Dal percorso scientifico ad un nuovo umanesimo

La necessità di proporre un tale tema di riflessione nasce dalla constatazione dell’evidente crisi originatasi tra le due modalità del sapere, quella cosiddetta umanistica, e quella cosiddetta scientifica.

Un equilibrio, divenuto sempre più instabile negli ultimi decenni, fa decisamente pendere il piatto della bilancia dalla parte del sapere ‘scientifico’. La continua evoluzione delle tecniche moderne e la sempre maggiore influenza che i fattori economici hanno sul settore sanitario, danno origine a una sempre più ampia separazione della medicina dalla cultura del mondo e dalle idee delle persone presso cui la medicina stessa viene esercitata. L’interesse che lega gli uni agli altri, invece, dovrebbe essere l’essenza della medicina, delle motivazioni dei medici, dei bisogni dei malati, della ricerca. Per esercitare una buona Medicina bisogna tenere insieme le motivazioni culturali che la sottendono con le persone che l’esercitano e con i malati, ricordando che è inutile parlare della struttura psicosomatica dell’uomo dimenticandosi della dimensione relazionale dell’esistenza . Per gli esistenzialisti il problema principale è l’angoscia della scelta. In questo secolo la persona è aperta a tutte le possibilità: ha di fronte a sè una dilatazione di orizzonti. L’uomo moderno ha un ventaglio maggiore di scelte rispetto ai suoi avi.

Ma questi privilegi non gli danno pace. Invece di trovare piacere per ciò che ha, soffre per quel che non ha e vorrebbe avere, sperimenta su di sè un continuo stato di tensione tra ciò che è attuale e ciò che è possibile: una perenne condizione di deprivazione relativa. Non riesce mai a conciliarsi con il proprio desiderio. Per gli esistenzialisti l’uomo si deve risvegliare dal letargo della propria quotidianeità, passare l’eclisse dell’individualità, vincere la chiacchera impersonale. Deve perciò trascendersi, andare al di là di sè, rompere la catena di cause ed effetti, smettere di pensare che il futuro venga determinato dal passato. Ma a metter fine l’angoscia della scelta ecco la morte, che per gli esistenzialisti è una situazione limite, che nullifica ogni poter.essere. La morte, determinazione etica, che rende vana ogni scelta . Facciamo più da presso al tema trattato: sono molti i filosofi che sostengono che la razionalità scientifica stia soffocando l’umanesimo. Ma a mio avviso la questione di fondo è che la scienza non travalichi i principi etici, che resti a misura d’uomo e non di clone.

Perchè ciò si verifichi è necessaria una netta separazione tra techne ed episteme, tra utilità immediata e verità . Ma la scienza di oggi è veramente indipendente? Ci sono state straordinarie scoperte scientifiche nel ‘900 (e prima e dopo questo), ma qualcosa abbiamo pur perso per strada. Anche se oggi c’è stato un aumento della scolarizzazione rispetto alla civiltà contadina va ricordato che un tempo un contadino analfabeta con il suo dialetto sapeva dare nomi ad ogni albero e ad ogni foglia, cosa di cui non sarebbe capace oggi un cittadino istruito, a meno che non sia un professore di botanica . In tutte le sue espressioni (anche in Medicina) l’Occidente ha scelto il materialismo. Altra strada ha percorso invece l’Oriente per cui l’essere umano è anima, il corpo è illusione, il mondo è fatto “della stessa sostanza con cui sono stati fatti i sogni”. L’Occidente ha avuto il progresso tecnologico ed il benessere economico, ma non lo sviluppo storico. In questo modo è avvenuto un declino della forza spirituale . Un antico proverbio cinese dice “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”.

Senza gli antibiotici, l’aspirina, i farmaci trombolitici, i trapianti e le misure anti-rigetto non avremmo avuto un innalzamento della durata della vita. Senza i raggi X e la microscopia elettronica i medici non avrebbero la possibilità di intervenire repentinamente sui tumori. Allo stesso tempo abbiamo anche problemi come l’effetto serra, la pioggia acida, il buco dell’ozono, l’inquinamento elettromagnetico. Senza tornare tanto indietro con la memoria abbiamo avuto anche Three Mile Island nel 1979 e Cernobyl nel 1986 . Tra la farfalla e il laser l’uomo non riesce ancora a trovare il proprio equilibrio. Eppure apparentemente l’uomo moderno sembra in preda ad un euforico “positive thinking”, accomunato agli altri dal culto della forza e dal tabù dell’ansia : pratico, utilitarista, individualista. Ma al contempo però è anche – per dirla alla Mc Luhan- sonnambulo. La sua vita quotidiana è sempre più automatica, distratta, infantilistica, ripetitiva. I marxisti definiscono ciò alienazione e reificazione della coscienza. Sartre invece parla di “prassi inerte”. Camus ne “Il mito di Sisifo” propone “l’assurdo”, la lucida disperazione, dovuta alla consapevolezza dell’intelligenza alle prese con una realtà che la supera.

