Cipro possedeva già all’inizio del II millennio insospettate conoscenze tecnologiche

Gli abitanti di Cipro conoscevano tutti i segreti dell’olio d’oliva già dall’età del bronzo. Per questo ne producevano in quantità industriali. A rivelarlo sono i ricercatori dell’Itabc, Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali del Cnr, protagonisti dell’ultima campagna di scavi archeologici a Cipro.

Olio d’oliva da gustare o da spalmare sulla pelle. Questo prodotto, tipico della dieta mediterranea, è, quindi, il protagonista dell’ultima scoperta archeologica fatta a Cipro dai ricercatori dell’Itabc, Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali del Cnr.

“Siamo di fronte al più antico polo industriale finora scoperto per la lavorazione delle olive e la confezione di profumi – ha spiegato Maria Rosaria Belgiorno, la ricercatrice a capo dell’équipe dell’Itabc che ha effettuato la campagna di scavi alla quale hanno partecipato anche numerosi studenti.

“Una campagna particolarmente proficua che ci ha permesso di riportare alla luce numerosi reperti – ha aggiunto Cristina Coppola, laureanda in archeologia egea presso l’Università della Tuscia.

Dalle macerie del terremoto che ha sconvolto l’isola duemila anni fa, i ricercatori hanno, infatti portato alla luce il più antico frantoio dell’età del bronzo presente nel bacino del Mediterraneo, dove l’olio si produceva già in quantità industriali, sia per il condimento sia come base per i profumi. Le macerie hanno di fatto protetto tutti gli elementi funzionali della struttura, rinvenuta a Pyrgos e databile al 1900 a.C.

Il ritrovamento del complesso industriale dimostra che Cipro possedeva già all’inizio del II millennio insospettate conoscenze tecnologiche. Dai reperti è, infatti, possibile ricostruire tutte le fasi della lavorazione che, con sorpresa dei ricercatori, è molto simile a quella praticata dai nostri agricoltori fino a 50 anni fa.

La campagna di scavi, co – finanziata dal Ministero degli Affari esteri e dalla ditta fratelli Carli di Imperia, ha recuperato le grandi macine, i mortai per lo schiacciamento delle olive, la lastra in calcarenite (80 cm x 70) che fa parte della grande pressa per la spremitura della pasta e i vari componenti del torchio.

Depositato in grandi giare della capacità di 500 litri, l’olio prendeva la via del Mediterraneo. Nell’isola di Venere, una parte del prodotto passava invece nella fabbrica di profumi ricavata nel frantoio stesso.

“A testimoniarne il funzionamento – ha spiegato la Belgiorno – sono cinque macine, i bacili di varia grandezza per la macerazione delle essenze e la presenza di 14 fosse intonacate colme di cenere e carboni dove venivano scaldate le piccole brocche contenenti gli unguenti”. Dalla produzione si passava poi alla vendita al dettaglio. “Decine di vasi, bacili, tazze, porta profumi, attingitoi trovati sotto un portico – ha concluso la ricercatrice – fanno infatti pensare alla presenza in loco di una vera e propria profumeria”.

I ritrovamenti dei ricercatori dell’Itabc saranno anche oggetto della conferenza “Una pagina di storia dell’olio e del profumo scritta dal sito preistorico di Pyrgos a Cipro” che si è tenuto il 9 novembre 2003, nell’ambito della Mostra I colori dell’Olio organizzata dal Comune di Trevi in Umbria presso il museo della Civiltà dell’Olivo.

Una sezione della mostra, in particolare, è stata dedicata alle perle di profumo riprodotte, secondo le ricette di Plinio il Vecchio, dai ricercatori del Cnr in un progetto di archeologia sperimentale volto a resuscitare le tracce di olio e le essenze di Venere.

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