Teatroterapia

L’antropologia teatrale è un laboratorio di ricerca interdisciplinare con cui poter studiare il legame tra individuo e gruppo, attraverso la rappresentazione si ha infatti a disposizione uomini che fingono di rappresentare altri uomini, (spazio per sperimentare un ritorno all’autenticità dei rapporti umani?).

L’antropologia teatrale di conseguenza studia il comportamento fisiologico e socioculturale dell’uomo in una situazione di rappresentazione (Barba), luogo di contatto fisico e concreto per eccellenza tra attori e spettatori. Tale modalità si sforza di comprendere l’uomo e mira a riconciliare l’arte e la logica, il pensiero e la vita, il sensibile e l’intellegibile.

Mira a tradurre quello che sfugge alle categorie dell’intendimento, ciò che dunque non può essere riconosciuto in senso stretto, ma può tuttavia essere riconosciuto attraverso forme di espressione che aspirano all’incondizionato, all’assoluto, all’infinito, alla totalità “all’apertura al sacro”.

L’attore scopre le qualità dell’anima passando per i segni gestuali e vocali, ritmi, parole, gesti, costituiscono gli strumenti dell’arte teatrale. Il teatro del resto nasce con la figura dello sciamano, ” il quale non si contenta di riprodurre o di mimare certi avvenimenti: li rivive effettivamente in tutta la loro vivacità, originalità e violenza” (Lèvi-Strauss). Nel rito teatralizzato prende forma l’unità corpo-mente, conscio-inconscio, staticità e movimento, quell’originario confondersi dell’io con il tutto. “Non sono un artista. Sono uno che fa il mestiere dell’interprete e che ha anche a che fare con l’arte, che interpreta non solo col talento, ma anche con l’intuizione e la sensibilità, il vecchio generico cuore, ma sempre nei suoi limiti” (Giorgio Strehler).

Il lavoro dell’attore è una meravigliosa scuola di autoconsapevolezza. Ed è proprio in questa pratica di autoconsapevolezza che l’arte dell’attore trova un profondo punto d’incontro con l’arte della vita, così com’è intesa dai taoisti e dai maestri zen. I maestri zen , hanno sempre esortato a superare ogni distinzione tra spirituale e materiale, nobile e ignobile.

..Tutto è uno. Il lavoro dell’attore può essere ricondotto alla nozione di via, vale a dire di un cammino di disciplina che investe il corpo e lo spirito, richiede dedizione, pratica costante e umiltà nel cercare il proprio miglioramento. L’attore è il primo spettatore del suo personaggio. Deve essere sempre vigile, attento. Nessun gesto, per quanto insignificante, deve sfuggirgli. Come uno specchio, non deve mai cessare di riflettere i pensieri, i sentimenti, i gesti che gli passano davanti. C’è poi la gioiosa attitudine di poter prendere qualsiasi forma, fare qualsiasi personaggio pur rimanendo se stessi: la consapevolezza di una distaccata identificazione col proprio personaggio.

Il vero attore così come il vero saggio non dovrebbe avere un “io” personale, (essere attore e spettatore di se stesso, del proprio io-personaggio). Il superamento dell’io, lo sviluppo quindi di un’autoconsapevolezza che permetta di vivere le proprie vicende, tristi o allegre che siano, con il divertito distacco di uno spettatore, è fondamentale. Superato l’io la nostra coscienza diviene consapevole di tutte le cose nella loro profonda unità. Dunque la relazione teatrale implica la possibilità di una modificazione del campo della coscienza e della attenzione, ma anche del campo cognitivo, è quasi un rovesciamento dei procedimenti logici, psicologici e cognitivi che abitualmente ci orientano nella vita. L’attore non dirige l’attenzione sulle tecniche, sui registri emotivi, la sua attenzione è rivolta all’intero paesaggio della coscienza, l’attore non pone la sua attenzione ai singoli movimenti delle braccia, ne a dove mette i suoi piedi. La sua attenzione è fondamentalmente al di là del controllo soggettivo e dell’attenzione oggettiva, (acquisizione all’accesso della cosiddetta coscienza).

Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita, diceva Eduardo De Filippo. La vita vista in primo piano è una tragedia; in campo lungo una farsa (Chaplin). Chi riesce a vedere la vita al di là delle sue illusorie apparenze, non può non avere il senso della morte (annullamento di ogni presunzione, di ogni arroganza). L’arte non è dunque soltanto finzione e illusione estetica, ma questione di vita e di morte, ricreazione di un nuovo cosmo, di un uomo nuovo. L’arte è vita e realtà all’ennesima potenza, così come la realtà può essere grande arte.

DRAMMA TEATRO TERAPIA
Dramma dal greco dran, significa letteralmente “compiere un’azione”, l’atto della drammatizzazione è essenzialmente un atto di svelamento, colui che fa arte, sia esso un artista o un paziente di arte terapia, dà forma ad uno stato d’animo, l’esperienza è basata sull’azione drammatica e sull’interpretazione di un ruolo. I primi esempi di arte in terapia si trovano all’interno di quegli approcci orientati all’azione quali la Gestalt e lo Psicodramma, le basi teoriche della drammaterapia si possono ritrovare nel teatro, nel teatro terapeutico, nella psicologia e nella antropologia. La recitazione è molto importante nella terapia gestaltica sia nel senso esterno di assumere un comportamento che si adatta a un ruolo, sia nel senso interno di sperimentare se stessi come un altro, immaginando di possedere gli attributi di altri esseri o cose. Si propone una situazione senza strutture, un vuoto che và riempito con l’espressione; esprimersi cioè tradurre le proprie conoscenze in azioni forme o parole; assumersi il rischio di infrangere i propri modelli, mettersi a rischio apertamente con parole o azioni.

In sintesi possiamo dire che fornire situazioni non strutturate, impone alla persona di essere creativo invece di essere un buon giocatore in un gioco predeterminato. La meta è quella di superare l’inibizione dell’espressione individuale (la scelta è tra il vuoto è l’espressione), mediante il pronto orientamento: l’esperienza diretta, l’esperienza immediata del qui e ora, essere centrato nel presente. La terapia Gestaltica pratica è un corpo sintetico di tecniche. Una sintesi esiste soltanto nella misura in cui molte parti si possono cristallizzare intorno ad un centro unificatore. Il centro che unisce una sorprendente varietà di risorse, è quel punto al di là delle tecniche come realtà-consapevolezza-responsabilità. Perls adattò prese a prestito, combinò e non smise mai di inventare tecniche per l’assimilazione-creazione della vita stessa. Essere centrato nel presente è il principio di terapia e guarigione.

Secondo Perls una tecnica rimane sempre un espediente. La Gestalt più che una tecnica, rimane un’arte.

L’obbiettivo è sempre quello di dare impulso al processo di crescita e sviluppo delle potenzialità umane. In Gestalt si preferisce lavorare sui vissuti reali, si sottolinea il fatto che l’episodio è significativo adesso se è nel presente che viene rievocato. Tale attitudine si collega alla comunicazione diretta, cioè alla assunzione di responsabilità intesa come abilità a rispondere che compete alla condizione adulta. Più che il comportamento e la sua modifica, la assunzione di responsabilità riguarda la riappropriazione consapevole del vissuto. Vediamo in sintesi le tecniche maggiormente utilizzate nella terapia gestaltica.

MONODRAMMA
Tale tecnica detta comunemente anche sedia vuota, comporta l’assunzione della duplice (o multiforme) identità di cui il mio sé si compone. Tali sottopersonalità possono ovviamente essere in conflitto reciproco sino ad ignorarsi completamente. La negoziazione che è possibile ovviare tra queste due parti di me in conflitto, alternando successivamente l’identificazione nelle due parti ubicate nelle 2 sedie, consente abitualmente un notevole chiarimento delle polarità in gioco ed un acceleramento dei processi integrativi.