Heidegger propone l’esistenza inautentica. Per Lacan si tratta di coscienza dislocata (“io penso dove non sono, sono dove non penso”), per altri ancora straniamento, stanchezza esistenziale, nevrosi d’angoscia, ansia di evasione . L’uomo psicocivilizzato di oggi soffre di comune scontento quotidiano, eppure la somma dei piaceri della vita di un uomo moderno è superiore a quella di un qualsiasi suo antenato. Allora perchè sente la sua vita arida ed apatica? Forse la fatica nervosa e psichica è più dannosa a lungo termine di quella fisica ? Ma procediamo con ordine e vediamo che è nata, in Occidente, la scienza . I primi testi che si possono considerare in senso lato di storia della scienza sono quelli di Aristotele e dei suoi allievi, in cui solitamente alla trattazione di un problema veniva premesso un resoconto delle posizioni assunte in precedenza da coloro che del medesimo problema si erano già occupati. Questo tipo di preoccupazione fu presente in vari scritti delle epoche seguenti, in particolare in quelli dei cultori di chimica alchemica. Bacone nel XVII secolo sostenne la grande importanza filosofica di una storia dello sviluppo della conoscenza della natura.

Solo verso la fine del XVIII secolo, comunque, comparvero scritti a opera di scienziati dedicati esclusivamente al racconto storico: i necrologi per i soci delle accademie reali di Londra e di Parigi, le storie dell’elettricità (1767) e dell’ottica (1772) dello scienziato britannico J. Priestley e, a un livello qualitativo superiore, la grande storia della matematica (1758) del funzionario del re di Francia, cultore di geometria, J.E. Montucla. All’inizio del XIX secolo in Germania comparvero in modo sistematico storie delle varie discipline scientifiche scritte da studiosi appartenenti alla scuola di Gottinga: A. Kästner per la matematica (17961800), J. Fischer per la fisica (1801-1808), J. Gmelin per la chimica (1797-1799), J. Beckmann per la tecnologia (1784-1805). Tale mole di lavoro aveva esclusivamente intenti cronachistici e compilativi e se proprio un disegno interpretativo vi si può ritrovare questo è dato dalla convinzione che lo sviluppo scientifico sia un lineare e graduale avvicinamento alla verità. Nei decenni seguenti, sempre in Germania, vi fu una crescita di studi, grazie anche all’assetto istituzionale favorevole che si venne a creare nell’organizzazione della cultura tedesca.

Furono scritte ampie monografie dedicate alle singole discipline: H. Kopp si occupò della chimica (1843-1847), F. Kobell della mineralogia (1864), J. Carus della zoologia (1872), J. Sachs della botanica (1875), M. Cantor della matematica (1880-1908), A. Heller (18821884) e F. Rosenberger della fisica (1882-1890). Gli autori erano perlopiù scienziati militanti che miravano, quasi sempre con erudito gusto antiquario, a ricostruire nei dettagli gli sviluppi tecnici della propria disciplina, senza interesse per prospettive culturali più ampie, sebbene alcuni, come Kopp, avanzassero critiche alla concezione dominante che vedeva la storia della scienza come un progresso lineare fino alla verità del presente. Nell’ultima parte del secolo alcuni grandi scienziati tedeschi, come W. Ostwarld e E. Du Bois-Reymond, enfatizzarono l’importanza della storia della scienza disciplinare, positivista, contrapponendola allastoria tradizionale incentrata su guerre e diplomazia politica e definita sdegnosamente «storia borghese». Anche in Gran Bretagna si sviluppò una trattatistica di questo genere, con le classiche biografie di Newton scritte da D.

Brewster (1831 e 1855), la storia della chimica di T. Thomson (1830-1831), la storia delle teorie dell’attrazione e la storia del calcolo delle variazioni di I. Todhunter (1861 e 1873). Eccezione rimarchevole fu la storia “filosofica” delle scienze induttive di W. Whewell (1837), che era però una illustrazione delle idee filosofiche dell’autore, piuttosto che un tentativo di ricostruzione storica. In Francia la storia della scienza ebbe un significato e un valore più marcatamente filosofico in forza dell’influenza del positivismo comtiano: essa doveva non solo ricostruire il passato con rigore documentario, ma anche mostrare la natura e i caratteri del procedere della ragione nella conoscenza della natura attraverso il metodo sperimentale, in opposizione a tutte le forme di cultura mitologica. Una storia con simile valenza filosofica non poteva frantumarsi in storie disciplinari, ma era obbligata a configurarsi come storia unitaria, generale. Nel 1892 venne fondata al Collége de France la prima cattedra di storia generale delle scienze. Principale ispiratore di questa storiografia unitaria e filosoficamente impegnata fu P.

