nella notte dei tempi, viviamo in una società in cui coesistono tanti opposti: il bene e il male, il bello e il brutto, la vita e la morte, la gioia e il dolore, la destra e la sinistra, l’amore e l’odio, la generosità e l’avidità, la pace e la guerra, il nord e il sud, il giorno e la notte, il freddo e il caldo, lo yin e lo yang, il maschile e il femminile, ecc. La vita si basa sugli opposti, gli uni non escludono gli altri, inconciliabili solo in apparenza, ma necessari all’esistenza. Gli uni non possono esistere senza gli altri. Questo per dire che il mondo non è tutto buono né tutto cattivo così come ognuno di noi non è tutto buono né tutto cattivo. Nelle cronache leggiamo tanti episodi di violenza. Si parla di guerre, di crimini efferati, di maltrattamenti, di abusi e nessuna società o nazione è esente. La violenza la troviamo negli stadi, in discoteca, a scuola, per strada, in famiglia, al lavoro, violenza fisica e violenza psicologica. La chiamiamo stalking, bullismo, razzismo, mobbing, ultras, abuso di potere, pedofilia, ecc. Ma perché la violenza? Perché tanta aggressività? E’ un fenomeno complesso che rientra nelle problematiche legate al manifestarsi della violenza negli esseri umani.

E’ un argomento sempre trattato dalle scienze sociali ed esistono varie teorie per cui la violenza è stata considerata ora “un istinto”, ora “una modalità comportamentale”, ora “una emozione” reattiva ad un evento stressante o frustrante. Citiamo fra l’altro un famoso carteggio del 1932 fra lo scienziato Einstein e Freud in cui il fisico tedesco chiede a Freud se l’umanità può sperare di non ricadere più nell’esperienza della guerra, se è possibile debellare la violenza in modo definitivo dalla terra. La violenza è insita nell’uomo in modo palese ed in modo latente, nascosto e ha più probabilità di esprimersi quando c’è un oggetto, una persona che ce la ricorda. Viene espressa con l’aggressività e per contenerla impariamo a reprimerla, a mascherarla ma ciò porta alla rabbia causata dalla frustrazione dei bisogni o dalla proibizione e questa rabbia genera rancore, paura, chiusura e spesso desiderio di danneggiare, offendere, prevaricare un’altra persona. E’ un meccanismo di difesa che noi mettiamo in atto. La rabbia viene proiettata all’esterno ed è difficile riconoscere che l’origine di essa è interiore e che non sempre è “distruttiva”.

Per esempio nel bambino la capacità di aggredire l’ambiente è fondamentale per la costruzione della sua identità e della sicurezza interiore. La sua aggressività è necessaria per distaccarsi dalla difesa dei genitori, per iniziare ad affrontare il mondo per cui inizia a toccare gli oggetti, li apre, li rompe: la sua aggressività esprime semplicemente il bisogno di conoscere il mondo che lo circonda. Ma l’aggressività può anche essere l’espressione della volontà di potenza diretta al superamento dei sentimenti d’inferiorità che ci può indurre a distruggere l’altro, può essere originata da una frustrazione, da un senso di fallimento e di sconfitta quando si vuole raggiungere una meta e qualcosa o qualcuno ce lo impedisce, caso mai in un modo che riteniamo ingiusto. E’ necessario però considerare che l’aggressività, la violenza non sempre è rivolta all’altro (il singolo, il gruppo più o meno ampio) ma spesso viene inflitta a se stessi (abuso di alcool e droghe, depressione, attacchi di panico, disturbi dell’alimentazione, autolesionismo, disturbi psicosomatici, ecc.).

Come ho detto la violenza può essere agita fisicamente ma anche psicologicamente.E ciò può portare a sentirsi responsabili della violenza subita, a sentirsi in colpa, a pensare di avere sbagliato qualcosa, a sentirsi soli tanto da diventare in certo qual modo complici dei propri aggressori. Può capitare di vedersi aggrediti e sentirsi vittime di una grande ingiustizia, in cui palesemente siamo innocenti ma veniamo accusati di cose che non abbiamo fatto. In queste situazioni possiamo reagire o rispondendo con altrettanta aggressività portando fino alle estreme conseguenze la ricerca della giustizia oppure si può fuggire, sentendosi annichiliti, svuotati oppure vedere l’accaduto come un’opportunità di riflessione e di superamento. Ci si può domandare, cioè, il perché dell’accaduto, ricercare dentro di noi gli elementi che ci hanno portati a sentirci colpiti, riflettere sull’atteggiamento dell’altro cercando di interpretare le motivazioni del suo comportamento. Si può così scoprire che tutto ha origine da lontano, dalla nostra infanzia, dalla vita intrauterina. Se non ci siamo sentiti accettati nella nostra identità profonda, non riconosciuti, destinati a vivere la vita che altri hanno deciso per noi, soddisfacendo aspettative altrui, se abbiamo quindi subito questa violenza che ci ha derubati di noi stessi, cerchiamo allora spasmodicamente di essere riconosciuti, pretendiamo che giustizia sia fatta, vogliamo essere risarciti di quello che ci spettava e non abbiamo avuto.

Ma a cosa ci può portare tutto ciò? Al vuoto, alla frustrazione, al dolore. Se quindi invece di render pan per focaccia, se invece di fuggire affrontiamo l’aggressività con umiltà, consapevolezza, accettando di vedere il nostro veleno esistenziale e non solo quello dell’aggressore non sentendoci solo vittime, la situazione ”negativa” può trasformarsi in una situazione “positiva”, può avere una finalità costruttiva nella relazione. Possiamo cercare di trovare un punto di incontro, di riparare, di riconciliarci, di perdonare. Potrebbe quindi essere un’occasione di crescita, un passo verso l’accettazione di noi stessi, verso il superamento del sentimento di inadeguatezza, verso l’amore di sé, verso l’amore per gli altri. Può capitare di agire una rabbia trattenuta ed accumulata esprimendola in contesti diversi da quelli in cui è insorta o verso la persona che è all’origine di una frustrazione. Anche se siamo noi gli artefici di un’aggressione, se riusciamo a vedere le nostre parti oscure, se ricerchiamo dentro di noi le origini delle nostre azioni, delle ragioni della nostra rabbia, anche in quel caso, senza farci sopraffare dai sensi di colpa possiamo mettere in atto un gesto riparatore, possiamo cercare di utilizzare l’evento per vedere con chiarezza, per acquistare consapevolezza e superare i nostri veleni esistenziali.

La Vita ci mette tante volte alla prova, si soffre, si ha paura, ci si sente impotenti, vittime ma non bisogna perdersi d’animo, è importante guardarsi dentro, trovare il coraggio di aprirsi agli altri, di non chiudersi, di parlare, di chiedere aiuto. Bisogna imparare piano piano ad amarsi, a credere in se stessi: a non farsi derubare della propria vita.

Nella foto: Bastien Alexandra, “Rebirth”

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