CATARSI EMOZIONALE Il lavoro a presa diretta sui processi primari (immagini, emozioni, vissuti corporei, gestualità) rappresenta sicuramente una caratteristica forte dello stile Gestaltico. La fase cognitivo-integrativa non viene sottovalutata ma viene generalmente dilazionata a conclusione di un percorso esperienziale che si propone in una prima fase di contattare in modo diretto e meno mediato i contenuti emozionali.

L’OLOGRAMMA Nella concezione della Gestalt ogni vissuto ha seppure con graduazione differenziata, degli ingredienti, una componente sia cognitiva sia immaginativa, emozionale, sensopercettiva e vegetativo-corporea. Il processo sensoriale in Gestalt rappresenta sicuramente l’anima stessa dell’approccio in oggetto. Può essere utile porsi queste domande: qual è la cosa in gioco in questo momento? Cosa vuole esprimersi, configurarsi, emergere con definizione più chiara da uno sfondo più indifferenziato, da una matrice magmatica in cui gli elementi del passato si amalgamo in attesa di partorire il nuovo?

– Alla abituale attitudine ad eludere, od evitare ciò che ci può coinvolgere emotivamente, la Gestalt suggerisce il percorso opposto della AMPLIFICAZIONE. La tecnica può applicarsi a contenuti di coscienza di varia natura: un gesto, un’espressione verbale, un’immagine, una sensazione corporea. Anche qui, anziché rassicurare minimizzando si preferisce appieno il vissuto (spesso conflittuale). Tale modalità, che richiama il percorso tantrico dell’attraversamento, richiede ovviamente lo sviluppo di un’adeguata attitudine virgiliana che consente di accompagnare il nostro esploratore nelle pieghe più temute dei propri “inferi”. L ’importanza di far emergere ad un livello di maggiore osservabilità i contenuti latenti si associa all’uso dell’esperimento. L’evoluzione precede per tentativi ed errori. Nel laboratorio rappresentato da un setting gruppale più ancora che individuale, il soggetto viene messo nelle condizioni di esplorare modalità diverse da quelle spesso insoddisfacenti e ripetitive da cui si sente imprigionato. Il conduttore dovrà dunque predisporre un percorso esperienziale capace di favorire questa esplorazione che mette in gioco sia il comportamento agito che i vissuti a questo collegati, il compito è quello di confrontarsi con l’esperienza raccolta potendo integrare o anche rifiutare, un diverso modo-di-essere-nel-mondo.

CORRERE DEI RISCHI il sostegno alla assunzione di rischio è una caratteristica non marginale nell’approccio della Gestalt che si propone come non particolarmente protettivo e tutorio. Provocatoriamente Perls definì la Gestalt una “terapia per sani”, sottolineando l’importanza dell’assumersi delle responsabilità, delle scelte e quindi anche delle possibilità di errore nel percorso di crescita personale.

PASSAGGIO DAL SOSTEGNO AMBIENTALE ALL’AUTOSOSTEGNO Il primo corrisponde ovviamente ad una fase più arcaica della nostra evoluzione personale nella quale abbiamo bisogno di un maggiore aiuto, di un “io sostitutivo”, per utilizzare un concetto di Winnicott generalmente dato dalla funzione materna. Successivamente abbiamo bisogno di stimoli ed impulsi più vigorosi per assumerci il rischio della differenziazione e della esplorazione del mondo che si configurano come percorso evolutivo maggiormente improntato alla funzione paterna. La crescita può avvenire attraverso il lavoro sulla consapevolezza nel contesto di un contatto reale tra persone. Cliente e terapeuta sono di fronte a se stessi e all’altro in una collocazione di realtà.

