Incontro con Celerino Carriconde, alias Dottor Radice, vero maestro nell’uso delle piante medicinali

I brasiliani hanno un’affinità particolare con le più di 50mila specie di piante che popolano il paese con dalla più grande biodiversità vegetale del mondo. Una ricerca di Sos Pharma realizzata nelle immense e misere periferie urbane del Brasile ha dell’incredibile: il 91,2 percento delle famiglie si auto-medica con piante medicinali locali e il 45 percento le coltiva in casa. “Sai che persino il presidente Lula si cura con tè alle erbe?”, sghignazza il dottor Celerino Carriconde, meglio conosciuto come “Dottor Radice” nel Nordest brasiliano, dove ha costruito la sua fama nella lotta alle multinazionali farmaceutiche e il lavoro di autogestione comunitaria basato sui saperi tradizionali e sulle piante medicinali.

Celerino Carriconde ha 67 anni e ne dimostra 15 di meno. La sua storia è la stessa di tanti esiliati politici brasiliani: negli anni 70 abbandonò il paese per sfuggire alla dittatura militare, e solo con la proclamazione dell’amnistia del 1979 poté farvi ritorno. Con il bagaglio di esperienze accumulato durante l’esilio in Cile, Uruguay, Panama e Canada, Celerino ricominciò a Recife e nelle comunità povere del Nordest brasiliano il suo lavoro di rivalutazione delle piante medicinali e delle conoscenze comunitarie sulla salute.

Siamo in un bar sul lungomare di Olinda, la città patrimonio culturale dell’umanità a pochi chilometri da Recife. Approfittiamo della serata fresca (oggi ci sono solo 25 gradi!) e ordiniamo un buon vino rosso del Rio São Francisco. Dopo il primo brindisi, accendo una sigaretta e lui si mette a ridere. “Ma come! Ti metti a fumare proprio davanti a uno che ha fatto delle piante medicinali una bandiera di vita? Cominciamo bene!”.

Sa, dottore, sono le contraddizioni di chi sogna un mondo diverso ma non smette di vivere il reale quotidiano…

Ok, ma sta attento perché le sigarette fanno ammosciare i più bei desideri….

Giuro che smetto, allora… Ma cominciamo così, dottor Carriconde. Da dove viene la sua passione per le piante medicinali?

Durante gli anni dell’esilio in vari paesi latinoamericani, ho sempre lavorato come medico nelle comunità, e quando prescrivevo una medicina, la risposta era sempre la stessa. “Dottore, non ho i soldi per comprarla!”. Il ricorso ai farmaci prodotti dalle multinazionali farmaceutiche manteneva allora e mantiene ancora oggi il popolo nell’ignoranza e nella miseria, perché la filosofia di fondo è creare le condizioni perché nella comunità ci siano le malattie, negando il diritto alla casa, all’acqua potabile, a un sistema fognario efficiente.

E’ come spingere la comunità in un burrone e poi offrirle una corda per uscire. Solo che questa corda ha un prezzo molto alto, ed è il prezzo delle medicine vendute a prezzi esorbitanti.

Farmaci che erano e sono inaccessibili per milioni di persone…

Nella mia vita, ho già visto migliaia di casi di persone che rinunciano a mangiare per comprare le medicine in farmacia. Era questo il meccanismo che bisognava rompere. Allora cercavamo insieme una soluzione alternativa, e l’alternativa in America Latina stava sempre nelle piante medicinali. Qui tradizionalmente, il popolo usa piante per curarsi e io gradualmente mi accorsi che, oltre a essere una alternativa economica e a portata di mano, le piante medicinali possedevano una grande carica liberatoria e emancipatoria. Nelle comunità, riunivo gli anziani e tutti gli altri interessati e chiedevo quali fossero le piante che utilizzavano per scopi terapeutici. Alla fine, mettendo insieme le conoscenze di tutti, venivano fuori venti, trenta piante medicinali.

E quali erano gli effetti?

Il programma “Sette Piante per Sette Dolori” applicato in decine di comunitá in Brasile é nato proprio da questo lavoro.

