Non è facile rendersi conto che tutta la sofferenza esistenziale ha origine nella mente. Che noi e solo noi ne siamo i creatori. E’ un pensiero che viene istintivamente rifiutato. Di solito si invocano giustificazioni o si punta un dito accusatore contro gli altri. Preferiamo una vita a responsabilita’ limitata e quando l’insoddisfazione esistenziale diviene tormento, c’e’ sempre la comoda valvola di sfogo della ricerca di un capro espiatorio: tu, loro, gli altri, gli uomini, le donne, ……. il karma, il destino, Dio. Tutti sono responsabili di come ci sentiamo tranne noi. Non vogliamo vedere che noi siamo i creatori della nostra sofferenza e che noi, e solo noi, possiamo essere i nostri liberatori. Non vogliamo vedere come questa sofferenza è stata creata dalla nostra intenzione, conscia o inconscia che fosse. Non vogliamo impiegare la cosa piu’ preziosa che abbiamo, la nostra attenzione, per vedere con chiarezza (vipassana) come “da un pensiero nasca un’azione, da un’azione un’abitudine, da un’abitudine un carattere, da un carattere un destino”. Ci sentiamo miseri e impotenti.

E invochiamo un dio qualsiasi perchè ce ne liberi, perchè ci pensi lui. Nella mia esperienza il superamento del dolore esistenziale passa necessariamente attraverso l’assunzione al 100% della responsabilita’ delle creazioni della nostra vita. Noi abbiamo scavato la fossa in cui siamo caduti, noi abbiamo caricato il fucile di chi ci spara, noi abbiamo consegnato il timone in mani altrui. L’autocommiserazione e’ una falsa consolazione. Non attira molte simpatie. Come non serve a nulla piagnucolare facendo le vittime. Spesso, così facendo, si attirano dei salvatori non proprio disinteressati, con lo scopo inconfessato di farli cadere nella stessa trappola in cui siamo noi. Finche’ non ci assumiamo la responsabilita’ piena delle nostre creazioni continueremo a credere di essere piu’ piccoli di quel che noi stessi abbiamo creato. Se, invece, ce l’assumiamo, allora ci renderemo conto, nello stesso tempo, di avere un potere che nemmeno sospettavamo. Un potere che risiede nell’intenzione e nell’attenzione. Anche per questo il Buddha disse che il suo Dharma va controcorrente: restituisce all’uomo la piena signoria sul proprio destino. Non alimenta il fatalismo ne’, tantomeno, la rassegnazione. “Nella mente ha origine la sofferenza, nella mente ha origine la cessazione della sofferenza”.

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