Il rapporto è tra sani cioè entrambi sono pienamente responsabili dei propri vissuti, scelte e comportamenti. Non si sottovalutano gli elementi infantili nel rapporto (in quanto espressione di fissazione nevrotica) coi clienti, c’è una scelta precisa e chiara nel senso di una decisa politica di responsabilizzazione del cliente. E’ come dire al cliente: “io ti considero adulto e capace di rispondere dei tuoi atti. Tu come tutti hai il diritto di assumerti il rischio delle tue scelte senza pretendere di addossare ad altri (genitori o loro sostituti) la responsabilità della tua vita e dei tuoi eventuali errori nel perpetuare una condizione di malessere. Io sono qui per accompagnarti, uomo accanto a uomo, nel tuo cammino di esplorazione di te stesso e del mondo, nella tua ricerca di riappropriazione, nel tuo diritto di vivere ed eventualmente di sbagliare”. (L’attitudine radicalmente responsabilizzante della Gestalt – Perls). Il diritto di scegliere, ivi compreso di “errare”. Questo diritto alla sperimentazione (procedere per tentativi ed errori) di nuovi vissuti e modalità operazionali, si esprime nella predisposizione di percorsi esperienziali in cui potere esplorare modalità meno stereotipe di conoscenza e di comportamento.

Nonostante un drammaterapeuta possa essere essenzialmente addestrato come psicodrammista, psicoanalista o terapeuta gestaltico, è sempre necessario per lui conoscere i processi operativi delle altre discipline. La formazione del drammaterapeuta comprende una doppia preparazione: in campo teatrale e in campo psicologico, pertanto una formazione psicologica è considerata parallela a quella della formazione teatrale. Un drammaterapeuta deve padroneggiare il linguaggio teatrale nei suoi diversi aspetti, l’accento è posto sulle competenze artistiche e creative. Ai drammaterapisti a differenza degli psicodrammisti è richiesto di istruirsi all’improvvisazione drammatica e nelle arti teatrali, perchè costituiscono le basi del loro lavoro.

Questo perchè le tecniche dell’attore possono essere utilizzate come vie per una disciplina del sè per ottenere una dilatazione della percezione e magari della coscienza; il confine a cui è approdato la stessa ricerca teatrale: quello del setting terapeutico o trasformazionale, per una conoscenza di sè e della ricerca di senso, di equilibrio e di integrazione.

La teatroterapia può essere definita come una strada verso una più sana funzionalità psico-sociale, tramite l’attività creativa. Il dramma e il teatro sono strettamente interrelati sebbene questa interazione sia spesso ignorata, il pericolo non risiede nella stretta relazione tra il terapeutico e l’estetico, ma nel facile collegamento tra questa forma particolare di teatro e il teatro convenzionale. “Il teatro deve essere inatteso, deve guidarci alla verità attraverso la sorpresa, se l’abitudine ci porta a credere che il teatro debba iniziare con un palcoscenico, scene, luci, e poltrone, partiamo dalla strada sbagliata. Possono prendere un qualsiasi spazio vuoto e chiamarlo palcoscenico: un uomo attraversa questo spazio mentre qualcun altro lo guarda e questo è tutto quanto di cui ho bisogno perchè s’inizi un atto teatrale. In teatro è l’immaginazione a riempire lo spazio”. Peter Brook

Ora vediamo alcune tecniche teatrali.
Il metodo dell’improvvisazione è il mezzo per trovare la chiave di interpretazione del personaggio. Le regole per prepararsi ad una buona improvvisazione sono: lavoro di fantasia creativa sull’antefatto, analisi dell’argomento e del personaggio (analisi generale e puntuale), scelta della tipologia dell’interpretazione.

Una parte comporta: un personaggio, un ambiente, la situazione data e la situazione in movimento, senza battute prestabilite, senza copione, abbandonandosi di volta in volta allo svolgersi degli eventi. Nel caso dell’interpretare sé stessi (in una situazione reale già vissuta), c’è da dire che per alcuni è molto difficile parlare di sé e rivivere esperienze personali davanti ad altri. Per riuscire invece ad affrontare una situazione immaginaria mai vissuta, è necessario (giocare con la fantasia creativa), rispondere alla domanda: “come agirei se mi trovassi in questa situazione?”