Allora, passavamo le notti a fare volantini, manifesti, a organizzare riunioni per diffondere l’uso delle piante medicinali. L’Aluman per i dolori alla vescica, l’Atipim per il mal di testa, il Capim Santo per i dolori di stomaco, l’Hortelã Graúda per il mal di orecchie e così via. Diffondendo il “Sette Piante per Sette Dolori”, riuscimmo a ridurre del 50% il consumo di analgesici in alcune comunità. Questa pratica contribuiva a distruggere la dipendenza dall’industria farmaceutica e a creare organizzazione e mobilizzazione popolare. E aveva pure dei risvolti sociali divertenti.

Divertenti?

Molto divertenti. Vedi, l’interesse per le piante medicinali è sempre stato prevalentemente femminile. Così negli anni ’80, quando mia moglie Diana accompagnava le donne della comunità in questo lavoro sulle piante, nella società brasiliana il machismo era molto diffuso e gli uomini tradivano parecchio le proprie mogli. Così ci venne l’idea di fondare un gruppo, il Gruppo AA, una specie di collettivo segreto.

Che significava AA?

E qui sta il bello. Prima che gli uomini uscissero di casa la sera per andare a divertirsi in giro, le donne mettevano nel cibo un po’ di Arruda, che ha un effetto deprimente sugli appetiti sessuali.

Così gli uomini uscivano ma non sentivano la voglia di fare l’amore, e se la sentivano, avevano difficoltà di erezione! Poi quando tornavano a casa, le mogli davano ai mariti un buon infuso di Aglio, che li faceva tornare belli arzilli! Quindi, da lì il nome del gruppo, AA, Arruda e Aglio.

Spero che in questo vino non ci sia Arruda…

Se continui a fumare, ce la metto di sicuro! Butta via il pacchetto di sigarette!

Mi arrendo, mi arrendo. Dottore, c’é sempre stata una certa diffidenza del mondo accademico in relazione alle piante medicinali. Lei come la vive questa situazione?

Quello che ho capito in 40 anni di professione medica e di militanza politica è che é necessario costruire una alleanza tra il sapere popolare e il sapere scientifico. Non ho mai lavorato né col governo, né con l’accademia. E sai perché? Perché il mio obiettivo è valorizzare la scienza e la tecnologia comunitaria. Nelle comunità, il popolo conosce le piante e le manipola, le trasforma, sa come usarle. Però è necessario aggregare valore al sapere popolare, fare ricerca, ma senza espropriare questa conoscenza, senza renderla appetibile all’industria farmaceutica per poi venderla, come purtroppo l’accademia è abituata a fare.

Quando la pianta passa ad essere sfruttata dalle industrie farmaceutiche ed è venduta nelle farmacie a prezzi esorbitanti, la pianta medicinale perde tutto il suo valore emancipatore e liberatorio. Bisogna fare ricerca insieme al popolo, in modo che la conoscenza rimanga dentro la comunità, in modo che il popolo gestisca autonomamente le conoscenze accumulate e la tecnologia per produrre medicine naturali. Questa è stata la grande sfida della mia vita personale e professionale e continua ad esserlo ancora oggi.

Ma a che punto siamo con la ricerca sulle piante medicinali oggi in Brasile?

In Brasile, grazie alle lotte sviluppate dal movimento popolare per la salute, la legislazione sulle piante è molto avanzata. Dal 2005 esiste una Politica Nazionale di Piante Medicinali, che permette di utilizzarle nel servizio di sanità pubblico. E’ un passo importantissimo, ma le multinazionali farmaceutiche stanno facendo di tutto per impedire che questa politica sia resa effettiva. Attraverso il Consiglio Federale di Farmacia hanno denunciato il Ministero della Sanità Brasiliano, asserendo che non esiste sufficiente ricerca scientifica sulle piante medicinali originarie del Brasile, il cui uso può nuocere alla salute dei cittadini.

Ma la ricerca scientifica sulle piante brasiliane esiste, e sono quelle stesse multinazionali che ora la nascondono per non perdere il monopolio del mercato dei farmaci. E questo discorso sulle piante che nuocerebbero alla salute è semplicemente ridicolo. E’l’industria farmaceutica che sta uccidendo migliaia di persone al giorno del mondo, negando l’uso dei farmaci salvavita ai malati di AIDS in Africa. Sono dei criminali, l’ho sempre affermato e continuerò ad affermarlo sempre, e in Brasile non lasceremo che ostacolino la Politica Nazionale di Piante Medicinali.

Fonte: Peace Reporter

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