Il destino e la felicità sono nelle nostre mani

La felicità da dove arriva? Come posso ottenere più felicità? Sarò felice quando finalmente troverò l’uomo ideale. Acquisterò la casa dei miei sogni, e alla fine sarò felice. Avete mai sentito dire queste parole? O vi è mai capitato di sorprendervi a pensare in questo modo? Bene, allora scordiamoci la felicità: almeno finquando non modificheremo questi schemi di pensiero. Almeno finchè non comincerà ad affermarsi un nuovo modello antropologico e una nuova visione del mondo. Non credo di rivelare nulla di nuovo. Ad esempio nel bel libro di Paul Watzlavick “Istruzioni per rendersi infelici”, ironica disamina delle illusioni umane alla disperata ricerca di una felicità che non si riesce ad afferrare. Secondo la religione, le sofferenze umane “…derivano dal fatto che l’uomo si è ribellato al Creatore. Per conoscere veramente la felicità, una felicità più forte delle circostanze, bisogna ritornare a Dio. Per mezzo della fede impariamo a conoscere Dio e quindi scopriamo la felicità” (dal Messaggero Cristiano, Agosto 2004). Purtroppo anche il messaggio religioso tende a sottolineare che l’uomo in sé, non ha alcuna possibilità di essere felice. Può esserlo soltanto rimettendo questa capacità fuori di lui, nelle mani di qualcun altro: in questo caso, di Dio. In questa visione, la vita appare come una sofferenza, e Dio crudelmente avrebbe creato l’uomo privandolo della possibilità di essere felice, a meno che non si ricongiunga con Lui. Non riesco a credere in un Dio così sadico. E credo che l’attesa di una nuova età dell’oro in cui finalmente potremo affondare le mani nella felicità mentre ce ne stiamo oggi soltanto ad attenderla con le mani in mano, o che provenga da fuori di noi, è soltanto un’illusione. Non solo.

Credo che questo pensiero è anche uno dei più pericolosi nemici della felicità. L’idea infatti che la felicità non dipenda da noi è un pensiero che ci rende impotenti rispetto ad uno dei più importanti obiettivi della nostra esistenza. Il rischio è quello di sentirsi incapaci e di rimanere in attesa mentre siamo indaffarati a conquistare future mete materiali. Ma confidare nel futuro è una trappola. E’ nel presente che dobbiamo concentrare la nostra creatività. Il nostro presente infatti è già il futuro che avevamo immaginato tempo fa.

Questa modalità rivela uno dei messaggi più subdoli della nostra cultura. Il mondo è malato di guerre, di sofferenze, di delitti. La terra è rovinata dall’inquinamento. Eppure la nostra Società si sforza di comunicarci che la felicità esiste ed è acquistabile attraverso beni concreti. In questo assurdo modo di pensare, la felicità è quindi considerata un risultato. Ne consegue che – soprattutto per le nuove generazioni di adolescenti, ma non solo – gli obiettivi considerati desiderabili sono il possesso, il divertimento ad ogni costo, il narcisismo di sentirsi invidiati dagli altri. Dovremmo profondamente interrogarci su quanta fatica dovranno fare gli adulti di domani, se oggi sono così confusi rispetto alla felicità. Credo che per avere qualche possibilità di essere felici, dobbiamo invece fare lo sforzo di cambiare modelli di pensiero, ovvero cominciare a considerare che la felicità non è affatto un risultato, ma è soprattutto un processo. Il possesso o l’invidia degli altri possono darci un’illusione di felicità solo per brevi attimi. Se non impariamo ad essere autenticamente felici, difficilmente potremo trattenere a lungo le sensazioni piacevoli.

In altre parole, la felicità è concretamente una competenza da imparare e da costruire. Tanto per cominciare, è la competenza di sviluppare una forte componente emozionale (e di ridimensionare quella che talvolta diventa una ipertrofica componente razionale). La felicità infatti, è prima di tutto uno stato d’animo. Se cerchiamo la felicità attraverso le strategie della mente, rischiamo di non trovarla semplicemente perché cerchiamo nel posto sbagliato e con lo strumento sbagliato. Magari la felicità ce l’abbiamo sotto gli occhi, ma semplicemente non riusciamo a vederla. Ciò perché siamo stati incoraggiati a sviluppare al massimo le nostre capacità razionali, logiche, strategiche, mentre la felicità è principalmente uno stato umorale, appartiene più al mondo delle passioni che non a quello della scienza. E’ come cercare di vedere la televisione senza accendere il televisore. Ci vuole lo strumento giusto, quello adeguato per il tipo di segnale televisivo. Per la felicità, lo strumento giusto è una grande competenza emotiva, legata alla capacità di gustare le emozioni della vita. Purtroppo, troppo spesso, diamo per scontato che le competenze emotive siano naturali, istintive, presenti alla nascita e sufficientemente sviluppate, mentre non è così per quelle razionali.