Tannery. Nella prospettiva da lui sostenuta furono scritte alcune opere che tentavano di tracciare una mappa dello sviluppo generale della scienza nel suo insieme, come quella di F. Dannemann (1910-1913) o la cronologia di L. Darmstaedter (1906), ma nonostante le loro ambizioni esse si rivelarono ben presto superate. L’abbandono dello specialismo erudito fu cercato, negli anni a cavallo tra i due secoli, anche da una prospettiva differente, che vedeva la storia della scienza come illustrazione e sostegno di una concezione epistemologica determinata. I massimi esponenti di questa storiografia furono E. Mach, da un punto di vista fenomenista, e P. Duhem, fautore di una concezione della scienza ipotetico-deduttiva, ma anche autore di importanti contributi di ricerca documentaria soprattutto sulla scienza medievale. Con l’inizio del nuovo secolo prese avvio una sistemazione istituzionale della storia della scienza, con la fondazione di associazioni nazionali, quali la Gesellschaft für Geschichte der Medizin und der Naturwissenschaften (fondata nel 1901), l’apertura di corsi universitari e l’organizzazione di congressi internazionali: la prima conferenza internazionale dedicata alla storia della scienza si tenne a Parigi nel 1900.

È da notare che la professionalizzazione della storia della medicina avvenne con un certo anticipo rispetto a quella della storia della scienza e che la storia della medicina assunse un carattere indipendente rispetto alla storia della scienza, carattere mantenuto anche in seguito. Mentre il pro getto di una storia della scienza unitaria e portatrice di una visione filosofica, asse centrale di un nuovo umanesimo, veniva sostenuto con forza negli Stati uniti da C. Sarton, fondatore di “Isis”, il più autorevole periodico dedicato alla storia della scienza, da H. Berr in Francia, da C. Singer in Gran Bretagna e dall’italiano A. Mieli, di fatto la storia della scienza rimase nel primo dopoguerra storia disciplinare, specialistica, sviluppandosi enormemente in estensione e continuando spesso a caratterizzarsi per un forte antiquarismo erudito. La filosofia della scienza dominante tra le due guerre, il neopositivismo, nutrì, d’altra parte, un profondo disinteresse nei confronti della storia della scienza. In Francia si affermò tuttavia una corrente filosofica fortemente interessata alla scienza, con E.

Meyerson, L. Brunschvicg e, soprattutto, con G. Bachelard, che seppe stimolare la ricerca storica, ritenuta campo d’azione di fondamentale importanza per il filosofo il quale trae indicazioni sulla natura della ragione umana considerandola all’opera, in quanto produttrice di conoscenza scientifica . Il pensiero di Bachelard, in particolare, influenzò molti storici francesi del secondo dopoguerra. Un’importante novità nel campo di studi fu introdotta dal contatto con gli storici sovietici, avvenuto al secondo congresso internazionale di storia della scienza tenutosi a Londra nel 1931. I sovietici presentarono una concezione marxista della disciplina prendendo in esame la dipendenza della produzione intellettuale da fattori economici, sociali, politici. L’esempio dei sovietici, di B. Hessen in particolare, stimolò un gruppo di scienziati-storici britannici, come J.D. Bernal e J. Needham, a intraprendere ampi programmi di ricerca storiografica su basi marxiste. Verso l’introduzione nella storia della scienza di considerazioni sul contesto socioeconomico in cui erano sorte e si erano sviluppate le idee scientifiche spinse anche il lavoro di studiosi di sociologia, come per esempio R.

Merton, che prestarono la loro attenzione allo sviluppo scientifico. Di rilievo, anteriormente alla prima guerra mondiale, fu l’opera di studiosi di storia della medicina quali R.H. Shryock e H.E. Sigerist, che si occuparono diffusamente dei rapporti tra medicina e società. Sempre tra le due guerre si affermò un indirizzo opposto, ma altrettanto innovativo, legato principalmente alla figura del francese A. Koyré il quale, dopo molti studi sulla storia della filosofia, pubblicò Studi galileiani (1939, ed. it. 1979), testo che segnava la comparsa della storia fondata sull'”analisi concettuale”. Nell’approccio di Koyré la scienza è concepita come una attività puramente intellettuale, che risente di influssi filosofici e religiosi, ma non subisce spinte significative né da parte della tecnologia, né da parte della strumentazione. Per il filosofo francese la tecnologia e gli strumenti scientifici sono l’incarnazione di una teoria e non hanno rilevanza per lo sviluppo della scienza moderna. Coerentemente con questa convinzione egli sostenne che la storia dell’astronomia dopo Copernico non doveva quasi nulla al telescopio di Galileo.

