Oggi spendiamo sempre più per la nostra salute e, tuttavia, malgrado i mirabolanti progressi scientifici e tecnologici, la nostra fiducia nei medici è in costante calo. Che cosa è successo? L’autore, cardiologo e scienziato, ci offre una riflessione sui recenti sviluppi della sua professione, alternando la divulgazione scientifica e l’aneddoto autobiografico, la lezione dei suoi maestri e i casi clinici più curiosi e istruttivi. Lown aiuta a riscoprire il segreto più autentico e necessario dell’arte della medicina: il rapporto tra due esseri umani, tra chi soffre e chi può mitigare la sua sofferenza.

Soltanto in tempi biblici i medici hanno avuto una reputazione più bassa di quella che hanno oggi – afferma Bernard Lown citando un versetto poco noto dell’Ecclesiaste: “Egli che ha peccato contro il suo Signore, fallo cadere nelle mani dei medici”. Lown continua con una critica severa e precisa: i medici non assistono più la persona che soffre e che si rivolge al medico per aiuto, “ma si occupano di parti biologiche frammentate che non funzionano più”. Gli studenti di medicina, invece di ricevere una formazione che li porti a ristabilire con il malato rapporti fondati sulla fiducia e la confidenza, vengono spinti verso una sempre maggiore arroganza. La medicina nel suo insieme si concentra sulle malattie acute e sulle applicazioni tecnologiche sofisticate, ignorando quasi totalmente la prevenzione e la difesa della salute. Sono giudizi già di per sé duri, ma il cui peso è ancora accentuato per il fatto di esser stati pronunciati, in chiusura della sua carriera, da un grande medico – che ha contribuito in modo sostanziale al progresso di una delle più importanti discipline mediche, la cardiologia, ha migliorato il trattamento farmacologico delle cardiopatie, e perfezionato la manovra di stimolazione elettrica del cuore (nota come “cardioversione”), salvando in tal modo molte vite e permettendo a moltissimi il ritorno a un’esistenza attiva e indipendente.

Dopo quattro decenni di ricerca e pratica medica Lown riconosce che gli elementi più importanti che hanno forgiato le sue concezioni sull’arte di guarire sono l’eredità ebraica di tradizione rabbinica, la passione per i libri e soprattutto “la storia d’amore mai interrotta con la medicina”.È stata forse questa grande passione mai sopita che gli ha permesso la coesistenza di una mentalità scientifica rigorosa con la consapevolezza del privilegio straordinario che il medico ha di poter superare le barriere delle convenzioni e di penetrare direttamente e profondamente nell’intimità di altri individui. Lown arriva a dire che la crisi economica che investe la medicina oggi potrebbe in larga misura essere evitata se la professione medica fosse esercitata in maniera più umana.Egli crede fortemente nel ruolo della psiche e dell’emotività come modulatori del decorso, ma anche come cofattori nella genesi di alcune malattie.Si astiene dal formulare giudizi definitivi, convinto com’è che il rapporto psiche-cervello sia il più complesso che la medicina si trova ad affrontare, ma attinge frequentemente alla sua lunga esperienza personale per portare esempi convincenti a sostegno della tesi che gli effetti delle emozioni negative, se permangono a lungo, sono corresponsabili di molte malattie e della morte prematura.

Nel momento della malattia, e quindi di massima fragilità, l’individuo è sovente confrontato con una situazione stressante, fatta di timori e ansie.Può divenire un numero in una corsia d’ospedale, o essere maltrattato da un medico frettoloso, oppure può apprendere, impreparato, di essere affetto da una grave malattia senza che gli vengano forniti elementi di speranza o di conforto. La crescente intimità fra medicina e scienza alimenta l’illusione che siano una cosa sola. Mentre da un lato i medici sono spinti a trascurare l’anamnesi e a diminuire l’investimento personale nell’assistenza ai malati, dall’altro cresce il disincanto dei malati nei confronti della medicina scientifica. Recenti episodi in Italia lo confermano abbondantemente. Un’inchiesta condotta negli Stati Uniti ha mostrato che il 34% della popolazione ricorre a terapie cosiddette alternative, che solo il 25% dei pazienti che si rivolge a un medico è curato con successo, e che il restante 75% ha problemi che la medicina ufficiale non risolve o risolve con molte difficoltà. Lown riconosce che i problemi di più della metà dei suoi pazienti erano dovuti a condizioni di vita stressanti.

È quindi importante concentrarsi sulla guarigione senza divenire succubi degli strumenti scientifici e delle indagini sofisticate che la tecnologia ha messo a disposizione. Altrettanto o più pericolosa dell’incompetenza può risultare l’uso eccessivo di tecnologie, e ancor di più l’eccessiva prescrizione di farmaci. Il medico – ci dice ancora Lown – appartiene a due culture, quella della scienza, che è dominante, e quella dell’arte di curare, che è indispensabile al pieno successo della scienza. Un vero medico non potrà fare a meno di una vasta e accumulata esperienza per controllare “l’arte di navigare nel cuore dell’incertezza, soprattutto nell’epoca delle certezze scientifiche”. Un capitolo severo e dolente è quello dedicato alla morte e al morire. “Gli ultimi passi sono compiuti amaramente da soli, con l’unica testimonianza di un sé nudo, sempre più debole”. Gran parte degli individui muoiono ormai lontano da casa, dal proprio letto e dai loro cari, e in ospedale sovente subiscono l’usurpazione sistematica e anonima di decisioni sugli ultimi atti fondamentali della loro propria vita.

Purtroppo, afferma Lown, gli studi di medicina e la formazione ospedaliera non insegnano come comportarsi con il paziente moribondo. Una fetta proporzionalmente molto sostanziosa dei guadagni ospedalieri negli Stati Uniti deriva dal fatto di prolungare l’atto del morire: “Paradossalmente la morte costituisce la parte più lucrativa del si-stema sanitario (…)Il sistema sanitario è strutturato per tormentare gli anziani, non per un’intrinseca malevolenza, ma perché è un programma basato sul rimborso, non sulla qualità della vita”. Guarire, ammonisce Lown, “richiede un rapporto basato sull’eguaglianza (un elemento chiave nel profondo rapporto medico-paziente) e nel rispetto reciproco”. In una società dove dominano lo spirito della competizione a oltranza e la cultura consumistica gli individui si rifugiano nella medicalizzazione in risposta a una crescente frustrazione sociale, mentre i medici non hanno il tempo né la preparazione per farsi coinvolgere in questioni sociali. Vorremmo poter dire: il tessuto sociale e le tradizioni culturali del nostro paese sono fondamentalmente diverse da quelle sulle quali si fonda il sistema americano.

Ma fino a che punto e per quanto tempo lo rimarranno?

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