(Interpretare sé stessi)
Generalmente in un dialogo si hanno: un protagonista (colui che viene da fuori, entra nello spazio), e un antagonista (colui che abita lo spazio, si trova già in scena). Generalmente il protagonista è quello che formula la richiesta, mentre l’antagonista risponde alla richiesta o la domanda che gli viene posta. Nell’interpretare sé stessi, si attinge alla propria memoria emotiva, il passaggio in questo caso di solito avviene spontaneamente. E’ importante però ricordare che il personaggio ha una sua storia passata (antefatto) ed entra in una situazione venendone da una precedente.

L’antefatto riguarda sia la “storia” del personaggio, che quella della situazione presente e passata. Bisogna attingere e ricorrere in ogni momento all’antefatto questo ci aiuta a tenere il personaggio, sia quando siamo chiamati ad interpretare noi stessi, attingendo soprattutto all’immaginario, sia quando interpretiamo un personaggio attingendo ai testi classici. Ricostruendo una data situazione possiamo ritrovare un sentimento o uno stato d’animo. L’analisi dell’antefatto nell’improvvisazione, serve ad essere coerenti alla situazione data, (l’attore non recita parole, ma sentimenti), allora la battuta emergerà spontanea naturale ed assolutamente coerente alla situazione data. E’ inutile cercare di esprimere un sentimento senza partire “dalla storia che lo produce”. E’ utile sia al protagonista che all’antagonista porsi queste domande: chi sono? (Nome storia ecc.), da dove vengo? (Da casa? Da quale città? Da quale estrazione sociale?). Quale è il motivo per essere qui? (Perché viene? Dove stà andando?). Quale è il rapporto sociale rispetto all’altro personaggio (superiore inferiore o paritario), quale è il suo stato d’animo? Nell’improvvisazione bisogna attingere da sé stessi e dalle proprie caratteristiche personali, bisogna provocare impressioni emotive che penetrano anche negli altri, eseguendo cose semplici e normali.

Aprire la propria anima, “sentirsi”, prima nei confronti di sé stesso poi nei confronti degli altri; si sperimenta così una base interna attraverso l’analisi, l’immaginazione, la motivazione.

Personalmente intendo la drammateatroterapia come la capacità di adattamento e improvvisazione. Ogni tecnica infatti è come uno spillo, lo stimolo per generare i propri processi creativi, e la condizione perché questi stimoli agiscano concretamente sulla persona, è che come il danzatore o l’acrobata egli sia sempre ben allenato psicofisicamente. L’improvvisazione può sembrare fuori posto in una cultura che esalta sempre più le virtù della pianificazione e della previsione, questo è indicativo del desiderio smodato della nostra cultura di un dominio totale sulla natura (un’ideologia della tecnologia del controllo). Tuttavia il mondo del quotidiano è avvolto nell’imprevisto, in cui l’arte di arrangiarsi, l’arrabbattarsi, l’approssimazione, il va bene così sono i mezzi abituali. Conversazione, discorso, orazione, rappresentazione, recita, dialogo, e retorica, tutti questi nomi evocano il tempo, l’imprevisto e l’improvvisazione.

Improvvisare (improvidere) l’imprevisto è il farsi prendere alla sprovvista, sono la negazione della previdenza, della pianificazione dell’agire reso possibile dalla conoscenza e del controllo del passato sul presente e sul futuro. Agire senza la guida del “come fare” e senza l’informazione offerta dal “sapere” (il già visto), significa aprirsi a un’arte che non è né maestria né tecnologia in grado di essere dominata, un imprevidente essere nel presente, senza competenza iniziatica. L’improvvisazione demolisce i miti della terapia come una sorta di conoscenza, di pratica basata sulla teoria, come l’applicazione di principi regole e procedure conosciute per mezzo dell’addestramento. La terapia dell’improvvisazione è un manuale del “fai da te”, che permette di evitare abitudini e formule preconfezionate (corazze prefabbricate), la pratica qui consente di fare per mezzo dell’inefficienza, uno stato di impreparazione che ci permette di entrare in contatto con la nostra inadeguatezza, forse il nostro imbarazzo, la nostra debolezza, cioè permette di sporcarci di umanità, per poter recitare senza essere informati.

