Si può fuggire dagli altri ma non dal proprio bisogno di autenticità

Come tutti sanno le festività natalizie rappresentano un momento di stress, un vero cataclisma (di traffico, consumismo, ipocrisia, ecc) che si abbatte sulle nostre vite, in verità già abbastanza complicate. Gli eccessi alimentari consumati in questi giorni, poi, bastano da soli ad infrangere ogni residua serenità, per un periodo che può anche essere lungo (se si fatica a recuperare il peso forma…). Per sfuggire i disagi delle feste insieme a quelli della propria vita, ovviamente, si cerca una via di fuga, nel senso letterale del termine. Così magari coraggiosamente si prenota un viaggio, talvolta preceduto da separazioni abbastanza traumatiche, superare mille ansie e paure e quando, con un poco di fortuna, si arriva in un luogo dove si può osservare “un pezzo di cielo”, non si desidera altro che guardare dentro se stessi e riscoprire quella vocina all’interno di noi che continuamente c’interroga ma che noi cerchiamo di mettere a tacere. Questo momento di apnea, fatto di scavare a mani nude dentro se stessi, a seconda del momento, può renderci euforici o paralizzarci. Con un’immagine forte si può dire che è come per le”sbronze”: si piange se volge al triste e si ride a crepapelle se invece è allegra.

Da cinefila incurabile quale sono, mi ricordo la fine del documentario che Louis Malle girò in India alla fine degli anni settanta, in cui il regista francese, dopo mille peripezie ed incontri, si trova su una spiaggia di sabbia bianca, bellissima, nell’India del Sud, davanti all’oceano ma non riesce a ”vedere e sentire” altro che una spiaggia vicino casa sua in Francia: il viaggio è finito, non si può più andare avanti, è ora di tornare. Sulla base della mia esperienza personale e di quelle delle amiche che appartengono alla stessa mia tribù in contatto praticamente quotidiano, feste comprese, le riflessioni su cosa conti davvero nella vita finiscono inevitabilmente con il coinvolgere il rapporto con il nostro partner, sia che si tratti di una new entry che del ragazzone invecchiato catturato ai tempi del liceo, premuroso padre di famiglia oppure la brutta copia di Ken (il fidanzato di Barbie), finiamo con l’inciampare sul tema del rapporto con l’altro e con l’interrogarci sulla nostra capacità di dargli o ricevere felicità. Alcune di noi, con una discreta dose di pragmatismo, considerano i rapporti sessuali la base di una buona relazione e il barometro del loro equilibrio interiore.

Preciso che mi rendo conto da sola che questa affermazione potrà compiacere qualche incallito maschilista (tanto non è recuperabile) ma è bene prendere subito il toro per le corna. Il senso di appagamento che ne deriva è oggettivo ma è altrettanto vero che, se non c’è altro, la nostra fame emotiva ne resta annientata e, a lungo andare, il sesso è riduttivo (una sorta di ginnastica fatta in due) e la coppia può diventare una zattera di salvataggio “simbiotica”, dove ciascuno trova appagamento nell’adempimento del proprio ruolo sessuale. Non basta e qui cominciano i guai. Invece, statistiche alla mano, sembra che le coppie che sono più forti e stanno insieme da più tempo non sono affatto quelle simbiotiche ma quelle che, nella fusione, riescono a mantenere un senso profondo della propria indipendenza e delle proprie incompatibilità, in sintesi pare che il punto di forza di queste coppie “funzionanti” sia l’essere formate da due distinti individui che non hanno nessuna voglia di annullarsi l’un l’altro, che conservano la propria identità e un minimo di proprio spazio vitale (che va dalla partita di calcetto per lui agli aperitivi confidenziali con le amiche per lei).

Inoltre è altrettanto importante che vi sia una ripartizione ragionevole ma sicuramente fatta né col bilancino né con meccanismi di pretesa per quanto attiene le mille incombenze del ménage familiare. Arrivare a questo equilibrio non è nemmeno tanto difficile ma questo punto d’incontro, una volta raggiunto, non è “scolpito nella pietra” e ci sono i famosi alti e bassi che dipendono dagli umori reciproci, dall’ambiente che ci circonda e dalle nostre stesse condizioni fisiche : ad esempio il mio buonumore é inversamente proporzionale al mio peso corporeo. Per farla breve ci vuole una “manutenzione dei sentimenti” che è come una revisione per l’automobile : dobbiamo sporcarci le mani, per definizione è provvisoria e scarsamente programmabile anche se questa è una routine che una persona matura non fatica ad accettare. Al contrario i nostri ragazzi hanno una certa tendenza a cercare delle scorciatoie sia nella sfera emotiva che in quella sessuale. L’esempio più eclatante è il fatto che ragazzoni giovani e forti per vincere l’ansia e per l’assenza d’impegno, facciano uso di Viagra. Sì, proprio così! A tal proposito qualche tempo fa, in un’intervista a “La Stampa” Maurizio Tucci, presidente della Società Italiana di pediatria preventiva e sociale, rivela che “gli studenti ci raccontano, con leggerezza, che prendono la pasticca azzurra per curiosità, per vincere l’ansia senza capire che quello è un farmaco non un corno di rinoceronte tritato”.

E questo la dice lunga sul bruciare le tappe, sul volere tutto e subito senza faticare proprio perché la nostra società corre veloce : troppo. Ci si muove troppo in fretta e si considera un attimo di malinconia come una depressione vera e propria che è un qualcosa che deve essere evitato e curato immediatamente mentre, spesso, i sintomi di una “depressione” sono solo i segni di un disturbo non la malattia in se stessa. Lo sa bene il cervello umano che, nonostante tutte le sue capacità, per default fugge le difficoltà e, poiché esiste una relazione diretta tra le emozioni e la funzionalità del nostro sistema immunitario, forse è bene far tesoro del vecchio adagio che sentenzia che “chi è felice non s’ammala”. Allora la vita deve diventare tutta una Giostra? Per divenire “abbastanza felici” basta non scendere mai dalle montagne russe? Vivere sempre un troppo pieno? Eppoi, quando ci rendiamo conto di non essere felici come dei VIP, cominciamo a cercare nuove e continue emozioni, ci sposiamo due, tre e più volte ma non riusciamo mai a raggiungere quella felicità patinata che tanto aneliamo e che vediamo ben rappresentata sfogliando certe riviste.

E inesorabilmente inizia a battere il Tempo, si corre, si cambia, si muore. A questo punto penso sia importante provare a riavvolgere “Il film della propria vita” come lo chiama Jean-Francois Vèzina. Anzi lo trovo decisamente terapeutico, andare in fondo in fondo fino alla prima inquadratura e rivederlo come in una sorta di moviola fai-da-te, tanto da divenire consapevoli dei dolori che abbiamo rimosso per sopravvivere e finalmente riuscire a superarli, fare la “svolta”, cominciare ad impilare i mattoni del nostro equilibrio interiore, riscoprire il nostro Sé autentico e, finalmente, iniziare ad esistere. A questo punto, chi ha seguito il mio ragionamento, dovrebbe domandarmi : “allora tu hai trovato veramente il senso della tua Vita? Riesci a contattare costantemente il tuo Sé?” la risposta sarebbe : “assolutamente no, ma ci sto lavorando”. E per chiudere mi piace lasciarvi con questa splendida frase tratta dal libro appena citato di Vèzina : “la riflessione è l’unico modo di non sprofondare in un’esistenza virtuale che ci fa morire a 18 anni, ma ci sotterra soltanto a ottanta…”

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