Si finisce quindi per incoraggiare lo sviluppo di competenze logiche a discapito di quelle emotive, che invece sono lo strumento giusto per imparare ad essere felici. Osservare sereni la propria vita e sentirsi di buon umore perché ci si accorge che non manca nulla, non è affatto una capacità logica, ma una capacità emotiva. Con la logica possiamo provare un piacere intellettuale, ma non possiamo godere a fondo, sentirci sereni e saziati dei doni che la vita ci ha fatto fino ad oggi. Sentirsi soddisfatti e avere la percezione profonda che possediamo abbastanza, sviluppare la capacità di godere autenticamente di quello che abbiamo, sono competenze emotive che si sviluppano con un addestramento paziente. La felicità non è neppure un’area cerebrale o un sistema chimico da attivare (malgrado quanto vadano propagandando le multinazionali farmaceutiche). A maggior riprova di quanto detto, dice Gallese, uno dei più illustri neuroscienziati italiani: “La ricerca dello scatolino nel cervello la cui attivazione mi rende felice, mi lascia davvero un po’ scettico”.

Un’altro elemento della felicità è la competenza di gestire i conflitti, ma non soltanto in direzione del Problem Solving, ma soprattutto in direzione di acquisizione di senso, di attribuzione di significato. Se la felicità viene confusa con il miraggio della pace dei sensi e l’utopia di una vita in assenza di dolore, significa infilare la testa sotto la sabbia come gli struzzi. In altre parole: manca un atteggiamento adulto e responsabile nei confronti della nostra esistenza. Poiché i conflitti non sono eliminabili a priori, illudersi che la nostra felicità sia seguente alla soglia dell’eliminazione di tutti i conflitti, significa intrappolarsi in un meccanismo mentale luciferino. In altre parole, prima costruisco un luogo ideale e impossibile da raggiungere (l’assenza di conflitti e di dolore), poi attribuisco a questo luogo (per essere felice) l’imperiosa necessità di raggiungerlo, ed ecco che ho costruito la mia singolarissima macchina infernale, il mio Personal Torturer. Un po’ come la carota attaccata al bastone dell’asino. Vado avanti inseguendo qualcosa che – se continuo a mantenere questi modelli di pensiero – non potrò mai raggiungere. Il cambiamento richiesto è imparare (e ci vuole davvero tempo, impegno e pazienza) a considerare i conflitti e il dolore come eventi che richiedono un intervento di trasformazione interiore.

Questo è un salto quantico, è un nuovo modello di pensiero in grado di mettermi in condizione di imparare ad essere felice. In questa nuova visione, il conflitto è una spinta evolutiva e non una punizione per i peccati commessi o un avverso e accidentale destino. Il Terzo Teorema della Cosmo-Art di Antonio Mercurio si concentra proprio sul significato evolutivo del dolore. Il Dolore – dice Mercurio – è una forza cosmica che serve per creare ( – Guarda il Video sul Terzo Teorema della Cosmo-Art). Se rimaniamo impantanati in una visione impotente dell’uomo, oppresso della propria incapacità ad ottenere una legittima felicità, saremo sempre vittime del dolore. Se invece impariamo a vedere opportunità invece che castighi, se impariamo a scorgere nuove sfide invece che disgrazie, allora avremo appreso una nuova competenza in grado di farci costruire la felicità. E’ questo anche, in sintesi, il senso del Forum Nazionale per la Promozione del Benessere, svoltosi nell’ottobre 2006 a Palazzo Farnese a Piacenza, “la competenza conflittuale consente l’emersione e quindi la trattabilità del conflitto. Diventa determinante dunque per gli individui e le organizzazioni assumere le sfide di interazione trasformativa che il conflitto richiede. Una maggiore competenza conflittuale riduce la reattività e le strutture di violenza, creando le condizioni evolutive di bellezza e felicità”.

Credo che questa sia la nuova rivoluzione copernicana che l’umanità deve imparare ad affrontare, proposta per primo da Antonio Mercurio già nel 1989 nel bel libro “Antropologia Esistenziale e Metapsicologia personalistica”. E’ un vero e proprio ribaltamento del pensiero, un mutamento dei modelli mentali tanto profondo e disarmante, quanto straordinariamente efficace e concreto. E’ questa una rivoluzione antropologica e culturale che restituisce all’Uomo le sorti del proprio destino, e che permette di comprendere – come dice Wyne Dyer – che “… Quando cambi il modo di guardare le cose, le cose che guardi cambiano”.

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