Riunire le parti culturalmente divise è ritrovare l’unione che regola la vita.

Dare una definizione di Biodanza è difficile come è difficile catalogare qualsiasi cosa, ma in particolare Biodanza è tanto facile da fare quanto difficile da spiegare. Possono esistere 1000 definizioni di Biodanza: ciascuno partendo dalla propria esperienza elabora qualcosa di diverso dagli altri ma tutte le definizioni hanno un proprio valore.
Biodanza secondo la definizione “ufficiale” è “un sistema di integrazione umana, di rinnovamento organico e di riapprendimento delle funzioni originarie della vita”. Questa definizione altisonante dice poco a chi ne è al di fuori, forse più comprensibile è la definizione “vivenciale” (da “vivencia” = il vivere emozionato del “qui e ora”) per cui Biodanza “è la poetica dell’incontro umano”. A sua volta questa definizione nulla spiega a chi vuole sapere più “materialisticamente” di cosa si occupa e come lavora. Come scienza complessa, e per di più nata da poco, richiede quindi un approfondimento che si rivela puramente accademico nel tentativo di sintetizzarne il significato in poche parole. Questo perché in realtà Biodanza per funzionare non ha bisogno di alcuna spiegazione né di alcuna istruzione, e forse proprio qui sta la sua grandezza.

Biodanza lavora sul profondo senza approfondimento, nel senso che non richiede, anzi esclude, sforzi coscienti di analisi, e pur tuttavia lavora a livelli molto profondi, rimettendo in moto meccanismi naturali sopiti da tempo (rinnovamento organico) che agiscono sullo spirito e sul corpo. Biodanza è un sistema olistico che agisce sulle parti, modificandole, e di conseguenza modificando il tutto. Agisce per mezzo delle vivencie, della musica, del movimento, dell’interazione con gli altri. L’allievo di Biodanza elabora le vivencie (l’atto di vivere) secondo il proprio potenziale genetico e i propri ecofattori, passati e presenti, per cui è impossibile descrivere un percorso analogo in due allievi diversi. L’integrazione affettiva è il nucleo principale di Biodanza, perché tutti, anche se non ce ne rendiamo conto, abbiamo un’affettività disintegrata. Il recupero delle funzioni originarie della vita prevede un maggiore ascolto dei propri istinti e la capacità di esprimere le proprie esigenze; questo richiede molto coraggio perché dobbiamo prepararci ad un eventuale rifiuto.

Ma se per non affrontare il rischio di un rifiuto non esprimiamo noi stessi non avremo alcuna possibilità di vedere soddisfatte le nostre esigenze, condannandoci quindi da soli a una vita di frustrazioni e di rinunce. Biodanza stimola l’Inconscio Vitale ai cambiamenti e alla rigenerazione. Il concetto di Inconscio Vitale è stato sviluppato da Rolando Toro, il creatore di Biodanza, che lo affianca all’Inconscio Personale descritto da Freud e all’Inconscio Collettivo descritto da Jung.

L’Inconscio Vitale proposto da Rolando Toro si riferisce allo psichismo cellulare, uno psichismo che obbedisce a un senso “globale” di conservazione, che coordina le funzioni di regolazione organica e di omeostasi, e che possiede una grande autonomia rispetto alla coscienza e al comportamento umano. Il concetto di Inconscio Vitale permette di comprendere in profondità il Principio Biocentrico, come “tendenza” cosmica che genera la vita. L’Inconscio Vitale deve essere in sintonia con l’essenza vivente dell’universo, quando questa sintonia è turbata, si inizia la malattia. L’Inconscio Vitale sano da origine a fenomeni di solidarietà cellulare, creazione di tessuti, difesa immunologia e alla fine al successo esistenziale del sistema vivente.

Modello teorico
I modelli sono usati nelle scienze per formulare delle ipotesi, vengono confrontati con la realtà ed eventualmente modificati finché descrivono la realtà in un modo sempre più simile alla realtà stessa. Essendo la realtà in continuo mutamento, non è possibile “fotografarla”, senza che la fotografia sia superata nel momento stesso in cui viene scattata. Un modello permette di descrivere con sufficiente approssimazione questa realtà dinamica, eventualmente modificandosi con l’esperienza. A titolo puramente esemplificativo ricordiamo il modello delle catene elicoidali del codice genetico, quello di organizzazione esagonale che ha originato la chimica del benzene, quello psicanalitico di Freud con le tre istanze psichiche Es, Io e Superio; altri modelli che si sono modificati nel tempo sono quello dell’universo di Tolomeo, sostituito con quelli di Keplero e Galileo, poi modificato per quello di Newton e poi per quello di Einstein; il modello dell’atomo di Bohr-Rutherford si è evoluto con quello della Meccanica Ondulatoria.