Fortemente influenzato da E. Husserl, Koyré indicò quale compito primario per lo storico quello di individuare le «intuizioni profonde» che avevano orientato tutta l’opera dei grandi scienziati del passato nella loro ricerca della verità. Particolare attenzione per lui va prestata a quelle intuizioni che hanno costituito dei significativi mutamenti rispetto alle concezioni antecedenti. Egli si sforzò pertanto di chiarire per quali aspetti le idee fondamentali della scienza moderna fossero radicalmente differenti da quelle della scienza antica, sostenendo una visione sostanzialmente discontinuistica del procedere scientifico, che si differenziava per questo dalla storiografia positivista. L’analisi compiuta da Koyré della rivoluzione scientifica ebbe il merito di attirare l’attenzione degli storici sulla rilevanza del legame tra scienza, filosofia e religione . L’opera di Koyré, che mostrava una finezza d’indagine concettuale del tutto nuova per la storia della scienza, indusse nel secondo dopoguerra molti storici ad allargare la propria metodologia, prestando più attenzione a fattori in precedenza trascurati di fatto, anche se non programmaticamente, come l’influenza delle idee religiose e metafisiche sulla scienza.

A riorientare gli studi in questa stessa direzione contribuì anche il britannico H. Butterfield, uno storico generale che nel 1949 pubblicò un volume di enorme successo sulle origini della scienza moderna, considerate sotto una prospettiva culturale molto ampia. Anche se nelle impostazioni di ambedue gli studiosi era presente una forte attenzione per le idee religiose e filosofiche degli scienziati, rimaneva pur sempre ferma la convinzione che la scienza fosse essenzialmente una ricerca della verità e che le forme assunte dal progressivo avvicinamento alla verità costituissero l’oggetto fondamentale dello storico. La metafisica, la religione degli scienziati erano considerate come precondizioni di sviluppi importanti verso le teorie moderne, in larga misura però indipendenti e separabili dalle teorie stesse. Quanto al legame delle teorie con la società, le istituzioni, la tecnologia, le pratiche del passato, tutto ciò era considerato irrilevante ai fini della comprensione della verità teorica della scienza. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale la storia della scienza venne riconosciuta, soprattutto nei paesi anglosassoni, come disciplina di una certa importanza ed ebbe una grande espansione a livello istituzionale, con conseguente crescita del numero di storici di professione e intensificazione della specializzazione.

L’approccio più largamente seguito fu quello dell’analisi teorico-concettuale ispirata al modello di Koyré e produsse una ricca messe di studi tesi a chiarire il mondo delle idee scientifiche. Fra i più eminenti rappresentanti di questo indirizzo vanno ricordat M. Clagett, I.B. Cohen, C.C. Gillispie, H. Guerlac, T.S. Kuhn, A.R. Hall, insieme ai loro primi allievi quali M. Boas, J. Greene, H. Woolf, M.B. Hesse, M. Hoskin, W. Coleman, E. Mendelsohn, A.G. Debus. Il modello ispirato a Koyré cominciò negli anni Sessanta a essere messo seriamente in discussione anche in forza dei risultati ottenuti da quegli stessi studiosi che ne erano influenzati. Da un lato apparivano infatti sempre più determinanti gli influssi esercitati dalla filosofia e dalla religione sulla struttura teorica della scienza (gli studi su Newton furono decisivi nel generare questo riorientamento prospettico); dall’altro lato veniva in evidenza come forme culturali in precedenza ritenute ben distinte dalla razionalità scientifica e ininfluenti su di essa dal XVI secolo in poi, come la magia e l’alchimia, avevano invece giocato un ruolo non trascurabile nella nascita della scienza moderna e nella sua successiva affermazione (una parte importante ebbero a questo riguardo gli studi su Paracelso e la sua influenza su Bacone e, ancora, su Newton).