E’ chiaro, infatti, che non si può recitare un sistema o un metodo. Bisogna recitare uno spettacolo, un testo, la vita di un personaggio, un’atmosfera, un’emozione. Si cerca il proprio cammino attraverso percorsi multipli e innumerevoli aperture. In questo modo si può sconfiggere il controllo mentale che ha caratterizzato anche le forme meglio intenzionate di psicoterapia, l’improvvisazione in ultima analisi è una terapia radicale, l’addestramento del terapeuta si concentra sullo sviluppo dell’elaborazione di un’arte della comunicazione, tenendo conto della natura imprevedibile della comunicazione. Con questo orientamento la tecnica riguarda il trattamento creativo del linguaggio che aiuta a spostare la conversazione verso l’esperienza dell’essere (terapeutico). Il terapeuta al pari di un attore (artista improvvisatore), dovrebbe essere pronto a reagire a ogni possibile situazione da un momento all’altro, non potendo far affidamento su linee di condotta modelli o copioni prestabiliti (fare qualcosa di suo). In questo modo la drammateatroterapia si libera dai modelli psicoterapici e si collega alle fonti creative dell’arte, con la modifica di intere strutture, ordini, ritmi, melodie, significati e linee di condotta riguardo al processo del cambiamento ( il terapeuta quale artista improvvisatore).

Concepiti così, gli interventi sono destinati a evocare i contributi di creatività e improvvisazione sia di terapeuti sia dei clienti. Il drammaterapeuta può prendere seriamente in considerazione di fare qualunque cosa voglia, senza preoccuparsi della lealtà ai testi e alle istituzioni, è più interessato alla sperimentazione, cercando di utilizzare e condividere le invenzioni creative dell’immaginario personale di ciascuno, ritornare ad abbracciare e a coltivare una “mente di principiante”. Può utilizzare qualsiasi modello terapeutico, ignorarlo, prenderlo a calci, invertirlo, rovesciarlo, stravolgerlo, facendosene gioco, (il gioco è una cosa seria).

“Sperimentare la psicoterapia come se fosse un teatro: quando diventa noiosa, cambiare qualsiasi cosa, il copione, gli attori, il regista, il pubblico”, per quanto tempo una persona può impegnarsi con un unico modello senza avvertire una perdita di entusiasmo? La via d’uscita si raggiunge risvegliando, coltivando, proteggendo e nutrendo l’immaginazione (il pensiero che immagina e percepisce le cose), la creatività di sé stessi, della famiglia, dei colleghi e dei clienti.

L’immaginazione non deve essere anestetizzata dal rispetto dei rituali burocratici. Bisogna avere il coraggio di scontrarsi con questa creatività, sottrarsi al gioco di essere completamente prevedibili, privi di immaginazione inumani. La sfida consiste nello svegliarsi (attingere al campo estetico e a quello intuitivo), e nell’osare di adoperare l’immaginazione, oltre che la parola, non essere controllati cercare di entrare in contatto con lo spirito inafferrabile imprevedibile della vera creatività, rischiare di essere vivi, capaci di improvvisazione senza comprensione (pensare senza pensare). La performance teatrale è terapeutica perché aiuta gli individui a negoziare i confini tra la realtà della vita quotidiana e la vita immaginativa, tra mondo interno e mondo esterno, aiuta a scoprire i modi per vivere positivamente le spinte contraddittorie.

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