Così un modello è contemporaneamente “modello” del reale e “progetto” sul reale. Rolando Toro ha elaborato un modello teorico per biodanza partendo da esperienze cliniche con pazienti psichiatrici fin dal 1965. Sperimentando l’effetto di varie musiche sui pazienti rilevò che esercizi euforizzanti con ritmi allegri stimolavano l’identità e inducevano risposte simpatico-adrenergiche, mentre esercizi di regressione con danze armoniose, lente e con occhi chiusi inducevano risposte parasimpatico-colinergiche. E la via indicata dallo schema del modello teorico è proprio quella che porta all’integrazione e al rafforzamento della propria identità.

Identità e integrazione
Identità e integrazione sono due concetti apparentemente in antitesi, da una parte l’affermazione dell’io, dall’altra l’idea di amalgamarsi al tutto. È fondamentale vivere entrambe queste esperienze per trovare il proprio equilibrio. Nella coscienza e conoscenza moderna si va sempre più affermando il concetto olistico della realtà, secondo il quale la frammentazione, la parcellizzazione, l’analisi di ogni singola parte nel tentativo di catalogarla nel tentativo di comprendere la realtà porta invece ad un allontanamento della stessa e alla totale incapacità di comprenderla.

Pensiamo ai solchi scoperti in Sudamerica che tante teorie o fantasie sulla presenza di extraterrestri hanno alimentato: se percorsi a piedi sembrano solchi senza senso, se li si osserva dall’alto assumono una forma comprensibile di disegni. È la visione “dall’alto”, globale, completa che spesso ci manca e che non ci permette di comprendere la realtà in cui viviamo. Questo si applica in tutte le scienze, da quella medica a quella antropologica, per concretizzarsi molto più “banalmente” nella vita quotidiana. Che non è per niente banale, almeno per chi la vive. L’importanza dell’individuo, da affermare con forza, non si contrappone all’importanza del gruppo, della comunità, ma anzi, da uno sviluppo armonico tutti traggono nutrimento e forza. Molti concetti che spesso sono visti come antagonisti vengono proposti invece in Biodanza, integrandoli, come aspetti entrambi indispensabili di una stessa realtà: luce e buio, terra e aria, forza e sensibilità, attivazione e riposo, avvicinamento e allontanamento, incontro e separazione, ecc.

I tre livelli di integrazione proposti in Biodanza si possono riassumere in:
1. integrazione con se stessi – superare le dissociazioni motorie e psicofisiche indotte da ritmi che poco hanno di naturale, e che tendono a privilegiare parti del corpo, sia fisicamente, in funzione del proprio lavoro, il che ci porta a trascurare ciò che fisicamente non utilizziamo per “produrre”, sia psicologicamente, dividendo il nostro corpo in parti “buone” che si possono toccare e parti “cattive” da dimenticare per condizionamenti sociali. Non dimentichiamo l’integrazione tra corpo – mente – spirito, e quella tra ragione e affettività, altre dissociazioni spesso presenti in molti di noi. Gli esercizi di Biodanza da effettuarsi da soli hanno lo scopo di far provare questo tipo di integrazione
2. integrazione con gli altri – superare le barriere indotte da paure, repressioni, brutte esperienze nel rapporto con gli altri. L’”altro” che invece solo è in grado, secondo Rolando Toro, di farci crescere nella propria identità rimandandoci, come uno specchio, la nostra immagine. Riscoprire un modo nuovo di incontrare l’altro è la prima cosa, e forse la più bella e gratificante, che scopre chi si accosta a Biodanza per la prima volta. Il che non significa non porre dei limiti per salvaguardare la nostra intimità, anzi, in Biodanza si impara anche questo, a dire di no. Ma sempre con affettività e partecipazione. Dire di no non significa rifiutare l’altro ma delimitare il proprio spazio. Negli esercizi a due si propongono varie modalità di incontro, con progressività e feedback. Come il nostro corpo è formato di vari organi che devono collaborare per la salute dell’individuo così i componenti dell’organismo umano, le persone, devono collaborare per la salute di tutta la comunità
3. integrazione con l’universo – superare il concetto di unicità e autosufficienza che permea soprattutto le culture occidentali e che ci porta a considerare il mondo, la natura, l’universo come un qualcosa legato solamente all’esistenza dell’uomo. Come se tutto fosse stato creato apposta per noi. Concetto gratificante, certo, ma figlio della presunzione e dell’isolamento. Ritrovare il contatto con ciò che ci circonda, certamente a partire dalla nostra comunità umana, ma tendendo ad un rapporto armonioso con tutto ciò che ci circonda è una esigenza ormai di sopravvivenza del pianeta e non più un argomento da salotto. In Biodanza vi sono molti esercizi di gruppo in cui ci sentiamo accolti e parte di questa comunità. Senza peraltro dimenticare che anche gli esercizi fatti da soli o a due sono sempre all’interno del gruppo, elemento fondamentale, insieme alla musica e al movimento di questo appagante sistema per lo sviluppo umano, la crescita personale e l’evoluzione olistica dell’individuo che è la Biodanza.

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