Scrivere grande, scrivere piccolo… Che cosa rivela la dimensione della scrittura?

(parte prima) In prima approssimazione possiamo dire che rivela la dimensione dell’io dello scrivente: com’è, come crede di essere, come si vuol presentare agli altri, se è in espansione di sé o in difesa, ripiegamento, nascondimento. E’ ovvio che c’è molta differenza fra l’essere grandi autenticamente, il crederlo o il volerlo apparire, tra un sentimento di sé valorizzante e stimolante o un sentisi piccolo piccolo… Vediamo quindi subito la grande difficoltà di interpretare le specie della dimensione, che il grafologo deve collegare opportunamente ad altre che le illuminino – e il nostro discorso è quindi necessariamente generico e provvisorio. Chiariamo anche subito che la dimensione si misura considerando il corpo centrale della scrittura, escludendo aste e gambe (ad es. della t o della q.) Scrive grande (sopra i 3 mm) chi ha una sicura coscienza di sé, si considera importante agli occhi propri ed altrui, desidera mostrarsi o imporsi. Chi è volto maggiormente all’esterno, al fare, piuttosto che all’introspezione e all’intellettualità. Può essere la dimensione di chi è psicologica-mente “giovane”.

Ma anche scrive grande chi, per compensare o mascherare le proprie inadeguatezze, vuole pensarsi tale, e quasi si gonfia come un pavone che fa la ruota o come la rana delle favolette classi-che che vorrebbe essere simile al bove. Nel caso poi di scrittura molto grande (sopra i 4 mm) l’interpretazione è più probabilmente penalizzante: il soggetto può essere egocentrico e narcisista, esibizionista e vanitoso. Bisognerà os-servare la fermezza del tratto, la qualità del bianco che deve rischiarare una grafia così presente, lo slancio del movimento – infatti una forma importante richiede di essere adeguatamente mobilizzata in vista un obiettivo. La scrittura media, se le altre specie concordano in tale direzione interpretativa, può rivela-re l’equilibrio, la moderazione, il senso del giusto limite, la capacità di conciliare le proprie esigen-ze con quelle altrui. Sceglie spesso la dimensione piccola l’intellettuale, chi sa concentrarsi, chi non ama molto imporsi con la sua presenza fisica ma preferisce strumenti più raccolti ed interiori. E’ psicologica-mente la scrittura del “vecchio”, saggio o no, ma dotato di minore entusiasmo e carica vitale rispet-to a chi scrive grande. E’ probabile che si tratti junghianamente di scritture Pensiero, mentre il Sen-timento dilata ed espande. Ma scrive piccolo anche chi si sente piccolo, chi preferisce restare inosservato perché scar-samente convinto di essere degno di attenzione. Se il filo grafico, leggero, sparisce in grandi bianchi poco vitali, la scrittura parla di isolamento e solitudine sofferta. (La dimensione della scrittura non è solo il suo calibro: il seguito al prossimo articolo)

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