La scoperta di nessi forti fra religione, metafisica e concetti scientifici suggeriva la possibilità di estendere le connessioni fino ad arrivare a comprendere nel discorso storico anche le condizioni sociali in cui nel passato si sono sviluppate religione e filosofia e, dunque, la scienza stessa. L’interesse per una storiografia della scienza che prendesse in considerazione aspetti sociologici non era venuto meno in studiosi come B. Barber o J. Ben-David. Tuttavia fino agli anni Sessanta gli studi sociologici della scienza, peraltro non numerosi, si proponevano di determinare le condizioni che avevano influito sul livello della produttività scientifica, oppure di tratteggiare il ruolo sociale dello scienziato, ma non partivano dal presupposto che i contenuti concettuali, cognitivi della scienza si potessero ricondurre a un’analisi socioeconomica. Durante gli anni Sessanta tale orientamento venne mutando sia per quanto andavano scoprendo gli storici “internisti”, sia sotto la spinta dei forti movimenti giovanili di protesta che contestarono, tra l’altro, la scienza come prodotto ideologico del potere economico.

Da ciò emerse un approccio storiografico volto a esplorare la possibilità di spiegare le categorie scientifiche in base alle condizioni economico-sociali in cui esse sorsero (M. Jacob, P. Rattansi, C. Webster, S. Shapin, M. Berman, C.E. Rosenberg, P. Forman, R. Porter) . A questo esito contribuirono anche le discussioni avvenute in seno alla filosofia della scienza, in modo particolare quelle sorte attorno al libro di T.S. Kuhn sulla natura delle rivoluzioni scientifiche, discussioni che conducevano, pur da prospettive differenti, all’impossibilità di concepire la scienza come un’impresa rivolta alla conquista della verità sulla base della ragione e dell’esperienza, e dunque invitavano a prendere in considerazione alcuni fattori storici in precedenza considerati irrilevanti. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta si è assistito a un proliferare di impostazioni storiografiche dovuto sia all’aumentata complessità dell’oggetto storiografico rappresentato dalla storia della scienza, che è venuta via via arricchendosi di un gran numero di aspetti socioeconomici e culturali, sia alla crescita notevole di ricercatori, istituzioni e periodici che vi si sono dedicati.

Vi è stata una sempre più spinta specializzazione per problemi, epoche storiche, paesi, e si sono moltiplicate le metodologie, spesso mutuate da altre discipline, come la sociologia, l’economia, l’antropologia. Il baricentro delle ricerche si è spostato dal periodo antico a quello moderno-contemporaneo e la matematica e la fisica non sono ormai più oggetti di indagine privilegiati, ma sono state affiancate dalla biologia, dalla chimica, dalla geologia. La scienza emerge, dalla visione che offre questa storia rinnovata, come un’attività umana dotata di complessità, importanza culturale, sociale ed economica impensabili fino a pochi anni fa . Ma in questa efasi “scientifica” tutta concentrata, in campo medico, sul “corpo” e sulle sue entità e componenti misurabile, quanta umanizzazione la medicina ha perduto? . Umanesimo e scienze umane sono il riferimento generale, non specifico, di qualunque disciplina si occupi dell’uomo. Ma mai per nessuna ragione esse possono costituire lo specifico della medicina, oggi più che mai impegnata a rispettare le regole dell’osservazione, dell’efficienza, dell’efficacia, dei valori economici e sociali .

Parliamo sempre meno di Filia e Logos, perché li abbiamo incorporati nella tecnologia. Costruiamo la nostra vita (anche professionale) per segmenti o per aggiunta di pezzi, senza mai amalgami o integrazioni. E’ lasciata alla capacità di ciascuno di comprendere la complessità e la sintesi diacronica del processo, mentre la “scienza medica ufficiale” si incammina attraverso percorsi sempre meno “umanizzati”. La medicina scientifica, tecnica, statistica e riduzionista, necessariamente ritarderà (ma non impedirà!) l’avvento della consapevolezza universale del fatto che ciò che oggi, all’inizio del 21° secolo, si definisce “metodo scientifico” corrisponda ad una mera frazione – e per quanto riguarda la scienza della vita, non alla più significativa – dello sforzo umano verso la conoscenza . Istituire una contrapposizione tra cultura umanistica e cultura tecnologico-industriale, dal momento che, a mio modo di vedere, ciò che è realmente ‘scientifico’ rientra nel concetto di ‘umanesimo’, e ciò che è radicato nella cultura genuinamente ‘umanistica’ non può prescindere da parametri di ‘scientificità’.

Eppure nell’immaginario collettivo sembra esserci sempre meno posto per quelli che sono i presupposti di base per lo sviluppo delle due culture: una genuina predisposizione alla riflessione ed all’elaborazione del pensiero.

Dedicato a Domenico Susi

“… e non si trattò più di scegliere, ma di farsi scegliere…”
Eugenio Montale

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